Voto fine embargo USA all'ONU. L’Italia si astiene – Intervista a Stefania Ascari

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Voto fine embargo USA all'ONU. L’Italia si astiene – Intervista a Stefania Ascari

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di Camilla Costantini

Mercoledì 28 ottobre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha analizzato per la trentaquattresima volta il blocco imposto dagli Stati Uniti verso Cuba. La risoluzione A/81/L5, per la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario contro Cuba ha ottenuto 130 voti favorevoli, 17 contrari e 25 astenuti. Tra i Paesi che hanno deciso di astenersi dal voto c’è stata anche l’Italia.

A seguire, una riflessione della deputata Stefania Ascari sul significato politico dell’astensione italiana e sulle prospettive di superamento dell’embargo.

Nelle sedi internazionali l'Italia ha ribadito la propria vicinanza al popolo cubano e l'importanza degli aiuti umanitari, eppure si è astenuta sul voto per la fine del blocco economico. Di quale vicinanza concreta parliamo, quindi, se poi sul piano formale si sceglie di non votare contro le sanzioni?

È una contraddizione politica che considero gravissima. Non si può dichiarare solidarietà al popolo cubano e poi, nel momento in cui le Nazioni Unite chiedono di porre fine a un blocco economico che da oltre sessant'anni condiziona la vita di milioni di persone, scegliere di astenersi. Sono stata recentemente a Cuba con una carovana di solidarietà internazionale e ho potuto comprendere quanto le restrizioni economiche incidano sulla quotidianità delle persone. Quando mancano carburante, medicinali, attrezzature e risorse per garantire servizi essenziali, non siamo davanti a una questione astratta di politica internazionale. Parliamo della vita delle persone. Il Governo italiano riconosce persino che l'embargo produce conseguenze economiche e umanitarie negative. E allora perché non votare per chiederne la fine? Gli aiuti umanitari sono importanti, ma non possono diventare un modo per evitare di affrontare le cause che aggravano l'emergenza. La solidarietà non può essere soltanto dichiarata: deve tradursi in scelte politiche coerenti. L'Italia avrebbe dovuto votare a favore della risoluzione, come aveva fatto in passato. E avrebbe dovuto farlo in nome del diritto internazionale, della dignità umana e dell'autonomia della propria politica estera.

La Farnesina ha dichiarato: “deploriamo che la posizione di cuba contro l’Ucraina continui a essere incompatibile con i principi della Carta delle Nazioni Unite. Cuba ha votato contro la risoluzione dell’Assemblea Generale ONU il 24 febbraio 2026 che promuoveva un cessate il fuoco a una pace duratura in Ucraina”. Che valutazione dai a questa dichiarazione della Farnesina?

La considero una motivazione politicamente sbagliata, perché mette in relazione due questioni che devono essere affrontate nel rispetto degli stessi principi, senza trasformare la popolazione civile in uno strumento di pressione. La guerra in Ucraina deve finire. L'aggressione russa è una violazione del diritto internazionale e ogni iniziativa credibile per un cessate il fuoco e una pace giusta merita attenzione. Ma cosa c'entra tutto questo con il diritto del popolo cubano ad avere accesso a medicinali, carburante, cibo e beni essenziali? Se Cuba assume posizioni internazionali che il Governo italiano non condivide, quelle posizioni possono e devono essere criticate. Ma non si può utilizzare il dissenso diplomatico per giustificare il mancato sostegno alla fine di misure che colpiscono anche la popolazione civile. I diritti umani non possono essere difesi a seconda delle convenienze geopolitiche. Non possiamo invocare la Carta delle Nazioni Unite quando parliamo dell'Ucraina e poi ignorarne i principi di sovranità, non ingerenza e cooperazione internazionale quando parliamo di Cuba. Credo che la credibilità della politica estera italiana si misuri proprio nella capacità di applicare gli stessi principi a tutti, alleati e avversari.

