Elezioni USA: vittorie storiche per i nativi

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Elezioni USA: vittorie storiche per i nativi

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di Raffaella Milandri per l'AntiDiplomatico

Una donna del Pueblo di Laguna eletta governatrice, una Ojibwe al Senato, rappresentanti indigeni al Congresso e nelle assemblee statali. Le elezioni americane del 3 novembre 2026 segnano un passaggio storico. Ma mentre i Nativi conquistano nuovi spazi nelle istituzioni, la sovranità delle loro Nazioni continua a scontrarsi con il potere federale.

Il 3 novembre 2026 Deb Haaland, cittadina del Pueblo di Laguna, è stata eletta governatrice del New Mexico. Peggy Flanagan, appartenente alla White Earth Nation degli Ojibwe, ha conquistato un seggio al Senato degli Stati Uniti.

Nello stesso giorno, in South Dakota, Lonnie Provost, della Yankton Sioux Tribe, ha avuto bisogno dell'intervento di una giudice federale per poter votare indossando una maglietta con due semplici parole: «Natives Vote».

Nel 2024 gli era stata negata la scheda elettorale proprio per quella scritta. Due anni dopo, un'ordinanza d'urgenza gli ha permesso di presentarsi al seggio senza dover rinunciare al proprio messaggio.

Ecco l'America del suo 250° anniversario: elegge donne native ai vertici delle istituzioni, ma un cittadino indigeno deve ancora rivolgersi a un tribunale per difendere il diritto di invitare altri Nativi a votare.

Le elezioni di metà mandato hanno restituito ai democratici il controllo di entrambe le Camere del Congresso, infliggendo una sconfitta politica al Partito Repubblicano durante il secondo mandato di Donald Trump. Per le Nazioni indigene, tuttavia, il significato del voto non si esaurisce nello scontro fra democratici e repubblicani.

Appena quattro mesi prima, Trump aveva drasticamente ridotto il monumento nazionale di Bears Ears, nello Utah, e sciolto la commissione intertribale istituita per contribuire alla sua gestione. Un intervento che dimostra quanto le decisioni prese a Washington continuino a incidere sui territori, sulle risorse e sui luoghi culturali e spirituali delle Nazioni native.

Gli Indiani d'America stanno conquistando nuovi posti al tavolo del potere. Ma chi decide ancora a chi appartiene il tavolo? È questa la domanda che attraversa le elezioni del 2026.

Una partecipazione politica senza precedenti

Secondo il censimento condotto dalla testata indigena ICT insieme ad Advance Native Political Leadership, nelle primarie del 2026 sono state registrate 364 candidature indigene per 368 incarichi. Alle elezioni generali del 3 novembre erano presenti 225 candidati in trenta Stati, appartenenti a quasi cento diverse Nazioni e comunità indigene. Rispetto al 2016, le candidature censite sono aumentate di quasi il 400%.

Un dato particolarmente significativo riguarda le donne: 121 candidate contro 104 uomini. Una partecipazione femminile superiore a quella maschile, che si accompagna ai due risultati storici di Haaland e Flanagan.

Ma il quadro presenta un'altra caratteristica, forse ancora più interessante.

Circa metà dei candidati si è presentata nelle file democratiche, il 39% come indipendente o in competizioni non partitiche, mentre 23 erano repubblicani. Era presente anche una candidatura dei Verdi.

Sono numeri che contraddicono un'immagine particolarmente resistente nell'opinione pubblica: quella dei Nativi Americani come comunità politicamente omogenee, inevitabilmente progressiste, ambientaliste e ostili alla destra. Le Nazioni indigene sono società contemporanee, attraversate da differenze economiche, generazionali, religiose e ideologiche. Al loro interno convivono conservatori, socialisti, ambientalisti, sostenitori del libero mercato, attivisti della sovranità tribale e persone che non si riconoscono in nessuna delle grandi famiglie politiche americane.

