Eurovision. Voti truccati da Israele e l'inganno burocratico dell'EBU

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Eurovision. Voti truccati da Israele e l'inganno burocratico dell'EBU

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di Agata Iacono 

 

Non è notizia di banale gossip quella dei voti truccati all'Eurovision Song Contest. È la vetrina più evidente di un'operazione di hasbara – la propaganda ufficiale israeliana – pianificata e messa in atto su tutti i fronti per manipolare l'opinione pubblica, imporre una sorta di immagine positiva e normalizzare ciò che molti osservatori internazionali definiscono come il massacro quotidiano di bambini, donne, anziani, giornalisti, medici e operatori umanitari a Gaza, Cisgiordania, Libano, Iran e Yemen.

Secondo un'inchiesta del New York Times, il governo di Benjamin Netanyahu avrebbe stanziato quasi un miliardo di dollari in propaganda e pratiche speculative per influenzare il concorso canoro, in una strategia che alcuni hanno definito «genocide-washing»: l'uso dell'intrattenimento per ripulire l'immagine di uno Stato sotto accusa per crimini internazionali.

Le cifre parlano chiaro. Il Ministero degli Esteri israeliano ha ricevuto, solo nel 2025, un budget di mezzo miliardo di shekel (circa 145 milioni di dollari) destinato esclusivamente al rafforzamento dell'hasbara. Altri 40 milioni di dollari sono stati spesi dal governo per arruolare influencer, professori, giornalisti, cattedre universitarie, reti radiotelevisive e sponsorizzazioni web. Nel solo 2024, l'agenzia pubblicitaria governativa Lapam ha pubblicato oltre 2.000 annunci online, di cui più della metà rivolti a un pubblico internazionale, nel tentativo di «vendere» la versione sionista degli eventi.

In questo scenario di isolamento diplomatico, l'Eurovision Song Contest – seguito da oltre 160 milioni di spettatori ogni anno – è diventato il campo di battaglia perfetto.

 

L'inchiesta del New York Times: un milione di dollari per il voto

Secondo l'inchiesta, gli sforzi israeliani per influenzare l'evento sono stati «molto più profondi e coordinati di quanto ammesso finora». Mentre fioccavano le accuse di genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, i diplomatici di Tel Aviv contattavano freneticamente le emittenti televisive europee per evitare il bando dalla competizione.

Per il governo Netanyahu, l'Eurovision non è mai stata una semplice gara canora, bensì un'opportunità strategica di soft power per dimostrare che il pubblico europeo amasse ancora Israele, nonostante l'orrore di Gaza. I documenti finanziari lo dimostrano: Israele ha speso almeno un milione di dollari in marketing specifico per l'Eurovision, con fondi provenienti direttamente dall'ufficio dell'hasbara del Primo Ministro. Questi fondi sono stati utilizzati per inondare YouTube e i social network di annunci mirati durante la competizione.

Oltre al marketing digitale, la strategia ha previsto un uso spregiudicato di interviste e apparizioni televisive per umanizzare l'immagine dello Stato. Il governo ha arruolato influencer e celebrità arabe, come la siriana Rawan Osman, facendole apparire in podcast e programmi media per diffondere messaggi pro-israeliani e difendere il sionismo davanti a una platea internazionale.

Lo stesso Netanyahu e il presidente Isaac Herzog hanno partecipato a questa messinscena, facendosi fotografare in pose amichevoli con i cantanti, trasformando ogni apparizione pubblica in un tassello della propaganda governativa, mentre i diplomatici israeliani facevano pressione dietro le quinte sulle emittenti televisive europee per garantire visibilità e protezione ai propri artisti.

Nel 2025, il governo ha orchestrato una campagna aggressiva invitando gli spettatori stranieri a «votare 20 volte» (il massimo consentito) per il rappresentante israeliano. Lo stesso Netanyahu ha postato grafiche sui social per spingere questa mobilitazione forzata.

