Torture dei prigionieri palestinesi. "La WMA non sospende i medici israeliani"
L'Associazione medica mondiale (WMA) ha respinto la richiesta di sospendere l'Associazione medica israeliana (IMA), ignorando le rivelazioni giunte da un informatore che chiamano in causa camici bianchi israeliani nelle torture ai danni di prigionieri palestinesi. A renderlo noto, lo scorso 4 novembre, è stata la testata Middle East Eye (MEE).
"Sia la WMA sia l'IMA continuano a rifiutarsi di indagare sulle innumerevoli segnalazioni inoltrate direttamente da diverse organizzazioni per i diritti umani, documenti che attestano le violenze e le uccisioni di personale sanitario", ha denunciato ai microfoni di MEE il dottor Jonathan Fluxman, medico di base britannico a riposo, di origine ebraica, tra i promotori del movimento IMA Out!.
"Si tratta di una condotta che dura da tre decenni: la WMA ha costantemente insabbiato i dossier sulle torture imputate a Israele", ha aggiunto il medico, precisando: "Stanno adottando la medesima linea dei governi americano e britannico, garantendo a Israele una totale impunità di fronte a un genocidio. A mio parere, la WMA è a tutti gli effetti complice del ruolo ricoperto dall'IMA in questi eventi".
Lo scorso mese, durante l'Assemblea Generale della WMA a Rotterdam, è stata formata e consegnata una petizione sottoscritta da 6.500 operatori della sanità. I firmatari hanno sollecitato la radiazione dell'IMA in ragione del coinvolgimento dei suoi appartenenti nei maltrattamenti contro i detenuti palestinesi e nelle azioni belliche a Gaza.
Parallelamente, la Fondazione Hind Rajab (HRF) ha depositato un esposto presso la Corte penale internazionale (CPI), chiedendo un'inchiesta ufficiale sulle responsabilità dei medici israeliani, dei vertici dell'IMA e dei rappresentanti dei ministeri della Salute e della Difesa negli abusi inflitti ai palestinesi. L'iniziativa rende l'IMA il primo organo aderente alla WMA ad essere mai stato deferito alla magistratura internazionale.
Diverse testimonianze provenienti da Sde Teiman — base militare ubicata nel deserto del Negev, convertita in centro di detenzione e tortura nelle prime fasi dell'offensiva a Gaza nell'ottobre 2023 — hanno portato a galla soprusi e maltrattamenti sistematici a danno dei reclusi.
I racconti dei prigionieri descrivono condizioni degradanti: costretti alla svestizione, incatenati, obbligati a indossare pannoloni in assenza di servizi igienici, privati dell'assistenza sanitaria di base e persino sottoposti ad amputazioni senza somministrazione di anestetico. I superstiti hanno inoltre testimoniato di atroci violenze sessuali di gruppo per mezzo di spranghe di metallo incandescenti, manganelli elettrificati e svariati oggetti.
All'interno di questo impianto Israele ha segregato migliaia di palestinesi catturati a Gaza — in massima parte civili, tra cui medici, infermieri e soccorritori — avvalendosi della legislazione sui "combattenti illegittimi", una norma che cancella le garanzie procedurali fondamentali e autorizza la detenzione a tempo indeterminato senza formale imputazione né processo.
Sul fronte etico, la condotta dei vertici resta al centro delle critiche: il dottor Liav Goldstein, responsabile dell'etica all'interno dell'IMA nonché capo dell'unità medica del servizio penitenziario, ha avallato il regime di privazione alimentare imposto a migliaia di detenuti palestinesi a partire dall'ottobre 2023. Da parte sua, l'IMA non ha adottato alcun provvedimento di condanna verso gli 81 medici israeliani che avevano firmato un appello a favore dei bombardamenti sulle strutture ospedaliere della Striscia.
"L'Associazione medica mondiale deve chiarire pubblicamente le ragioni per cui un'organizzazione che ha fatto da scudo istituzionale alla pratica della tortura possa ancora sedere al suo tavolo", ha incalzato Dyab Abou Jahjah, direttore generale della Fondazione HRF.
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