Una pluralità perfettamente normale, che diventa sorprendente soltanto per chi continua a cercare gli Indiani d'America nei western o nelle proprie fantasie romantiche.

I Nativi non hanno il dovere di corrispondere alle aspettative politiche di chi li ammira. Hanno il diritto di scegliere, anche quando le loro scelte non piacciono.

Deb Haaland: dalla nonna deportata alla nipote governatrice

La vittoria più simbolica è quella di Deb Haaland, democratica, appartenente al Pueblo di Laguna, che ha sconfitto il repubblicano Gregg Hull diventando la prima donna nativa americana eletta governatrice di uno Stato degli USA. La sua storia comincia molto prima della sua nascita.

La nonna Helen aveva appena otto anni quando fu allontanata dalla famiglia e mandata in un collegio indiano, parte del sistema attraverso il quale le autorità americane cercavano di assimilare le nuove generazioni indigene alla società dominante. Anche la madre di Deb avrebbe frequentato lo stesso istituto.

Nel 2018 Haaland, insieme a Sharice Davids, divenne una delle prime due donne native americane elette al Congresso. Nel 2021 il presidente Joe Biden la nominò Segretaria degli Interni: era la prima persona nativa americana a ricoprire l'incarico di segretario di un dipartimento federale.

Il significato della nomina era evidente. Il Dipartimento degli Interni aveva avuto un ruolo centrale nell'amministrazione delle politiche di assimilazione e nella gestione dei rapporti fra il governo americano e le Nazioni tribali. Haaland avviò un'indagine federale sul sistema dei collegi indiani, promuovendo la raccolta di documenti e testimonianze sulle istituzioni che avevano allontanato generazioni di bambini dalle famiglie, dalle lingue e dalle culture d'origine.

La sera del 3 novembre 2026, durante il discorso della vittoria pronunciato al Route 66 Casino Hotel, di proprietà del Pueblo di Laguna, ha ricordato i campi coltivati dal nonno, i lavori della sua infanzia e quella strada lungo la quale sua nonna era stata portata via per frequentare il collegio.

Poi ha pronunciato poche parole: «Eppure siamo ancora qui».

Una frase che riassume, meglio di molte dichiarazioni politiche, il significato storico della sua elezione.

Ma Haaland non sarà governatrice soltanto per rappresentare un passato di persecuzioni. Dovrà affrontare problemi estremamente concreti: accesso all'acqua, risorse energetiche, sviluppo economico, sanità, istruzione, povertà e rapporti fra lo Stato e le Nazioni tribali.

Ha promesso di garantire ai leader indigeni una partecipazione effettiva alle decisioni che li riguardano.

Sarà questo uno dei criteri fondamentali con cui valutare il suo mandato.

Essere la prima governatrice nativa è un primato storico. Governare riconoscendo concretamente i diritti delle Nazioni native sarà una conquista politica ancora da dimostrare.

Peggy Flanagan: la prima donna nativa al Senato

In Minnesota, Peggy Flanagan, cittadina della White Earth Nation, ha sconfitto la repubblicana Michele Tafoya, conquistando il seggio lasciato libero dalla democratica Tina Smith.

È la prima donna nativa americana eletta al Senato federale.

Prima di lei altri politici di origine indigena avevano occupato seggi nella camera alta: Robert L. Owen, Cherokee; Charles Curtis, della Nazione Kaw; Ben Nighthorse Campbell, Northern Cheyenne; e Markwayne Mullin, cittadino della Cherokee Nation, che nel marzo 2026 ha lasciato il Senato per diventare segretario alla Sicurezza interna nell'amministrazione Trump. Il primato di Flanagan riguarda quindi la rappresentanza femminile indigena, assente dal Senato per tutta la sua storia precedente. Flanagan arriva a Washington dopo una lunga esperienza politica in Minnesota, dove è stata deputata statale e, dal 2019, vicegovernatrice.

