Questioni di debito...non solo in Europa.
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L’accordo stipulato all’ultimo minuto il 16 ottobre fra repubblicani e democratici per innalzare la soglia del debito ha consentito agli Stati Uniti di evitare una pessima figura internazionale ma ha soprattutto garantito che gli sportelli governativi aprissero di nuovo e che il default venisse evitato. Ma secondo l’Economist tale soluzione è stata accolta benevolmente solo perché l’alternativa era molto peggiore: il default, per l’appunto.
Per mesi gli americani si sono fatti beffe degli europei, accusandoli di non essere in grado di gestire la crisi dell’euro. L’accordo fiscale stipulato il 16 ottobre non fa che procrastinare la soluzione di un problema: il governo, infatti, resterà aperto fino al 15 gennaio mentre i debiti dell’amministrazione statunitense saranno coperti fino al 7 febbraio. La possibilità che possa verificarsi un ennesimo shutdown non è così remota, secondo l’Economist.
Il quotidiano pone l’accento su un problema che affligge tutte le economie dei paesi occidentali, quello della gestione della spesa. Se è vero che il deficit degli Stati Uniti si attesta al 3,4%, a livelli molto inferiori rispetto alla maggior parte dei paesi europei, è anche vero che Washington tassa i propri cittadini come se si trattasse di un piccolo paese quando la spesa governativa è, invece, enorme. La finestra demografica statunitense, infatti, non è delle migliori, con un’enorme numero di individui che si aspettano pensione e assistenza sanitaria, cosa che potrebbe portare il paese in bancarotta. Secondo un calcolo del Fondo Monetario Internazionale se gli Stati Uniti riusciranno a ridurre il proprio debito entro il 2030, sarà necessaria un aggiustamento fiscale pari al 11,7% del PIL.
Come conciliare la necessità di trovare delle coperture per la spesa pubblica quando i repubblicani non intendono aumentare le tasse mentre i democratici non hanno intenzione di andare a tagliare sul fronte dei diritti?

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