Slai Cobas: 2 dicembre sciopero generale o “sciopericchio”?

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Slai Cobas: 2 dicembre sciopero generale o “sciopericchio”?

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Riceviamo e pubblichiamo.

Lo “sciopericchio” del 2 dicembre di non tutti i sindacati di base (indipendentemente dall’oggettivo uso prevalentemente propagandistico che, in quanto tale, spesso produce effetti opposti a quelli sperati) rappresenta di fatto un impolitico ed ininfluente “vicolo cieco”; una scorciatoia a “cul de sac” per la sua recondita ma oggettiva pretesa - in mancanza di benché minime ma valide strategie - di “risolvere” la difficoltosa riorganizzazione operaia e dei lavoratori in generale con l’ausilio dei media sostanzialmente gestiti dalle diverse cordate politiche ed economiche e con la mobilitazione delle “faccine sui social”, quasi a sostituire “l’incapacità di essere” (sindacati di classe) con la “virtualità dell’apparire”: e questo, care/i compagni/e non è altro, di fatto, che abdicare al proprio ruolo facendo finta di fare la voce grossa.

Lo Sciopero Generale (quello vero) rappresenta una questione innanzitutto politica (prima che economica) in quanto suscettibile di trasmettere (quando i lavoratori sono forti) la forza e l’egemonia operaia e dei lavoratori in generale all’intera società abbattendo i governi e costruendo rapporti di forza favorevoli. E mai come oggi ce ne sarebbe bisogno. Specialmente quando, come in questi anni, chi si credeva di generica sinistra o addirittura comunista (o fingeva di esserlo) ha tifato e votato per le formazioni populiste dell’antipolitica e della destra razzista portandole al governo. Ed il passaggio dai governi giallo-verdi a quello dei banchieri e poi al centrodestra ne è stata la diretta conseguenza.

Le attuali modalità di consapevole svilimento dello sciopero generale per mera “autopropaganda promozionale” non aiutano certamente gli operai ed i lavoratori in generale, ma si prestano innanzitutto, per la loro insita ed oggettiva debolezza, alla strumentalizzazione funzionale del sistema mediatico e politico collegato al padronato cui si dà (ingenuamente?) il destro. E ciò e ancor più grave specialmente quando l’intero quadro politico, con le varie articolazioni delle vecchie e nuove destre populiste, delle finte sinistre, del razzismo imperante e dei movimenti della cosiddetta “antipolitica” punta a trasformare il Movimento Operaio in “classe senza coscienza”.

Questo col progressivo azzeramento della democrazia sindacale e politica all’interno dei luoghi di lavoro per mettere il sistema economico in posizione dominante ed i lavoratori, di ogni nazionalità, nell’inferiorità sociale e normativa. E per sfruttarne strumentalmente il voto presentato come unica e possibile “ribellione” consentita ad ogni tornata elettorale, con le urne trasformate in valvola di sfogo sostitutiva del conflitto sociale.

Intanto, firmare il Testo Unico sulla rappresentanza che sequestra le libertà sindacali nei luoghi di lavoro in favore dei soli sindacati firmatari di contratto e/o firmare gli accordi pirata per far parte della “combriccola” col benestare del padrone, e figurare allo stesso tempo tra i maggiorenti sindacati che hanno indetto questo preteso sciopero generale la dice lunga sui veri e “strategici” scopi di questa iniziativa. E ne saranno i distinguo delle variegate e scompagnate consorterie sindacali minori che hanno aderito a questo sciopero a trasformarlo in qualche cosa di utile.

La questione politica e strategica di “future e realistiche iniziative comuni” non può scantonare dalla irrimandabile necessità di contrastare (e non rendersene complici col sequestro della democrazia nei luoghi di lavoro) gli effetti dell’avvenuta trasformazione autoritaria delle relazioni sindacali in Italia ed il conseguente azzeramento della democrazia individuale e collettiva in ogni luogo di lavoro sia pubblico che privato. Cioè dagli effetti delle devastanti modifiche normative “in progress” di questi anni (dal pacchetto Treu di Prodi-Bertinotti alla legge Fornero, dal Jobs Act di Renzi al Decreto Dignità di Conte alle normative razziste ed antimmigrati) che si sommano all’economia di guerra (e alla collegata legislazione di emergenza) data dalla ripresa delle guerre imperialistiche precedute dalla pandemia.

Perché oggi l’attacco alle libertà sindacali ed alla democrazia nei luoghi di lavoro rappresenta una grande questione politica e di classe in quanto solo se i lavoratori saranno più forti, più forti saranno i diritti di tutti.

 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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