Durante il discorso della vittoria ha ricordato il padre, Marvin ManyPenny, attivista indigeno, e una loro vecchia divergenza. Lui avrebbe voluto abbattere il sistema; lei intendeva cambiarlo dall'interno.

La contrapposizione attraversa da generazioni la storia politica dei Popoli Nativi.

Da una parte, la mobilitazione contro il potere federale e le sue politiche coloniali. Dall'altra, il tentativo di trasformare le istituzioni partecipando alle loro decisioni. Due strategie spesso complementari, ma non sempre prive di tensioni. Flanagan rappresenta una delle espressioni più visibili della seconda strada.

La sua elezione assume un significato particolare perché il Senato esercita un ruolo decisivo sulle leggi federali, sulle nomine e sulle risorse destinate alla sanità, all'istruzione e ai programmi che coinvolgono le Nazioni tribali.

Per la prima volta una donna indigena parteciperà a queste decisioni come senatrice.

Il fatto non garantisce che tutte le rivendicazioni delle Nazioni native troveranno ascolto. Ma introduce in una delle istituzioni più potenti degli Stati Uniti un'esperienza politica e personale rimasta finora esclusa dalla sua rappresentanza femminile.

Il Congresso: da una socialista nativa ai repubblicani dell'Oklahoma

Le elezioni del 2026 confermano anche la presenza di deputati indigeni appartenenti a schieramenti politici molto differenti. In Kansas è stata rieletta Sharice Davids, della Ho-Chunk Nation, democratica, prima donna nativa eletta al Congresso insieme a Haaland nel 2018. Ex atleta professionista di arti marziali miste, Davids ha costruito la propria attività parlamentare su infrastrutture, economia, assistenza sanitaria e diritti elettorali.

A New York ha vinto Claire Valdez, cittadina dello Ysleta del Sur Pueblo, socialista e sostenuta dai Democratic Socialists of America. Ex organizzatrice sindacale, Valdez è stata eletta nel settimo distretto congressuale, fra Brooklyn e Queens, dopo un'esperienza nell'Assemblea dello Stato di New York. Il suo programma si concentra sui diritti dei lavoratori, sulle disuguaglianze economiche e sulla crisi abitativa.

La sua vittoria ricorda una realtà ancora troppo spesso ignorata: i Nativi Americani non vivono soltanto nelle riserve. Partecipano alla vita delle metropoli, ai sindacati, ai movimenti sociali e alla politica urbana.

La presenza indigena a New York non è un'anomalia della modernità. È parte della storia e della realtà contemporanea dei Popoli Nativi.

In Oklahoma lo scenario politico cambia completamente. Qui sono stati rieletti due deputati repubblicani: Tom Cole, cittadino della Chickasaw Nation, e Josh Brecheen, di ascendenza Choctaw.

Cole rappresenta il quarto distretto dal 2003 ed è il deputato nativo americano con la maggiore anzianità di servizio alla Camera. Nel corso della propria carriera ha ricoperto incarichi di grande influenza, fra cui la presidenza della Commissione per gli stanziamenti, fondamentale per la distribuzione delle risorse federali.

Brecheen appartiene invece all'area conservatrice del Partito Repubblicano.

Davids, Valdez, Cole e Brecheen hanno origini indigene, ma non condividono necessariamente un programma politico o una visione del rapporto fra Stato federale e Nazioni tribali. La loro presenza dimostra quanto sia improprio trattare l'identità indigena come un orientamento ideologico.

Essere Nativi Americani non significa appartenere a un partito. E appartenere a una Nazione indigena non rende automaticamente le proprie decisioni favorevoli agli interessi di quella Nazione.

L'Oklahoma e il paradosso del potere indigeno conservatore

La vittoria di T.W. Shannon, cittadino della Chickasaw Nation, eletto vicegovernatore dell'Oklahoma, introduce un altro elemento di complessità. Shannon è un repubblicano, sostenitore di Donald Trump, dal quale ha ricevuto l'appoggio durante la campagna elettorale. Già presidente della Camera statale, ha ricoperto incarichi nel settore bancario ed è stato responsabile di Black Voices for Trump.

