L’Impero senza abiti nuovi: Putin a San Pietroburgo e il mondo che non si inchina
di Mario Petri* e Maxim Ospovat
C’è un momento preciso in cui la storia cambia passo. Non sempre è annunciato dai cannoni. A volte arriva nel silenzio climatizzato di una sala congressi affacciata sulla Neva, dove tremila delegati di cento paesi ascoltano un uomo che parla con la calma tagliente di chi sa di aver già vinto l’argomento principale, anche se non ha ancora vinto la guerra. Quel momento è stato il 5 giugno 2026, San Pietroburgo, Forum Economico Internazionale. Eravamo lì. E questo è ciò che abbiamo visto.
C’è un paradosso che la fiaba di Andersen aveva già descritto due secoli fa: il momento più pericoloso per un impero non è quando i sudditi si ribellano, ma quando smettono semplicemente di fingere di vedere gli abiti che non ci sono — e quel momento, a San Pietroburgo il 5 giugno 2026, era già arrivato.
“Il vecchio mondo sta finendo. Il nuovo non è ancora nato. E in questo interregno emergono i mostri.” — Antonio Gramsci
L’Occidente collettivo — quella costruzione ideologica che tiene insieme Washington, Bruxelles e una serie di capitali satelliti — ha un problema esistenziale che nessun servizio di comunicazione strategica riesce più a mascherare: si comporta come un impero ma ha smesso di essere convincente. Impone sanzioni che colpiscono se stesso quanto il nemico designato. Finanzia guerre che non riesce a vincere. Predica l’ordine internazionale basato sulle regole mentre le viola sistematicamente quando gli conviene. E intanto il mondo, ostinatamente, continua a girare senza chiedere il permesso a Bruxelles.
Allo SPIEF 2026, questa contraddizione era palpabile come l’aria di giugno sulla Neva. Non perché qualcuno l’abbia urlata dai microfoni. Ma perché la sola presenza in sala — ministri africani, banchieri asiatici, imprenditori del Golfo, il vicepresidente cinese Han Zheng, la presidente della Tanzania, il presidente uzbeko — era di per sé una risposta. Non ci si isola da soli con venti mila persone in sala.
Immaginate di costruire un martello per piantare chiodi nelle case degli altri, e di scoprire un giorno che quel martello è diventato abbastanza pesante da rompervi i piedi: è pressappoco ciò che sta accadendo all’architettura finanziaria e statistica che l’Occidente ha eretto nel dopoguerra per misurare — e governare — l’economia globale.
“Sono dati del FMI e della Banca Mondiale. Si vedono costretti a dirlo loro stessi.” — Vladimir Putin, SPIEF 2026
Putin ha aperto con la bomba più silenziosa e più devastante che potesse usare: i dati. Il PIL aggregato dei paesi BRICS ha superato quello del G7 di un rapporto di due a uno. Negli ultimi cinque anni, il 49% della crescita annua del PIL mondiale è venuta dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. Non sono cifre russe, ha precisato con studiata ironia: sono del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, le stesse istituzioni create dall’Occidente per governare l’economia globale. Le stesse che oggi certificano il proprio declino.
Questi numeri non sono propaganda. Sono il risultato di decenni di scelte sbagliate: deindustrializzazione selvaggia in nome del profitto finanziario, dipendenza da catene di fornitura che si sono rivelate fragili, una finanziarizzazione dell’economia reale che ha prodotto ricchezza per pochissimi e precarietà per moltissimi. Mentre Detroit arrugginiva, Shenzhen cresceva. Mentre la Germania chiudeva le sue centrali nucleari per compiacere un’ideologia verde finanziata da oscure fondazioni, la Russia costruiva reattori in quattro continenti.
La storia economica del XXI secolo non la scrivono più Wall Street e la City di Londra. La scrivono le rotte commerciali che bypassano il dollaro, le infrastrutture che collegano Mosca a Pechino e Pechino ad Accra, i contratti in yuan e rubli e rupie che sgretolano silenziosamente l’egemonia del sistema SWIFT. L’Occidente ha usato il sistema finanziario come arma. Il resto del mondo ha preso nota e ha iniziato a costruire alternative.
