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Venezuela, un'onda rossa contro le sanzioni: 'Trump sblocca il Venezuela'

 


di Geraldina Colotti

Perché ci sia dialogo, ci vuole rispetto. Due concetti che l’opposizione estremista del Venezuela interpreta nella lingua di Trump: quella del suprematismo e del ritorno della dottrina Monroe, per soffocare la voce libera e sovrana del popolo bolivariano. L’autoproclamato “presidente a interim” Juan Guaidó e la sua banda, dopo aver richiesto in ogni modo sanzioni contro il Venezuela, hanno applaudito al decreto esecutivo di Trump che stabilisce un blocco economico-finanziario contro il paese bolivariano simile a quello imposto a Cuba, sostenendo che si tratta di misure “contro un regime che ha fatto affari a spese dei cittadini”.


Trump ha proibito “tutte le transazioni economiche” con il governo bolivariano e con la PDVSA, l’impresa petrolifera di Stato che costituisce il polmone del socialismo bolivariano, e ha minacciato di sanzionare chiunque intrattenga relazioni commerciali con il governo e con l’impresa petrolifera. Con i proventi di PDVSA, che l’opposizione vorrebbe riportare nelle tasche dell’imperialismo, si sono infatti messi in campo tutti i piani sociali con i quali, in vent’anni, il chavismo ha dato linfa al potere popolare organizzato. E’ quindi evidente che la misura, qualificata un atto di “terrorismo economico” dall’esecutivo bolivariano, colpisce direttamente e ferocemente il popolo venezuelano, sia chavista che di opposizione.

Per questa ragione, il governo di Nicolas Maduro ha deciso di interrompere i colloqui con l’opposizione che avrebbero dovuto svolgersi per una terza tappa nelle Barbados, sempre con la mediazione della Norvegia. Il presidente Maduro ha anticipato il comunicato ufficiale dell’esecutivo nel corso di una telefonata al programma di Diosdado Cabello, Con el Mazo Dando.  “L’imperialismo nordamericano, quella fetta di suprematismo bianco che governa il paese insieme al vecchio fascista John Bolton – ha detto il presidente - ha deciso di imporre un blocco economico-finanziario al Venezuela e l’opposizione ha applaudito. In questa condizione, basta dialogo. Mentre stiamo discutendo con tutti i settori della società venezuelana, i traditori della patria agiscono per conto dell’imperialismo. Il popolo indignato ha detto basta, reagendo con furia bolivariana a queste misure criminali e ora chiede giustizia contro la destra imperialista. Dall’Assemblea Nazionale Costituente partirà una controffensiva contro i traditori della patria. Nessun impero riuscirà a sottomettere l’indomito popolo dei libertadores”.


Commemorando i 200 anni dalla liberazione dell’impero spagnolo, il popolo chavista è di nuovo sceso in piazza per manifestare la propria indignazione e il fermo rifiuto al blocco economico-finanziario. Una marcia che è partita dal Parque Carabobo e si è conclusa al Pantheon, dove tutti i poteri pubblici si sono espressi contro la decisione di Trump, che viola il diritto internazionale e che non è stata accolta neanche dall’Unione Europea. Hanno ricordato le tappe di un’aggressione che, a partire dal decreto emanato dall’allora presidente Barack Obama per definire il Venezuela “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti”, hanno via via tentato di asfissiare il socialismo bolivariano con vere e proprie operazioni di pirateria internazionale: per impadronirsi delle finanze e delle risorse del paese mediante la creazione artificiale di organismi internazionali e l’utilizzazione di una banda di lestofanti, capitanata dall’”autoproclamato Guaido”.

E dalla piazza gremita di camice rosse che innalzavano il tricolore bolivariano, le bandiere del PSUV e del Gran Polo Patriottico e cartelli con la scritta: “Trump sblocca il Venezuela”, il presidente della ANC Diosdado Cabello ha dichiarato: “Se Donald Trump pensa di mettere le mani sul petrolio del Venezuela attraverso l’opposizione, non ci riuscirà. Solo il governo bolivariano può garantire il commercio petrolifero, diversamente non potrà ricevere neanche una goccia del nostro petrolio”. Tutti i dirigenti chavisti hanno respinto l’azione di un’opposizione che non ha titoli per proporre il dialogo, giacché non risponde al paese, ma ai suoi padrini nordamericani. Hanno celebrato la il coraggio e la determinazione di “un popolo libertario che sta affrontando l’imperialismo deciso a sottometterlo”.

Un popolo che, dal fronte dei lavoratori a quello degli studenti, alle donne che come sempre sono state alla testa della mobilitazione, si è dichiarato “in assemblea permanente per la difesa integrale della nazione”. A conclusione della marcia, si è espresso anche il coordinatore dei Colombiani in Venezuela, Juan Carlos Tanus, che ha ricordato le politiche di inclusione rivolte dal governo bolivariano ai cittadini colombiani che vivono in territorio venezuelano (oltre 5.000) e agli oltre 250.000 che chiedono di vivere in Venezuela, perseguitati nel proprio paese da un governo vassallo degli USA.

Una testimonianza che, a 200 anni dalla liberazione dal dominio spagnolo e dalla speranza rinnovata per la Patria Grande dalla politica di integrazione e di pace con giustizia sociale portata avanti dal Venezuela, definisce le scelte di campo nello scontro in corso tra due modelli di sviluppo e di società: da una parte quelli che plaudono alle sofferenze dei popoli, dall’altra la determinazione organizzata e solidale di chi dice “Basta Trump” e lo ribadirà, a livello mondiale, con una campagna che si dispiegherà sabato in tutti i continenti e con tutte le possibili modalità, dalle manifestazioni alle twittate.

Prima della manifestazione, il Ministro della Vivienda, Ildemaro Villarroel, ha detto nel corso di un incontro di bilancio alla presenza dei media: “Un vero stratega è quel generale che riesce a vincere senza sparare un colpo. Come ha fatto finora il presidente Nicolas Maduro. Come faremo dispiegando in tutto il territorio il piano di difesa integrale, in perfetta unione civico-militare e utilizzando l’elemento sorpresa: la forza del popolo organizzato”.
Una “sorpresa” illustrata da Diosdado nel suo seguitissimo programma a cui hanno partecipato giovani dirigenti studenteschi. E in cui è comparso un “bambino ribelle” che correva per casa sventolando la bandiera bolivariana. 
 
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