Se George Washington fosse vivo, leggerebbe le tue e-mail

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Spesso i Padri Fondatori della nazione americana subiscono un processo di mitizzazione divenendo campioni del rispetto della Costituzione e della trasparenza.
Di certo non aveva senso, allora, parlare di diritto alla privacy nel senso in cui si dibatte oggi ma di una cosa James Madison era sicuro: l’articolo II della Costituzione conferiva al presidente il potere di condurre operazioni segrete, senza restrizione alcuna. 
 
Nei Federalist Papers Hamilton e Madison sostennero che il segreto presidenziale fosse essenziale per una politica estera e militare di successo. Nel 1790, ad esempio, fu Madison a proporre la costituzione di un “secret service fund” che, immune dalla supervisione del Congresso, svolgesse varie azioni fra cui la raccolta di informazioni. Fra queste, fra queste l’acquisto di un dispaccio da una spia inglese per un ammontare di 50.000 dollari — denaro pubblico quindi — la cui diffusione sarebbe stata utilizzata per fini propagandistici.
 
Lo stesso Washington utilizzò operazioni di intelligence durante la Rivoluzione Americana: anche se esse avrebbero comportato curiosare tra gli affari dei concittadini americani, avrebbero fornito innumerevoli benefici. Addirittura Washington fornì gli estremi sull’apertura segreta della posta: “escogitare un mezzo per aprirle (lettere) senza rottura dei sigilli, fare copie dei contenuti, e poi lasciarle proseguire”. 
 
Anche Lincoln intercettò comunicazioni di privati cittadini americani tramite compagnie telegrafiche. La Corte Suprema fu chiamata ad esprimersi su questo nel caso Totten v.s United States (1875): la Corte dichiarò che il presidente aveva l’autorità di ottenere segretamente informazioni di intelligence in tempo di guerra o semplicemente in materie che riguardavano le relazioni estere. 

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