C’è un bivio nella storia di ogni civiltà in cui si sceglie tra produrre e estrarre rendita, tra costruire e finanziare chi costruisce: l’Occidente quel bivio lo ha attraversato negli anni Ottanta e Novanta, e ha scelto con grande entusiasmo e scarsa lungimiranza la seconda strada — e adesso, mentre Rosatom costruisce reattori in quattro continenti e la Cina guida nell’intelligenza artificiale, scopre che le scorciatoie hanno un costo.
“Chi avrà piena padronanza dell’intelligenza artificiale, della robotica e della telematica, e disporrà di piattaforme proprie, diventerà il centro di potere del futuro mondo multipolare.” — Vladimir Putin, SPIEF 2026
C’è una guerra che si combatte senza sparare un colpo, e che sarà probabilmente più decisiva di qualsiasi conflitto cinetico. È la guerra per la sovranità tecnologica. Putin l’ha messa al centro del suo discorso con una chiarezza che gli analisti occidentali farebbero bene a non sottovalutare.
La Cina guida nell’intelligenza artificiale. La Russia guida nel nucleare civile attraverso Rosatom, che costruisce reattori dall’Egitto alla Turchia, dall’Ungheria all’Uzbekistan. L’India lancia satelliti per conto di paesi che non possono permettersi le tariffe di SpaceX. Questo non è il mondo che i think tank di Washington avevano previsto quando celebravano la fine della storia.
L’esempio citato da Putin — Wildberries, la piattaforma di e-commerce russa con oltre 500 milioni di utenti nel mondo — è rivelatore. Non Amazon, non Alibaba: una piattaforma russa, cresciuta sotto sanzioni, che ha trovato i suoi mercati e li ha conquistati. La sovranità digitale non è più un concetto astratto: è una necessità strategica per chiunque voglia sopravvivere nel nuovo ordine mondiale senza diventare tributario di Silicon Valley o di Zhongguancun.
“La tecnologia è il nuovo petrolio. Ma a differenza del petrolio, non si esaurisce quando la bruci: si moltiplica.” — Maxim Ospovat, corrispondente CONFISI da San Pietroburgo
La narrativa della Russia-colonia-cinese è comodà perché risolve un problema cognitivo: se Mosca e Pechino sono in realtà in un rapporto asimmetrico di sudditanza, allora il fronte avversario è fragile, instabile, destinato a implodere — ma quella narrativa richiede di ignorare sistematicamente ciò che Rosatom fa in Cina, ciò che l’Uzbekistan ha annunciato a San Pietroburgo, e più in generale tutto ciò che non si adatta alla conclusione desiderata.
In sala c’era Han Zheng, vicepresidente della Repubblica Popolare Cinese. La sua presenza era essa stessa un messaggio diplomatico: la Cina non considera lo SPIEF un evento marginale di un paese isolato. Lo considera un appuntamento del proprio ecosistema strategico.
La domanda che ha fatto tremare qualche certezza in sala è arrivata durante il dibattito, e vale la pena riportarla per intero nella sua brutalità: «Fornite petrolio alla Cina in cambio di alta tecnologia. Non rischiate di diventare una colonia cinese?» Putin ha risposto senza esitazione: «Assolutamente no. Noi costruiamo centrali atomiche in Cina.»
Tre parole che ribaltano completamente la narrazione. La Russia non è il pozzo di petrolio della Cina: è il suo fornitore di tecnologia nucleare avanzata. Rosatom è presente in Cina con progetti di costruzione di reattori che nessuna azienda occidentale — dopo Fukushima, dopo la rinuncia strategica all’atomo — è più in grado di realizzare alla stessa scala e agli stessi costi. L’Occidente ha abdicato al nucleare civile per ragioni ideologiche. Adesso paga il prezzo in termini di dipendenza energetica e irrilevanza tecnologica.
E l’Uzbekistan è l’ulteriore conferma: il presidente Mirziyoyev ha annunciato dallo stesso palco che il suo paese — ricco di uranio — svilupperà l’energia nucleare in partnership con Mosca. La cerimonia di posa della prima pietra della centrale Rosatom in Uzbekistan era avvenuta il giorno precedente. Il cerchio eurasiatico dell’atomo si chiude, e l’Occidente guarda da fuori.
