L'escalation ombra della NATO ed il (terribile) bivio di Mosca
di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico
Da sempre chi scrive è considerato un filorusso. In realtà riconoscere da sempre le evidenti ragioni, politiche, strategiche, militari e storiche della Russia in relazione alla crisi ucraina non significa essere filorussi; semplicemente significa fare una disamina il più possibile onesta dei fatti. Allo stesso modo dopo cinque anni di conflitto la tesi che la Russia non sta vincendo la guerra può apparire come una provocazione ma in realtà è una disamina il più possibile onesta e “prospettica” della realtà.
Certamente la Russia ha incamerato grandi guadagni territoriali soprattutto all'inizio del conflitto quando poté contare sull'effetto sorpresa e sulla evidente non preparazione dell'Ucraina e dell'Occidente alla guerra. Ma con il passare dei mesi e degli anni il conflitto si è sempre di più trasformato in una terrificante guerra d'attrito dove anche la trincea è diventata parte integrante del campo di battaglia come cento anni fa durante la Prima Guerra Mondiale. Per paradosso ad aver riportato all'indietro le lancetta della storia militare è stato l'ultimo ritrovato della guerra convenzionale: il drone, inteso in tutte le sue accezioni. Droni a lungo raggio, droni spia, proiettili voltanti e i micidiali sul campo di battaglia droni FPV a basso costo e i droni collegati al pilota grazia a sottili cavi in fibra ottica lunghi anche decine di km e che sono resistenti ai disturbi jamming.
Un armamentario che ha reso sostanzialmente impossibile l'organizzazione dei grandi assembramenti di uomini e mezzi corazzati dietro le linee, necessari a sferrare grandi attacchi capaci di aprire una breccia consistente nelle linee nemiche e quindi in grado di far dilagare l'esercito attaccante dietro le linee così come fecero gli austro-ungarici e i tedeschi a Caporetto contro le truppe italiane. Simili assembramenti umani e grandi colonne corazzate nel conflitto ucraino sono diventati bersagli inermi contro le ondate di droni nemici. Fatalmente, dunque, la guerra ucraina si è trasformata in una guerra d'attrito dove la resilienza è l'unica caratteristica che conta per vincere la guerra o quantomeno per non perderla. Proprio per questo la logica della demolizione della capacità di resistere è la linea strategica di fondo che ormai da anni muove le mosse dei russi: continui ed estenuanti bombardamenti aerei, con missili balistici e da crociera e con enormi sciami di droni a lungo raggio contro tutte le infrastrutture logistiche ucraine: centrali elettriche, dighe, depositi di gas, impianti industriali, ferrovie sono state bersagliate con la finalità di paralizzare l'Ucraina nel suo sforzo bellico.
A distanza di almeno quattro anni dall'inizio di questa strategia bisogna domandarsi se stia funzionando e se stia portando a risultati appropriati alla finalità reale (la demolizione della capacità e della volontà di resistere di Kiev) e dunque al di là del contingente, ovvero i guadagni territoriali sulla linea del fronte. La risposta spassionata non può che essere una: no, la strategia russa non sta raggiungendo gli obbiettivi reali preposti.
Gli ucraini nonostante tutto continuano a combattere e anzi, con il passare dei mesi hanno anche essi affinato le capacità di produzione e di utilizzo dei droni. E anzi, con il passare dei mesi hanno implementato capacità offensive di primaria importanza riuscendo a colpire ormai a oltre 1000 km dalla linea del fronte, anche oltre gli Urali. Ad essere colpiti sono infatti sempre di più impianti industriali strategici dell'apparato industrial-militare ed impianti energetici e petrolchimici. I primi obbiettivi hanno il chiaro intento di “disturbare” lo sforzo bellico russo mentre i secondi hanno l'intento di ridurre la capacità produttiva russa nel suo settore principe: quello energetico. Che la strategia stia funzionando è al di fuori di ogni ragionevole dubbio: gli attacchi dronici ucraini si susseguono (così come quelli russi per carità) e diventano sempre più massivi così da saturare le difese aeree russe e riuscire a colpire i target stabiliti anche a centinaia di Km di distanza dal confine russo-ucraino.
Come sia stato possibile per Kiev raggiungere questo risultato straordinario è spiegabile solo con il sostegno della Nato. Un supporto che ormai non è più solo finanziario, logistico, militare ma anche produttivo. La produzione dei droni ucraini è infatti sempre di più appannaggio di Joint-Ventures tra paesi europei (Germania, Francia, Inghilterra e Italia per esempio) e Ucraina e dove le produzioni avvengono negli stabilimenti dei paesi Nato. La differenza tra il produrre in territorio ucraino o in territorio Nato non è da poco conto: se si produce “sotto la bandiera” di uno dei paesi dell'Alleanza Atlantica gli impianti industriali sono scudati dagli attacchi russi che comporterebbero una immediata reazione dell'Alleanza innescando così una grande guerra europea; cosa questa di cui sono ben consci a Mosca che almeno per il momento se ne guardano bene dal farlo. L'aver trasformato di fatto l'intero territorio della Nato in una immensa retroguardia dell'Ucraina ha completamente cambiato l'inerzia della guerra invertendo la “Escalation Dominance” fino ad ora in mano ai russi.
