Trump, dazi e la Strategia del ricatto

Alla scoperta della dottrina Trump, l’America First e le sue due guerre dei dazi.

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Trump, dazi e la Strategia del ricatto

 

di Cristina Mirra

Ci fu un tempo in cui l'economia era affare di ministri pallidi, di commissioni europee e di sigle che non facevano notizia e non destavano interesse. Poi arrivò Donald Trump, con l'ego sufficiente a coprire l'intero Mississippi, e lo stile da attore di film trash e decise che bastava un martello per sistemare un orologio svizzero: bastava picchiare forte.

Così nacque la prima guerra dei dazi (2018-2020), che in bocca a Trump diventava crociata, battaglia santa, vendetta del popolo contro l'élite, dei camionisti contro Wall Street, dei bulloni contro i microchip. E come ogni guerra populista, cominciò col nemico perfetto: la Cina. Grande, lontana, comunista e piena di surplus commerciale.

La logica era semplice: "American First" e poi: "Loro ci fregano da anni. Ora pagheranno." E con "pagheranno", si intendeva: dazi su acciaio, alluminio, lavatrici, pannelli solari, componenti per auto, droni, giocattoli, fertilizzanti e, perché no, anche le borse per la palestra. Un'ondata da 550 miliardi di dollari di merci cinesi colpite.

Ma cosa ha portato tutto questo?

Il deficit commerciale USA con la Cina, anziché sparire, si è solo riposizionato: nel 2019 era ancora sopra i 300 miliardi di dollari. E mentre diminuiva con Pechino, aumentava con il Vietnam, il Messico e la Corea del Sud. L'offensiva di Trump ha solo rimescolato le carte, non cambiato il mazzo.

L'industria manifatturiera, che doveva risorgere come Lazzaro sotto stimolo tariffario, ha perso circa 300.000 posti di lavoro tra il 2018 e il 2020. Le imprese, strette tra costi più alti e incertezza, hanno preferito non investire affatto, o delocalizzare altrove. Altrove, non in Ohio.

I sussidi all'agricoltura per compensare i danni delle contromisure cinesi hanno superato i 28 miliardi di dollari, cifra che supera quanto fu speso per salvare l'auto americana nel 2009. Ma a differenza di allora, qui non c'era una crisi globale. Era autoinflitta.

L'accordo "Fase Uno" del 2020, presentato come trionfo, prevedeva che la Cina acquistasse 200 miliardi in più di beni americani in due anni. Non è mai successo. A fine 2021, mancavano all'appello quasi il 40% delle promesse. La Cina aveva firmato, sì. Ma come insegna Confucio: "Firmare non è obbedire."

Ma il capolavoro strategico è un altro.

Trump voleva rallentare la Cina. E ci è riuscito... per un quarto d'ora. Nel frattempo, il Drago ha reagito accelerando sul fronte che conta davvero: la tecnologia. Con i dazi e le restrizioni su Huawei, chip e semiconduttori, Trump ha acceso un allarme che ha trasformato il 5G cinese da progetto in priorità nazionale.

Nel 2018, Pechino importava il 90% dei chip avanzati. Nel 2023, ha cominciato la produzione autonoma dei primi semiconduttori a 7 nanometri. Non è ancora un sorpasso, ma è un controsorpasso culturale: invece di abbassare la testa, la Cina ha alzato il tiro.

E intanto, mentre Trump minacciava, i cinesi costruivano: il 70% della raffinazione globale di terre rare, il 90% della produzione mondiale di pannelli solari, il 60% delle batterie per auto elettriche. Chi controlla le materie del futuro, controlla il futuro. E in questo, la strategia del ricatto ha rafforzato il Drago che già vegliava.

Ma veniamo alla seconda guerra dei dazi, aprile 2025

Subito dopo averli dichiarati platealmente, proprio mentre il mondo si preparava a un altro giro di fiamme, Trump ha fatto retromarcia.

Dopo aver annunciato dazi-monstre fino al 145% su alcune importazioni cinesi, la Casa Bianca ha sospeso tutto per 90 giorni, ad eccezione della Cina, che resta nel mirino. Un passo indietro, goffo e nervoso, mascherato da tattica.

La verità? I mercati stavano crollando, Wall Street bruciava miliardi, e persino i suoi consiglieri gli hanno sussurrato all'orecchio che "non si può far politica estera come si gestisce un casinò di Atlantic City". Trump ha risposto con la solita faccia feroce. Ma il danno, forse, è già fatto: la credibilità di chi urla sempre, e poi frena, comincia a svanire come il fumo sopra i dazi.

Trump ha creduto che i dazi fossero il nuovo Napalm: colpiscono tutti, fanno scena, e danno la sensazione di vittoria anche quando vincono solo le fiamme. Ma l'economia non si conquista bruciando il terreno sotto i piedi: si conquista offrendo alternative.

La sua strategia del ricatto ha danneggiato amici e nemici, ha aumentato i prezzi, e lasciato intatti, anzi rafforzati, i meccanismi che voleva spezzare. I nemici non hanno ceduto. Hanno imparato. Trump ha sparato contro la Cina. E ha centrato l'America.

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