I discorsi politici si leggono su due livelli simultanei: c’è ciò che viene detto, e c’è ciò che viene deliberatamente taciuto o pronunciato una volta sola, con quella parsimonia calcolata che è la firma di chi sa che ogni parola in più è una concessione — e il capitolo ucraino del discorso di Putin allo SPIEF 2026 va letto esattamente così, come un testo pieno di silenzio strutturato.
“L’Occidente usa il conflitto ucraino e iraniano per i propri tornaconti.” — Vladimir Putin, SPIEF 2026
Il conflitto ucraino è stato nominato una volta sola nel corpo principale del discorso. Una volta sola, con quella frase lapidaria sull’Occidente che usa le crisi altrui per i propri interessi. Il non detto, però, era ovunque.
Prima che Putin prendesse parola, sullo schermo gigante della sala è stato proiettato un video che ripercorreva la storia russa come storia di pace: le trattative, le alleanze, i momenti in cui Mosca aveva scelto la diplomazia. Un messaggio che Maxim, presente in sala, ha definito «di un certo tipo»: raffinato, quasi cinematografico, calibrato per un pubblico internazionale che non legge le dichiarazioni del Cremlino ma guarda le immagini.
Poi è arrivata la bomba vera. Putin ha rivelato l’esistenza di un canale negoziale segreto con Zelensky: un intermediario di fiducia aveva trasmesso la richiesta di un incontro diretto. Putin aveva rifiutato. Il motivo: Kiev voleva fermare l’avanzata militare, non costruire una pace duratura. La data è simbolica: il 21 maggio. Il 22 maggio le forze ucraine hanno colpito una scuola.
La sequenza degli eventi, così come l’ha raccontata Putin, dipinge un quadro preciso: non è Mosca che non vuole la pace. È Kiev — o chi la governa da Washington e Bruxelles — che non vuole una pace che non sia una resa russa. E poiché quella resa non arriverà, il conflitto continua. Con buona pace di chi pensava che le sanzioni avrebbero piegato la Russia entro sei mesi.
“L’Occidente è entrato nella guerra di Ucraina convinto di combattere la Russia con le armi ucraine. Ha scoperto di combattere la Russia con l’economia europea.” — Mario Pietri
I neoconservatori di Washington hanno una caratteristica che li rende pericolosi in modo del tutto particolare: non imparano dalle sconfitte, le reinterpretano come vittorie mancate per insufficienza di mezzi, e la conclusione è sempre la stessa — bisognava fare di più, spingere più in là, osare di più — il che significa che dall’Iraq all’Afghanistan all’Ucraina il copione è identico, e nessuno in quella stanza ha ancora trovato il coraggio di alzarsi e dire che il problema non è la quantità di fuoco, ma la direzione in cui lo si spara.
Siamo in un momento di eccezionale pericolosità storica, e vale la pena dirlo chiaramente invece di nasconderlo sotto gli eufemismi diplomatici. Un blocco — l’Occidente collettivo — che si percepisce in declino relativo ma conserva ancora un arsenale nucleare e una capacità di distruzione globale, si trova di fronte a un mondo che non risponde più ai suoi diktat. Questa è la combinazione più pericolosa che la storia conosca.
I neoconservatori di Washington — quella cabala che ha guidato l’America dall’Iraq all’Afghanistan all’Ucraina, lasciando dietro di sé solo macerie e destabilizzazione — non hanno ancora accettato che il modello unipolare è finito. Preferiscono aumentare la posta: più armi a Kiev, più sanzioni a Mosca, più retoriche sull’Asse del Male. Ma ogni escalation in un contesto dove l’avversario è una potenza nucleare è un gioco che può finire in un solo modo catastrofico.
L’Europa, nel frattempo, è la vittima più silenziosa di questa follia strategica. Ha pagato il gas russo più caro attraverso il GNL americano. Ha perso competitività industriale a causa dei costi energetici esplosi. Ha mandato le proprie scorte di munizioni in Ucraina e si è ritrovata disarmata. Tutto per sostenere una guerra che non può vincere militarmente e che sta perdendo economicamente.
