Le 'primavere' hanno generato solo il caos nei paesi arabi
Intervista ad Ahmed Bensaada* a cura di Nordine Azzouz
da www.investigaction.net
Traduzione di Massimo Marcori per Marx21.it
Ahmed Bensaada segue attentamente i cambiamenti e gli sconvolgimenti nel Maghreb e in Medio Oriente ai quali ha consacrato molti articoli, dibattiti e conferenze. Sulle Primavere arabe, ha rivolto fin dall’inizio uno sguardo molto critico del quale ha fatto la sintesi in un libro Arabesque américaine, poi in Arabesque$, una nuova edizione riveduta ed arricchita, di scottante attualità. Cinque anni dopo!
Giornalista: “Cinque anni sono trascorsi da quelle che si sono chiamate le “primavere arabe”. Il bilancio, si vede, non è molto allegro, se non addirittura catastrofico in molti dei paesi interessati. Perché, secondo voi?”
Ahmed Bensaada: “Non molto allegro”, dite? Questi gravi sconvolgimenti che i benpensanti occidentali hanno affrettatamente ed erroneamente battezzato “primavere” non hanno generato che il caos, la morte, l’odio, l’esilio e la desolazione in molti paesi arabi. Bisognerebbe forse chiedere ai cittadini dei paesi arabi “primaverizzati” se la disastrosa situazione nella quale si trovano può essere qualificata di primaverile.
E le cifre sono eloquenti al riguardo. Un recente studio ha mostrato che questa funesta stagione ha causato, in cinque anni, più di 1,4 milioni di vittime (tra morti e feriti), a cui occorre aggiungere più di 14 milioni di rifugiati. Questa “primavera” è costata ai paesi arabi più di 833 miliardi di dollari, di cui 461 miliardi di perdite in infrastrutture distrutte e in siti storici devastati. Inoltre la regione MENA (Middle East and North Africa) ha perso più di 103 milioni di turisti, un’autentica calamità per l’economia.
Fin dalla pubblicazione della prima versione del mio libro “Arabesque américaine” (aprile 2011), ho messo in evidenza l’ingerenza straniera in queste rivolte che ha colpito le strade arabe, come la non spontaneità di questi movimenti. Certo, i paesi arabi erano, prima di questi eventi, in un reale stato di decadenza: assenza di alternanza politica, elevata disoccupazione, democrazia embrionale, malessere, diritti fondamentali sbeffeggiati, mancanza di libertà d’espressione, corruzione ad ogni livello, favoritismi, esodo di cervelli, ecc. Tutto ciò rappresenta un terreno fertile alla destabilizzazione. Ma sebbene le rivendicazioni delle strade arabe fossero reali, ricerche minuziose hanno dimostrato che i giovani manifestanti e i cyber attivisti arabi erano formati e finanziati da organismi americani specializzati nell’esportazione della democrazia, come l’USAID, la NED, Freedom House o l’Open Society del miliardario George Soros. E tutto questo, anni prima dell’immolazione col fuoco di Mohamed Bouazizi.
Quei manifestanti che hanno paralizzato le città arabe e che hanno spodestato i vecchi autocrati arabi al potere da decenni, rappresentano tuttavia una gioventù piena di furore e speranze.
Una gioventù istruita, che maneggia abilmente le tecniche della resistenza non violenta ed i suoi slogan persuasivi. Quelle stesse tecniche che sono state teorizzate dal filosofo americano Gene Sharp e messe in pratica dagli attivisti serbi di Otpor nelle rivoluzioni colorate. Quelle stesse tecniche insegnate ai giovani manifestanti arabi dai fondatori di Otpor nel loro centro CANVAS (Center for Applied Non Violent Action and Strategies) concepito soprattutto per la formazione dei dissidenti inesperti.
Una gioventù appassionata di nuove tecnologie di cui i leaders sono stati individuati, formati e sostenuti dai giganti americani della rete da un intermediario di organismi americani come l’AYM (Alliance of Youth Movements).
Ma proprio come gli attivisti delle rivoluzioni colorate, i cyber-dissidenti arabi sono allenati ad indebolire i regimi. Essi sono infatti, probabilmente a loro insaputa, organizzati per condurre alla caduta del vertice della piramide del potere. Non hanno alcuna competenza sul percorso da seguire allorquando gli autocrati sono cacciati e il potere diviene vacante. Essi non hanno alcuna attitudine politica per condurre positivamente la transizione democratica che dovrebbe seguire a questo maggior cambiamento.
In un articolo sulle rivoluzioni colorate scritto nel 2007 dal giornalista Hernando Calvo Ospina sulle colonne de Le Monde Diplomatique, si può leggere: “la distanza tra governanti e governati agevola il compito della NED e della sua rete di organizzazioni, che fabbricano migliaia di ‘dissidenti’ grazie ai dollari ed alla pubblicità. Una volta ottenuto il cambiamento, la maggior parte di loro, come le loro organizzazioni di ogni tipo, spariscono senza gloria dalla circolazione”.
Così, non appena termina il ruolo assegnato ai cyber-dissidenti, sono le forze politiche in piazza, a caccia del cambiamento, che occupano il vuoto creato dalla scomparsa del vecchio potere. Nel caso della Tunisia e dell’Egitto, sono i movimenti islamisti che hanno approfittato in un primo momento della situazione, evidentemente aiutati dai loro alleati come gli Stati Uniti, alcuni paesi occidentali e arabi e la Turchia che doveva servire da modello.
E’ chiaro che questa “primavera” non ha nulla a che vedere con gli slogan strenuamente scanditi dai giovani cyber-attivisti nelle strade arabe e che la democrazia non è che uno specchio per allodole. In effetti, come non porsi seri interrogativi su questa “primavera” quando si constata che i soli paesi arabi attraversati da questa stagione sono delle repubbliche? E’ forse un caso che nessuna monarchia araba sia stata toccata da quello tsunami delle “primavere” come se quei paesi fossero santuari della democrazia, della libertà e dei diritti dell’uomo? L’unico tentativo di sollevazione antimonarchica, quello del Bahrein, è stato soffocato violentemente con la collaborazione militare del Consiglio della cooperazione del Golfo (CCG), il silenzio complice dei media e la connivenza di politicanti tuttavia molto loquaci quando analoghi avvenimenti hanno riguardato alcune repubbliche arabe.
Questa “primavera” mira alla destabilizzazione di alcuni paesi arabi ben precisi in un quadro geopolitico molto più grande quello del “Grande Medio Oriente”. Questa dottrina preconizza il rimodellamento delle frontiere di una regione geografica che raggruppa i paesi arabi ed alcuni paesi adiacenti, mettendo così fine a quelle ereditate dagli accordi Sykes – Picot. Benché lanciato sotto la guida del presidente G.W. Bush e dei suoi falchi neoconservatori, questo progetto si ispira ad un’idea teorizzata nel 1982 da Oded Yinon, un alto funzionario del ministero degli esteri israeliano. Il “Piano Yinon”, come viene chiamato, aveva all’inizio come obiettivo quello “di disfare tutti gli stati arabi esistenti e di riorganizzare l’insieme della regione in piccole entità fragili, più malleabili ed incapaci di affrontare gli israeliani”.
E la partizione è disgraziatamente in corso….
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