Il suo programma insiste su riduzione delle tasse, sicurezza pubblica, sostegno alle imprese e valori conservatori.

Sempre in Oklahoma è stato eletto Brad Boles, di ascendenza Cherokee, alla Corporation Commission, organismo che regola settori economicamente strategici come petrolio, gas, energia elettrica e servizi pubblici.

È significativo che questi risultati arrivino proprio dall'Oklahoma. Buona parte del suo territorio fu destinata nell'Ottocento alle Nazioni indigene trasferite forzatamente dall'Est degli Stati Uniti, prima di essere progressivamente sottoposta a politiche di assegnazione delle terre, insediamento coloniale e riduzione dell'autonomia tribale.

Oggi politici indigeni occupano posizioni rilevanti nelle istituzioni dello stesso Stato.

Ma la presenza di uomini e donne nativi nei luoghi del potere non rappresenta, di per sé, una garanzia di emancipazione delle Nazioni tribali. La storia americana offre un precedente illuminante.

Charles Curtis, membro della Nazione Kaw, fu vicepresidente degli Stati Uniti dal 1929 al 1933, durante l'amministrazione di Herbert Hoover. Era stato senatore e leader della maggioranza repubblicana. Ma fu anche promotore del Curtis Act del 1898, una legge che contribuì a smantellare le istituzioni di autogoverno delle Nazioni indigene dell'allora Territorio Indiano e ad accelerare la frammentazione delle terre tribali.

Un uomo di origine nativa contribuì dunque ad attuare politiche profondamente dannose per l'autonomia di diverse Nazioni indigene. Non è una contraddizione da nascondere, ma una lezione storica da ricordare: l'identità di un politico non costituisce una prova delle conseguenze delle sue decisioni.

Oltre Washington: il potere si conquista anche negli Stati

Il successo delle candidature indigene non riguarda soltanto il Congresso e le grandi cariche federali.

Nel Minnesota è stata rieletta Mary Kunesh, discendente della Standing Rock Sioux Tribe, al Senato statale. Ha ottenuto un nuovo mandato anche Alicia “Liish” Kozlowski, persona non binaria e Two Spirit di ascendenza Ojibwe e messicana, già protagonista di un primato nella rappresentanza politica del Minnesota.

Nel New Mexico sono stati riconfermati diversi rappresentanti indigeni, fra cui Derrick Lente, dei Pueblo di Sandia e Isleta, Doreen Wonda Johnson e Michelle Paulene Abeyta, entrambe Diné. È stata inoltre eletta Sharon Clahchischilliage, repubblicana Diné, alla Public Education Commission.

Il New Mexico conferma così una presenza indigena significativa non soltanto al vertice del governo, ma anche nelle istituzioni legislative ed educative.

Le assemblee statali intervengono su istruzione, sanità, ambiente, giustizia e politiche territoriali. Decisioni spesso meno visibili di quelle del Congresso, ma dalle conseguenze immediate per le comunità.

In Montana, Alaska e Arizona si registra una consistente partecipazione di candidati appartenenti alle Nazioni Blackfeet, Northern Cheyenne, Crow, Diné, Pascua Yaqui e a numerose altre comunità indigene.

Il censimento definitivo degli eletti nelle legislature statali e nelle amministrazioni locali richiederà il completamento degli scrutini, ma la dimensione del fenomeno è già evidente.

La partecipazione indigena sta crescendo proprio nei luoghi in cui si decide gran parte della vita quotidiana delle comunità, lontano dai riflettori di Washington.

Le sfide ancora aperte: Alaska, Arizona e Michigan

Tre competizioni federali restano particolarmente importanti.

