Precari Pnrr: che fine faranno?
di Federico Giusti e Emiliano Gentili
Nonostante i roboanti proclami di Fitto e Meloni il Pnrr procede a rilento: a sette mesi dalla scadenza l’Italia chiede una revisione del Piano (fra l’altro presentata soltanto nel mese di ottobre), cercando di ottenere la possibilità di impegnare temporaneamente 20 miliardi in strumenti finanziari che consentirebbero di spendere queste somme addirittura entro il 2029.
In tutto ciò, com’era prevedibile, non ci sono soldi per stabilizzare le decine di migliaia di precari assunti proprio per gestire i progetti del Pnrr e che ora rischiano di essere lasciati a casa, senza lavoro, senza un riconoscimento della anzianità di servizio con relativo punteggio attraverso selezioni che mirino direttamente alla stabilizzazione di questa forza lavoro.
Eppure, i dati diffusi dimostrano come lo spreco di risorse sia dovuto a malfunzionamenti nella gestione dei progetti e nel 20% dei casi a fenomeni corruttivi.
Le cause dei ritardi, tuttavia, sono attribuite all’«incompetenza delle stazioni appaltanti»[1], ossia dalla Pubblica Amministrazione. E qui entra in gioco quanto avevamo avuto modo di scrivere mesi or sono, ossia che i piani del Pnrr dovevano rappresentare una sfida per gli Enti locali – in particolare quelli di dimensioni piccole e medie –, trovatisi ad affrontare compiti che richiedono competenze particolari le quali, a propria volta, necessitano di preventiva formazione da acquisire con corsi e aggiornamenti. Ebbene, a pochi mesi dalla scadenza del Pnrr possiamo affermare che questo salto di qualità è arrivato solo in piccola parte.
La Pubblica Amministrazione era, dunque, fondamentalmente impreparata alla sfida rappresentata dal PNRR. A questo problema però si è aggiunta la mole delle incombenze generate dall’approvazione dei progetti, alle quali il poco personale assunto per il PNRR non ha potuto fare fronte. E quindi la PA, nonostante le norme ad hoc che hanno sgravato i dirigenti dalle responsabilità legali correlate all’approvazione dei progetti, nel corso del tempo si sono arenate senza riuscire a rispettare le tempistiche previste. In estrema sintesi potremmo asserire che le carenze di organico, la mancata formazione e le difficoltà a misurarsi con una macchina complessa come il PNRR hanno paralizzato più di Ente locale. I Governi via via succedutisi avrebbero dovuto operare in termini diversi, ad esempio andando in deroga ai tetti di spesa per il personale: una volta tanto le deroghe sarebbero state ben accolte, se funzionali al pieno raggiungimento degli obiettivi del Piano
Si consideri poi che nel prossimo anno andranno in pensione all’incirca un milione di statali. Ciononostante «Saranno almeno ventimila i precari Pnrr mandati a casa nel 2026», di cui una buona parte (più o meno 12mila) sono impiegati nel settore della giustizia per fornire supporto para-giuridico e digitalizzare gli atti. Secondo la «Fp Cgil, già nel 2024 – pur con i precari Pnrr in servizio – la carenza di organico al ministero della Giustizia era pari a 15 mila unità»[2]. Situazione simile negli Enti Locali e così pure nell’Università e negli Enti di Ricerca, dove nonostante il sotto-organico ricercatori e assegnisti stanno venendo progressivamente espulsi tramite mancato rinnovo del contratto: e meno male che il Governo dichiarava, nel 2022, di aver abolito gli assegni a partire dal 2025 in favore di contratti a tempo determinato[3]! Dai 15mila assegnisti “pre-Pnrr” si è passati a 23.500 nel novembre 2024, per poi cominciare a diminuire per via dei licenziamenti.
Colpa dei dipendenti pubblici “fannulloni” o di un Governo irresponsabile? Considerando che la capacità della Pubblica Amministrazione di spendere i soldi «è migliorata con il piano, passando da 1 a 2,4 miliardi al mese», non vi sono dubbi su chi sia il colpevole. Sarebbe servita una struttura di controllo pubblica, ossia una separazione netta fra le branche dell’amministrazione deputate all’approvazione dei progetti d’appalto e quelle dedicate al controllo e al monitoraggio su approvazione e gestione degli stessi. In Spagna esiste un sistema simile[4] e, difatti, non vi sono grossi problemi né al livello dell’approvazione dei progetti, né riguardo la gestione del personale – che sia precario o di ruolo.
[1] C. di Foggia, Gustavo Piga: «Serviva assumere, invece l’austerità ha vanificato tutto», «il Fatto Quotidiano», 23 Novembre 2025.
[2] V. Della Sala e R. Rotunno, Fine Pnrr, 20mila precari rischiano di andare a casa, «il Fatto Quotidiano», 24 Novembre 2025.
[3] Cfr. L. 79/2022.
[4] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Attraversando il Pnrr, «Machina», Gennaio-Aprile 2024.

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