Alberto Negri - Azeri e armeni, una guerra vicina e che ci interessa

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Per Erdogan la guerra in Nagorno Karabakh è un'altra occasione per estendere la sua politica neo-ottomana anche nel Caucaso e assumere un ruolo sempre più importante: anche qui questo membro della Nato si confronta con la Russia come in Siria e Libia. Il dilemma americano e dell'Alleanza.




di Alberto Negri - Quotidiano del Sud


Perché una guerra remota e incancrenita tra armeni e azeri nel Nagorno Karabakh dovrebbe interessarci? Ce lo dovrebbe saper spiegare il segretario di stato Usa Mike Pompeo che arriva oggi in Italia. Questo conflitto potrebbe essere il nuovo banco di prova per gli scenari futuri.

Quella del Nagorno Karabakh, una regione di poche migliaia di chilometri quadrati e 140mila abitanti _ in maggioranza armeni _ è il più lungo conflitto ereditato dall’era post-sovietica. La chiamano anche la “guerra dei trent’anni”: si presenta come un conflitto tra cristiani e musulmani ma anche come l’ennesimo confronto, dopo quello in Siria e in Libia, tra la Russia, sponsor dell’Armenia, e la Turchia grande protettrice dell’Azerbaijan. Ma le implicazioni sono molto più vaste: la Turchia è un Paese della Nato e nell’intricata vicenda sono coinvolti, più o meno direttamente, stati dalla geopolitica ribollente come la Georgia e l’Iran. Se gli Stati Uniti decidessero di appoggiare la Turchia in funzione anti-russa ecco che la questione del Nagorno Karabakh diventerebbe assai più rilevante.

Oltre tutto la regione è attraversata da interessi economici di primo piano legati alle pipeline: l’Azerbaijan con il gasdotto che arriverà anche in Italia punta a diventare un fornitore importante nei Balcani e in Europa facendo in parte concorrenza anche al gas russo al centro delle grandi manovre che oggi agitano l’Europa, dalla Bielorussia al caso Navalny. Ecco alcune delle ragioni perché un conflitto lontano e in gran parte ignorato può diventare una questione di bruciante attualità.

Questa guerra dimenticata comincia ancora prima del crollo del Muro di Berlino e della fine dell’Unione sovietica. Siamo infatti nel 1988 quando gli armeni del governo del Nagorno chiedono di passare dalla repubblica sovietica dell’Azerbaijan a quella, sempre sovietica, dell’Armenia.

Gli armeni di questa regione hanno sempre rifiutato l’”azerificazione” voluta da Stalin negli anni Venti quando li aveva obbligati a entrare nella repubblica di Baku. Fu così che con la dissoluzione dell’Urss gli armeni del Nagorno si autoproclamarono repubblica indipendente facendo esplodere la guerra tra l’Armenia e l’Azerbaijan: in sei anni sulle montagne e gli altipiani di questa parte del Caucaso si è combattuto un conflitto che ha fatto almeno 30mila morti.

Fino alla tregua siglata nel 1994, 26 anni fa, che in realtà è stata costellata da continue violazioni del cessate il fuoco che hanno contribuito a mantenere alta la tensione. Ora lo scontro si è riacceso. Le prime scintille dell’incendio risalgono alla primavera di quest’anno poi a luglio, sfruttando l’emergenza Covid e l’assenza sul campo dei funzionari Osce, che dovrebbero monitorare la tregua, gli azeri hanno ricominciato a soffiare sul fuoco. Gli armeni non sono certo degli angeli ma gli azeri si sono pesantemente riarmati per sostenere un nuovo conflitto e riprendersi il Nagorno: in un decennio le spese militari di Baku sono aumentate del 500 per cento, grazie anche agli introiti delle vendite di gas e petrolio.

Baku, come già ha fatto la Libia di Sarraj, si è buttata nelle braccia della Turchia che fornisce assistenza militare diretta, come del resto fa anche la Russia con l’Armenia. Ma secondo Yerevan e alcuni siti specializzati l’Azerbaijan ha ricevuto dalla Turchia anche l’invio di mercenari già impiegati in Libia e in Siria, oltre ai droni che hanno cambiato la faccia del conflitto libico e portato alla sconfitta del generale Haftar nell’assedio di Tripoli.

Per ora sono falliti i tentativi diplomatici di ricomporre il conflitto. Stati Uniti, Francia e Russia, che guidano ala mediazione del gruppo di Minsk dell’Osce, non sono mai riusciti a portare la pace tra Baku e Yerevan. La stessa Russia vorrebbe un mantenimento dello status quo e non ha mai riconosciuto la repubblica armena del Nagorno. Agli occhi di Putin un nuovo conflitto con la Turchia potrebbe minacciare gli accordi che Mosca sta tentando di raggiungere con Erdogan sia in Siria che in Libia, dove russi e turchi vorrebbero spartirsi in zone di influenza l’ex colonia italiana. Inoltre Mosca intrattiene affari importanti con Ankara soprattutto nel settore del gas (Turkish Stream) e non vuole irritare troppo il Sultano turco.

Il pericolo è che Erdogan veda nella guerra in Nagorno una nuova occasione per estendere il raggio d’azione della sua politica neo-ottomana anche nel Caucaso e assumere un ruolo sempre più importante: come membro storico della Nato Ankara si confronta aspramente con altri Paesi dell’Alleanza sia in Libia (Francia) che nel Mediterraneo orientale (Grecia). Non è un caso che Pompeo prima di arrivare a Roma abbia fatto tappa ad Atene. Ecco perché il Nagorno non è poi così lontano.

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