In Alaska, Mary Peltola, Yup'ik, già prima persona Alaska Native eletta alla Camera dei Rappresentanti, contende al repubblicano Dan Sullivan un seggio al Senato. Una sua vittoria la renderebbe la prima persona Alaska Native eletta senatrice federale. I risultati provvisori del 4 novembre mostrano una competizione estremamente serrata, con Sullivan leggermente avanti in uno degli aggiornamenti disponibili. Il conteggio potrebbe protrarsi fino al 18 novembre, data prevista per l'eventuale redistribuzione delle preferenze nel sistema elettorale a voto ordinato. Sempre in Alaska concorre per la Camera Bill Hill, Dena'ina Athabascan, come indipendente.

In Arizona, Jonathan Nez, Diné ed ex presidente della Navajo Nation, sfida il repubblicano Eli Crane nel secondo distretto congressuale. Nez aveva già tentato di conquistare il seggio nel 2024. La sua candidatura presenta una caratteristica particolare: arriva alla politica federale dopo aver esercitato responsabilità di governo all'interno della propria Nazione. Uno degli aggiornamenti ufficiali del 4 novembre gli attribuiva un vantaggio di appena 302 voti. Uno scarto troppo ridotto per dichiarare conclusa la competizione.

In Michigan, Sean McCann, cittadino della Citizen Potawatomi Nation ed ex senatore statale, è impegnato contro il repubblicano Bill Huizenga per il quarto distretto congressuale. Anche qui i dati disponibili non consentono ancora un'assegnazione definitiva del seggio. Per queste candidature, proprio perché i risultati potrebbero modificare ulteriormente il quadro della rappresentanza indigena, è indispensabile distinguere le proiezioni elettorali dalle vittorie accertate.

Nel 2026 bisogna ancora difendere il diritto di votare

La storia del diritto di voto dei Nativi Americani contiene una contraddizione spesso ignorata.

Nel 1924, con l'Indian Citizenship Act, il Congresso riconobbe la cittadinanza americana ai Nativi nati negli Stati Uniti che ancora non la possedevano. Ma la cittadinanza non significò automaticamente la possibilità di votare.

Diversi Stati continuarono a escludere gli elettori indigeni attraverso norme discriminatorie e ostacoli amministrativi. Nel New Mexico fu necessario attendere il 1948, quando Miguel Trujillo, veterano della Seconda guerra mondiale e membro del Pueblo di Isleta, ottenne una storica vittoria giudiziaria contro l'esclusione dal voto. Le discriminazioni formali sono state progressivamente abolite, ma persistono difficoltà concrete: distanze dai seggi, assenza di indirizzi postali convenzionali in alcune comunità, problemi di riconoscimento dei documenti tribali e accesso insufficiente ai servizi elettorali nelle aree rurali più isolate.

Il caso di Lonnie Provost, risolto con un intervento giudiziario il giorno stesso delle elezioni, rende queste contraddizioni particolarmente evidenti. La sua maglietta non sosteneva un partito né un candidato. Invitava soltanto i Nativi a votare. Eppure, per indossarla nel seggio, è stato necessario l'intervento di una giudice federale. Il problema non era quale candidato Provost volesse votare. Era che qualcuno pretendeva di decidere quali parole potesse portare addosso mentre esercitava un diritto costituzionale.

Il nodo decisivo: rappresentanza e sovranità non sono la stessa cosa

Esiste infine una distinzione fondamentale, senza la quale qualsiasi analisi politica sulle elezioni indigene rimane incompleta. I Popoli Nativi non sono soltanto minoranze etniche all'interno degli Stati Uniti.

Le Nazioni tribali riconosciute federalmente sono entità politiche dotate di una sovranità originaria, precedente alla nascita dello Stato americano, riconosciuta e al tempo stesso profondamente limitata dall'ordinamento federale. Al gennaio 2026, il Bureau of Indian Affairs ne riconosce 575.

Il loro rapporto con Washington riguarda trattati, territori, giurisdizione, autogoverno, gestione delle risorse e obblighi giuridici del governo federale.

Non si tratta semplicemente di garantire una maggiore presenza delle minoranze nelle istituzioni.