Nonostante la maggioranza abbia votato a favore della risoluzione, il supporto è calato rispetto ai 165 voti favorevoli dell'anno precedente. L'ambasciatore statunitense Waltz ha espresso soddisfazione per questo cambio di rotta, definendolo il frutto del lavoro diplomatico degli USA. Alla luce di questo spostamento dell'asse diplomatico, ritiene possibile superare l'embargo finché diversi Paesi continueranno ad allinearsi alle direttive di Washington?

Il risultato del voto dimostra quanto sia forte la pressione geopolitica esercitata dagli Stati Uniti e quanto sia difficile, per molti Paesi, assumere posizioni realmente autonome. Ma c'è un dato che non dobbiamo dimenticare: 130 Stati hanno comunque votato per chiedere la fine dell'embargo. La maggioranza dell'Assemblea generale continua dunque a contestare queste misure. Il problema è che le risoluzioni dell'Assemblea generale non sono, da sole, sufficienti a cancellare la legislazione statunitense che sostiene il blocco.

Serve una volontà politica concreta, a partire dagli Stati Uniti, ma anche un ruolo più coraggioso dell'Unione europea.

L'Europa dovrebbe difendere con maggiore determinazione la propria autonomia economica e diplomatica, contrastando gli effetti extraterritoriali delle sanzioni statunitensi sulle imprese e sulle relazioni commerciali con Cuba. Non possiamo accettare che le decisioni di Washington determinino automaticamente le scelte degli altri Paesi. La diplomazia deve servire a costruire ponti, non a isolare intere popolazioni. E soprattutto dobbiamo chiederci quale risultato abbia prodotto un embargo che dura da oltre sessant'anni. Non ha risolto le questioni politiche che pretendeva di affrontare, mentre continua a pesare sulle condizioni economiche e sociali della popolazione. Un popolo non può essere tenuto sotto pressione economica per costringere il suo Governo a cambiare.

 

I democratici hanno vinto le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Secondo te, questa vittoria porterà a dei cambiamenti concreti?

Il risultato delle elezioni di metà mandato apre una nuova fase politica negli Stati Uniti. Il passaggio del controllo del Congresso ai democratici può modificare gli equilibri istituzionali e rendere più difficile per l'amministrazione Trump portare avanti alcune delle proprie scelte. Ma sarebbe sbagliato pensare che la vittoria democratica determini automaticamente la fine dell'embargo contro Cuba. La politica statunitense nei confronti dell'isola ha attraversato amministrazioni repubblicane e democratiche. Ci sono state aperture importanti, come quelle promosse da Barack Obama, ma anche arretramenti e nuove restrizioni. Per cambiare realmente le cose serve una decisione politica precisa, accompagnata da interventi legislativi. Mi auguro che il nuovo Congresso possa aprire un confronto serio sulla fine dell'embargo, sulle sue conseguenze umanitarie e sulla necessità di costruire relazioni internazionali fondate sul dialogo anziché sulla coercizione economica. Ma non possiamo delegare tutto alla politica americana.

Anche l'Italia e l'Unione europea devono assumersi le proprie responsabilità. I diritti del popolo cubano non possono dipendere esclusivamente da chi vince le elezioni negli Stati Uniti.

Sul piano pratico, l'Italia trae beneficio diretto dalla cooperazione con Cuba, come dimostra l'accordo in Calabria per l'impiego di circa 500 medici cubani a copertura delle carenze del nostro sistema sanitario. Come si concilia questa cooperazione bilaterale concreta nel settore della salute con la scelta politica di astenersi al voto sull'embargo?

È un'altra contraddizione che dovrebbe far riflettere profondamente il Governo. Quando il nostro sistema sanitario ha avuto bisogno di personale, Cuba ha contribuito mettendo a disposizione medici e competenze professionali. Professionisti che lavorano nei nostri ospedali e contribuiscono a garantire il diritto alla salute dei cittadini italiani. Questo dimostra quanto possa essere preziosa la cooperazione tra Paesi, anche quando esistono differenze politiche e istituzionali. E allora mi chiedo: come possiamo riconoscere il valore della sanità cubana quando abbiamo bisogno dei suoi medici e poi non sostenere, in sede internazionale, una risoluzione che chiede di eliminare ostacoli economici che incidono anche sul funzionamento del suo sistema sanitario?