Ai russi non rimane che controscalare accettando però una devastante guerra europea che coinvolga la Nato contro la Russia oppure trovare una via d'uscita diplomatica al conflitto. In questa logica va letta ovviamente anche la dichiarazione di Putin del 9 Maggio nella quale ha proposto l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder come intermediario tra la Russia e l'Europa. Segno evidente che lo Zar ha chiaro che una contro-scalata russa alla mossa della Nato rischia di essere troppo onerosa e troppo pericolosa.
Il fatto drammatico è che la Nato non sembra disposta a fermarsi: infatti gli stessi USA che starebbero pronti per firmare una Join Venture per la produzione di droni con l'Ucraina aggiungendo al colossale apparato produttivo che supporta Kiev anche aziende di oltreatlantico. Da aggiungere inoltre che gli USA hanno calato un ulteriore asso a vantaggio di Kiev: il supporto di Palantir che fornirà all'esercito ucraino dati e bersagli per la sua guerra dronica aumentandone così l'efficacia. Anche Berlino però ha appena gettato un asso a vantaggio dell'Ucraina: la società del settore difesa Rheinmetall ha infatti annunciato che sta avviando la produzione congiunta di missili da crociera Ruta Block 2 con l'Ucraina. A tal fine, l'azienda collaborerà con la startup ucraina Destinus, registrata nei Paesi Bassi. La produzione in serie dovrebbe iniziare alla fine del 2026 o all'inizio del 2027. Il missile ha una portata dichiarata di fino a 700 chilometri. La testata pesa circa 250 chilogrammi. Questo missile da crociera è presumibilmente stealth ai radar e in grado di volare a quote estremamente basse, seguendo il terreno. Diciamo che, molto probabilmente i tedeschi hanno trovato il modo per legalizzare il trasferimento dei loro missili Taurus in Ucraina. Né Merz né il suo predecessore, Scholz, hanno dato il via libera alla consegna ufficiale di questi missili da crociera. L'utilizzo di una società fittizia ucraina consente però a Berlino di armare l'Ucraina rimanendo formalmente in disparte. Grosso modo, i missili smontati verranno portati in Ucraina, rimontati, etichettati come "Made in Ukraine" e pronti all'uso, sempre che questo lavoro di “montatura e riverniciatura” non avvenga direttamente nei Paesi Bassi visto che la società ucraina ha provvidenzialmente sede proprio in questo paese europeo. Va inoltre ricordato che questa strategia è stata già utilizzata da Gran Bretagna ed Emirati Arabi per fornire a Kiev il missile da crociera FP-5 ridenominato dagli ucraini FP-5 Flamingo. Da notare che anche questo missile ha capacità di colpire in profondità la Russia avendo una gittata stimata di circa 3000 km.
E' chiaro che in una simile situazione l'inerzia del conflitto è completamente cambiata e alla Russia non rimangono che poche scelte: continuare con la guerra di logoramento sempre di più disfunzionale perché Kiev, più passa il tempo, e più aumenta le sue capacità offensive, grazie al settore militare-industriale dei paesi Nato a sua disposizione, oppure cerca una via d'uscita diplomatica come sembrano suggerire le dichiarazioni del sempre più moderato Putin oppure ancora si procede al bombardamento degli “stabilimenti ucraini” in territorio Nato come vorrebbe la sempre più nutrita schiera dei falchi presenti in Russia.
Per quanto riguarda i falchi russi va detto che ormai al super falco Karaganov si è aggiunta anche Elena Panina, ascoltatissima direttore dell'Istituto di Strategie Politiche ed Economiche Internazionali di Mosca, che ha chiesto apertamente la “disattivazione della Nato” con la seguente giustificazione: “Solo la creazione di costi diretti per i paesi della NATO può costringerli a uscire dal conflitto per procura con la Russia. E per questo è necessario che il conflitto si sposti oltre i confini dell'Ucraina”. Da notare inoltre che Elena Panina chiede anche l'utilizzo di armi atomiche per l'attacco alla Nato essendo queste, secondo la sua visione le sole che possono dare un vantaggio strategico alla Russia sulla Alleanza Atlantica.
Da notare che lo stesso Lavrov in un incontro con i leader delle ONG russe avvenuto il 24 Aprile a Mosca ha dichiarato: “L'era dell'ibridazione per procura è finita: le maschere sono cadute”.
Il tempo sta scadendo.