La rappresentanza politica può contribuire a modificare decisioni e rapporti di forza. Ma non sostituisce il diritto delle Nazioni indigene a governare sé stesse. Il caso di Bears Ears è particolarmente significativo.

Nel luglio 2026 Trump ha ridotto il monumento nazionale dello Utah da circa 1,36 milioni a 121.100 acri. La Casa Bianca ha giustificato il provvedimento richiamando una gestione più efficiente dei territori e la disponibilità di risorse naturali. La proclamazione ha inoltre sciolto la Bears Ears Commission, organismo attraverso il quale cinque Nazioni tribali partecipavano formalmente al confronto sulla gestione del monumento.

Restano altri obblighi e strumenti di consultazione, ma viene meno quella specifica struttura intertribale.

Ecco il problema.

Mentre cresce il numero degli eletti indigeni, il governo federale continua a esercitare poteri determinanti su territori che custodiscono siti sacri, memorie storiche e risorse fondamentali per le Nazioni native.

Una governatrice indigena non può automaticamente impedire decisioni federali contrarie agli interessi tribali. Una senatrice nativa non sostituisce gli organi di governo delle Nazioni riconosciute. E la presenza di politici indigeni nei due grandi partiti non garantisce che i trattati vengano rispettati.

La storia degli Stati Uniti dovrebbe aver insegnato quanto sia pericoloso scambiare l'integrazione individuale nelle istituzioni con il pieno riconoscimento dei diritti collettivi.

Le elezioni del 3 novembre segnano un avanzamento reale della partecipazione politica indigena. Haaland e Flanagan hanno conquistato cariche mai raggiunte prima da donne native. Altri candidati, democratici e repubblicani, hanno ottenuto o conservato incarichi di grande responsabilità. È un cambiamento significativo in un Paese che ha costruito una parte considerevole della propria espansione territoriale attraverso l'espropriazione delle terre indigene e la subordinazione delle loro istituzioni. Ma sarebbe prematuro trasformare queste vittorie in una celebrazione della giustizia finalmente raggiunta. Perché la rappresentanza consente di partecipare alle decisioni di uno Stato. La sovranità riguarda il diritto di una Nazione a decidere per sé.

Gli Stati Uniti stanno imparando a eleggere i Nativi Americani ai vertici delle proprie istituzioni. La prova più difficile sarà riconoscere fino in fondo il diritto delle Nazioni native a governare sé stesse.

Nota redazionale: analisi aggiornata al 4 novembre 2026. Le competizioni elettorali ancora aperte sono esplicitamente segnalate. I dati sulle candidature non devono essere confusi con il numero degli eletti.

© Raffaella Milandri – L’AntiDiplomatico, 2026.

La citazione di brevi estratti è consentita con esplicita indicazione dell'autrice, della testata e/o del link all'articolo originale. La riproduzione integrale o di parti sostanziali del testo richiede preventiva autorizzazione.

Raffaella Milandri

Raffaella Milandri

 

Raffaella Milandri è scrittrice, giornalista e antropologa di formazione, impegnata da anni nella difesa dei diritti umani dei Popoli Indigeni. Studia e divulga in Italia la storia, la cultura e la letteratura dei Nativi Americani, con attenzione tanto alla memoria storica quanto alle questioni contemporanee. È membro onorario della Four Winds Cherokee Tribe della Louisiana e della Crow Tribe del Montana. Ha pubblicato oltre dieci libri dedicati ai Nativi Americani e ai Popoli Indigeni, tra cui Nativi americani. Guida alle tribù e riserve indiane degli Stati Uniti, Nativi Americani. Guida a Miti, Leggende e Preghiere e Le scuole residenziali indiane. Le tombe senza nome e le scuse di Papa Francesco. Cura inoltre traduzioni e opere di autori nativi. Conduce il programma radiofonico “Nativi Americani ieri e oggi” e firma la rubrica “Nativi” su L’AntiDiplomatico.

 

 

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