Le fragili economie dei paesi che hanno vissuto le Rivolte arabe
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Le turbolenze che hanno seguito le Rivole arabe hanno decimato le economie dei paesi colpiti, comfermano Erik Berglöf, Capo Economista della Banca europea per la ricostruzione, e Shanta Devarajan, capo economista della Banca mondiale per il Medio Oriente e il Nor Africa.
Gli omicidi politici e la polarizzazione in Tunisia, i disordini civili e il colpo di stato militare in Egitto, gli attacchi terroristici nello Yemen, i conflitti settari e il vuoto istituzionale in Libia e la guerra civile in Siria hanno contribuito ad un forte calo degli investimenti, del turismo e delle esportazioni.
Oltre alla rimozione dei leader autocratici, alcuni dei problemi che hanno alimentato le rivolte non sono stati risolti. La disoccupazione è più alta oggi rispetto al 2010. I costi del settore pubblico sono aumentati, gli investimenti pubblici ridotti a discapito delle famiglie e dello sviluppo di un settore privato dinamico e competitivo.
In definitiva, i paesi in transizione del mondo arabo sono molto più vulnerabili oggi di quanto non lo fossero al culmine delle proteste nel 2011.
Fino ad ora, la risposta della comunità internazionale è stata frammentaria. Per dare ai paesi arabi lo spazio necessario per trasformare le loro economie di pari passo ai loro sistemi politici, evitando la destabilizzazione o collasso, la comunità internazionale dovrebbe erogare: una nuova assistenza finanziaria legata a riforme a lungo termine, pari a $ 30-40 miliardi di dollari all'anno per circa tre anni; il supporto tecnico per garantire che tali fondi vengano incanalati verso programmi che creino posti di lavoro e progetti di infrastrutture a lungo termine; quadri di massima per il commercio, riforma della regolamentazione, accordi di libero scambio globali e approfonditi con l'UE; sostegno politico e istituzionale per ripristinare la fiducia tra i governi e i loro cittadini, eliminando la burocrazia e il nepotismo nelle transazioni commerciali.

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