“Un impero che non riesce più a convincere deve costringere. Un impero che non riesce più a costringere crolla. Siamo alla seconda fase.” — Mario Pietri
Esiste una soglia di saturazione morale oltre la quale le prediche diventano controproducenti: chi ha subito per decenni interventi militari non richiesti, colpi di stato sponsorizzati, aggiustamenti strutturali imposti a condizioni capestro, a un certo punto smette di ascoltare il mittente indipendentemente dal contenuto del messaggio — e quella soglia, per la maggioranza del mondo, è stata superata già da un pezzo.
Allo SPIEF 2026, mentre i media occidentali ignoravano o sminuivano l’evento, si manifestava qualcosa di storicamente rilevante: la normalizzazione della Russia come polo di attrazione economica per la maggioranza del mondo. L’Arabia Saudita ospite d’onore. Una delegazione americana presente per la prima volta dopo quasi un decennio. Settantasei paesi con delegazioni di alto livello. BRICS, OPEC, APEC, CSI, EAEU tutti rappresentati.
Il Sud Globale non è — e non è mai stato — monoliticamente filosovietico o filo-russo. Ma è pragmatico. Compra il grano russo, il petrolio russo, la tecnologia nucleare russa, i fertilizzanti russi. Non perché ami Putin, ma perché gli conviene economicamente e perché non sopporta più le lezioni di democrazia da chi ha rovesciato governi democraticamente eletti dall’Iran del 1953 al Cile del 1973 all’Ucraina del 2014.
Alcune imprese occidentali, ha rivelato Putin quasi en passant, hanno già manifestato la volontà di tornare a operare in Russia. La logica del mercato, alla fine, supera sempre quella dell’ideologia. Lo sapevano i mercanti veneziani che commerciavano con i Turchi che assediavano Costantinopoli. Lo stanno riscoprendo i CFO delle multinazionali europee che guardano ai loro bilanci.
“I popoli non sono pedine sullo scacchiere degli interessi imperiali. Prima o poi si alzano e rovesciano il tavolo.” — Frantz Fanon, I dannati della terra, 1961
Ci sono cose che si capiscono meglio quando le guardi da due punti simultaneamente: uno dentro la sala, nell’aria climatizzata della Neva, a sentire il peso fisico di quella platea; l’altro a tremila chilometri di distanza, a incrociare le fonti e a chiedersi come suona la stessa notizia nel filtro dei media italiani — e la risposta, invariabilmente, è che suona come qualcosa di molto più piccolo e molto meno urgente di quello che era.
Siamo tornati da San Pietroburgo con una certezza e una preoccupazione. La certezza: il mondo multipolare non è più una profezia. È una realtà in costruzione, rumorosa, contraddittoria, a volte caotica, ma irreversibile. I numeri del FMI lo dicono. Le rotte commerciali lo dimostrano. La platea dello SPIEF lo ha reso visibile.
La preoccupazione: che l’Occidente collettivo non riesca ad accettare questa transizione senza passare per un confronto militare che nessuno — tranne forse qualcuno nei bunker di qualche think tank di Washington — può davvero volere. La storia insegna che gli imperi non cedono il potere pacificamente. Ma la storia insegna anche che gli imperi che non cedono il potere alla fine lo perdono comunque, e nel peggiore dei modi.
Putin, dal palco dello SPIEF, ha rinviato l’aumento dell’IVA. Ha promesso inflazione al 5,2% e nuovi investimenti dal 2027. Ha parlato di decentralizzazione, di piattaforme digitali, di automazione. Era un discorso da leader che si prepara al dopoguerra, non da leader che sente il terreno cedere sotto i piedi. Questa è forse la cosa più importante che abbiamo portato a casa da San Pietroburgo.
“La pace non è l’assenza di guerra. È la presenza di giustizia.” — Johan Galtung
*Mario Pietri Vicepresidente Nazionale CONFISI • Analista Geopolitico animatoe del canale Telegram Mondo Multipolare
Maxim Ospovat Inviato CONFISI a San Pietroburgo • Report in tempo reale dalla sessione plenaria SPIEF 2026 Scrittore e enalista geopolitico


