L’eredità di Nasrallah: dignità, resistenza e sfida all’egemonia
A quasi un anno dalla sua uccisione, l’eredità di Sayyed Hassan Nasrallah continua a pesare sugli equilibri del Medio Oriente. Questo è quanto evidenziato dal professor Mohammad Marandi e dall’analista statunitense Matthew Hoh in un confronto trasmesso da Al Mayadeen. Per Marandi, la principale eredità di Nasrallah non è soltanto militare o politica, ma culturale: aver costruito una cultura della resistenza, della dignità e dell’onore capace di sopravvivere alla morte del suo stesso leader. La sua autorevolezza, secondo il professore iraniano, derivava anche dalla combinazione tra abilità politica, rigore morale e umiltà personale. Un elemento che Marandi lega anche alla scelta di Nasrallah di non tenere separata la propria famiglia dal destino della resistenza: tra i primi caduti sotto la sua guida vi fu infatti suo figlio Hadi. Ma il punto centrale è ciò che accadde dopo la sua morte. La scomparsa di Nasrallah, così come quella di Hashem Safieddine, non ha spezzato la volontà della base di Hezbollah.
Al contrario, secondo Marandi, la cultura costruita nel corso degli anni ha permesso al movimento di continuare a resistere anche senza la presenza del suo leader storico. Un’influenza che, sempre secondo Marandi, ha oltrepassato i confini del Libano, raggiungendo Iraq, Yemen, Palestina e altri Paesi del Sud globale. Per questo respinge anche la definizione di Hezbollah come semplice “proxy” iraniano: l’influenza, ricorda, è stata reciproca, con la resistenza libanese capace a sua volta di incidere profondamente sulla cultura politica iraniana. Matthew Hoh ha invece posto l’accento sul cambiamento della percezione negli Stati Uniti.
Come evidenzia l’analista, per decenni gran parte dei media USA ha presentato Nasrallah attraverso la sola etichetta di “proxy iraniano”, impedendo al pubblico di comprenderne realmente il ruolo. La guerra di Gaza ha però modificato questa percezione. Hoh ricorda che una parte crescente dell’opinione pubblica statunitense abbia iniziato a mettere in discussione il sostegno di Washington a Israele e il coinvolgimento USA nei conflitti mediorientali. È qui che l’eredità di Nasrallah assume una dimensione più ampia: non soltanto quella di un dirigente della resistenza libanese, ma quella di una figura associata, dai suoi sostenitori, a un’idea di opposizione all’aggressione e di solidarietà con Palestina e Yemen.
Una battaglia politica e culturale che, affermano Marandi e Hoh, non si è conclusa con la sua morte. Al contrario, la sopravvivenza della cultura della resistenza rappresenta proprio la misura più significativa della sua eredità.
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