Durante la missione a Cuba, uno degli aspetti che mi ha colpita maggiormente è stato proprio il rapporto tra le competenze delle persone e la scarsità delle risorse disponibili. Un sistema sanitario ha bisogno non soltanto di medici preparati, ma anche di farmaci, apparecchiature, energia elettrica, carburante per le ambulanze e materiali indispensabili per le cure. Non possiamo apprezzare la professionalità dei medici cubani e ignorare le difficoltà nelle quali sono costretti a lavorare nel loro Paese. La cooperazione sanitaria dovrebbe essere un ponte di solidarietà reciproca, non un rapporto nel quale riconosciamo il valore di Cuba soltanto quando è utile a noi.

Tu che hai avuto la possibilità di vedere con i tuoi occhi la situazione a Cuba, che realtà sta vivendo in questo momento la popolazione cubana?

Quello che porto dentro dopo questa missione sono soprattutto le persone. Quando si parla di Cuba si finisce spesso per discutere soltanto di governi, ideologie, rapporti con gli Stati Uniti e schieramenti internazionali. Ma dietro queste discussioni ci sono milioni di esseri umani. Ci sono famiglie che devono affrontare difficoltà enormi per procurarsi beni essenziali. Ci sono persone che convivono con la scarsità di carburante e con le conseguenze delle interruzioni dell'energia elettrica. E bisogna comprendere che la mancanza di carburante non significa semplicemente non poter utilizzare un'automobile. Significa rendere più difficile il trasporto dei malati, il funzionamento degli ospedali, la distribuzione del cibo, la raccolta dei rifiuti, l'approvvigionamento dell'acqua e il lavoro quotidiano. Ogni settore della vita viene coinvolto. La crisi cubana ha cause diverse, comprese difficoltà strutturali interne che non devono essere negate. Ma il blocco statunitense e le restrizioni finanziarie e commerciali aggravano una situazione già durissima, limitando ulteriormente le possibilità di risposta. Durante la carovana ho sentito ancora più forte il significato della solidarietà internazionale. Non quella fatta di dichiarazioni di circostanza, ma quella che si mette in viaggio, incontra le persone, ascolta, porta aiuti e cerca di rompere l'isolamento. Ho incontrato anche il presidente Miguel Díaz-Canel. Ma ciò che considero più importante di questa esperienza è aver potuto guardare oltre le dichiarazioni ufficiali, cercando di comprendere le conseguenze concrete della crisi sulla vita quotidiana. Non penso che difendere il popolo cubano significhi rinunciare a criticare il suo Governo o ignorare i problemi relativi ai diritti e alle libertà. Penso, al contrario, che la difesa dei diritti umani debba essere universale. E proprio per questo non possiamo accettare che le persone paghino il prezzo di uno scontro politico che dura da generazioni. Nessun bambino dovrebbe soffrire la fame, nessun malato dovrebbe rischiare di non ricevere cure e nessuna famiglia dovrebbe vivere nell'angoscia di non riuscire a procurarsi ciò che serve per vivere. Sono tornata da Cuba con una convinzione ancora più forte: non possiamo continuare a parlare di embargo come se fosse soltanto uno strumento diplomatico.

Dobbiamo parlare delle sue conseguenze umane. Perché dietro ogni sanzione che ostacola l'accesso ai beni essenziali ci sono persone, famiglie, bambini, anziani, malati. E il diritto alla salute, alla dignità e alla vita non può essere subordinato a nessun interesse geopolitico. È per loro che continuerò a chiedere la fine dell'embargo e una politica estera italiana capace di mettere davvero al centro la pace, la cooperazione e i diritti delle persone.

Camilla Costantini

Camilla Costantini

Studio filosofia all' Università "La Sapienza" di Roma. Una grande passione per il giornalismo. Per l'Antidiplomatico mi occupo di politica internazionale e di cinema
 

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