L'analisi dei dati di voto del New York Times dimostra come questa strategia abbia distorto i risultati. In molti paesi, il volume dei votanti è talmente esiguo che la mobilitazione coordinata di poche centinaia di persone che votano ripetutamente può ribaltare l'esito nazionale. Il caso della Spagna è emblematico: nonostante l'opinione pubblica fosse ferocemente contraria alle politiche israeliane, Israele ha ottenuto il 33% del voto popolare – un risultato che secondo l'inchiesta sarebbe artificiale, «costruito a tavolino con dollari e algoritmi».

L'inganno burocratico dell'EBU

Per evitare di affrontare un voto esplicito sulla partecipazione israeliana, i vertici dell'European Broadcasting Union (EBU) avrebbero architettato un inganno burocratico durante l'incontro di Ginevra. Invece di decidere sull'esclusione di uno Stato sotto accusa per genocidio, hanno indetto uno scrutinio segreto su semplici modifiche tecniche al regolamento, come la riduzione del limite di voti per utente. Approvando queste nuove regole, i membri hanno implicitamente confermato la presenza di Israele nella competizione senza dover mai votare direttamente sulla questione.

Le proteste e le richieste di trasparenza da parte di altre nazioni sono state totalmente ignorate, portando addirittura a secretare i voti come se si trattasse di segreti militari. Controversie di questo tipo erano già scoppiate nel 2023.

Cinque paesi stanno ufficialmente boicottando il concorso: Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna non partecipano, non finanziano e non trasmettono l'Eurovision per protestare contro la partecipazione di un'entità condannata per genocidio. Oltre 1.000 artisti e lavoratori del settore culturale in tutto il mondo – tra cui Roger Waters – hanno firmato una lettera contro la partecipazione di Israele, invitando al boicottaggio.

Come scrive Al Jazeera, l'Eurovision è «molto più di una competizione musicale televisiva». È «una potente piattaforma per i paesi per esercitare il soft power e la messaggistica geopolitica». Questo spiega perché il presidente israeliano Isaac Herzog avrebbe trascorso mesi a contattare emittenti e leader politici europei per sostenere l'inclusione di Israele.

 

Due pesi e due misure: le bandiere vietate

Un ultimo elemento di tensione riguarda il regolamento espositivo. I partecipanti all'Eurovision possono portare ed esporre le bandiere di tutti i paesi partecipanti, inclusa Israele, nonché le bandiere arcobaleno e dell'orgoglio LGBTQ+. Le bandiere palestinesi e i simboli pro-palestinesi sono invece vietati durante lo spettacolo.

Come ha dichiarato Eleni Mustaklem, responsabile delle pubbliche relazioni e della raccolta fondi presso il Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said, ai microfoni di Al Jazeera: «Sono questi due pesi e due misure che i palestinesi, che hanno affrontato il genocidio culturale dal 1948 – la Nakba, la pulizia etnica della Palestina – e i decenni successivi di appropriazione culturale da parte di Israele, si sono abituati».

«È ancora accettabile – ha proseguito – che lo stato che perpetra questo genocidio sia rappresentato. Interviste con il cantante israeliano [Noam Bettan] in cui parla dell'amore della sua famiglia, mentre intere famiglie sono state spazzate via e quelle che vivono ancora a Gaza con i loro cari traumatizzati riescono a malapena a sopravvivere a questa catastrofe: è oltraggioso, ingiusto».

Mustaklem ha concluso: l'ipocrisia di un genocidio trasmesso in diretta sui notiziari e sui social media per più di due anni, unita alla sensazione che gran parte del mondo gli abbia voltato le spalle, rende «doloroso» persino sintonizzarsi per vedere la performance di Israele sugli stessi schermi.

Alla finale dell'Eurovision Song Contest 2026, il rappresentante israeliano Noam Bettan, al termine della propria esibizione, ha mandato un messaggio dal palco. Il cantante ha urlato: «Am Yisrael Chai», ossia «Il popolo di Israele vive». Un grido che, nel contesto di una competizione segnata da accuse di manipolazione, propaganda e boicottaggio, ha assunto il valore di un atto politico esplicito, trasformando l'ultimo atto della kermesse canora in una tribuna per la narrativa ufficiale israeliana.

 

FONTE: https://www.aljazeera.com/features/longform/2026/5/16/where-did-eurovision-go-wrong

Agata Iacono

Agata Iacono

Sociologa e antropologa

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