Un governo di principianti. L'esecutivo in cerca di elemosina

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Un governo di principianti. L'esecutivo in cerca di elemosina

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di Giuseppe Giannini

Uno dei governi più longevi della Seconda Repubblica, che ha conquistato la preoccupante maggioranza bulgara ed ereditato il fiume di miliardi del PNRR, è in crisi di credibilità.

Certo, viste le caratteristiche intrinseche della premier e dei ministri, non è che ci volesse tutta questa immaginazione. Salvo poche eccezioni, diciamo le competenze di Nordio o Giorgetti, dei quali avversare le prese di posizione e le decisioni (quali interessi perseguono?), per non parlare delle figuracce del primo, il compito precipuo di questo esecutivo è quello di spostare l'attenzione, distrarre ed incattivire le masse depauperate (l'anti-islamismo di ritorno). Tutelando gli affari di famiglia (Fratelli e sorelle d'Italia), rassicurarndo i mercati (le banche, l'austerità e il taglio del welfare), e le alleanze militari (la Nato, Trump, e la von der Leyen). Insomma, niente di particolarmente diverso rispetto ai governi precedenti.

Se non fosse che gli scandali interni (tra i tanti, i casi Santanchè, Sangiuliano,  Delmastro, Piantedosi), e il piglio autoritario dei vari decreti repressivi, pensati in nome di un'astratta sicurezza, hanno il preciso scopo di garantire le classi agiate e reprimere la libera manifestazione del pensiero. La destra liberista e quella reazionaria camminano insieme. D'altro canto il fascismo e le ideologie razziste e intolleranti trovano il brodo di coltura ideale all'interno del capitalismo, che sulle diseguaglianze e l'emarginazione dei non produttivi fonda la sua supremazia. Nazionalisti, patrioti, e sovranisti, che in campagna elettorale attaccano l'Europa, i migranti, la green economy e l'identità di genere per racimolare consensi; liberali e moderati con il dogma della competizione e del merito, a sostegno del fare impresa (e dell'elusione) e a discapito dei lavoratori, delle relazioni sociali e della tutela ambientale. Uniti dalle radici cristiane come vessillo di ogni fanatismo religioso.

Tutti gli esecutivi che si sono succeduti nell'ultimo trentennio hanno accettato la limitazione della sovranità statale in nome di un'Europa che, purtroppo, non è quella dei popoli e della convivenza. Altro che unione in vista di un confederalismo tra pari! La UE si è risolta per lungo tempo e fino alle crisi economiche recenti nella lotta per la supremazia franco-tedesca, nei parametri da rispettare a pena di restrizioni sulle facoltà di spesa (il debito, il deficit, il tasso di inflazione) e nei vincoli di bilancio. Vincoli sottoscritti, praticamente, da tutte le forze partitiche. Quindi, la retorica, che puntualmente riprende vigore per i soliti calcoli elettorali - gli anti europeisti, i propugnatori del ritorno alla moneta unica, le accise ecc. - è fine a se stessa.

Il governo Meloni non è da meno. Anzi, pur dovendo affrontare difficoltà inerenti alle ripercussioni geopolitiche, ed agli inevitabili impatti economici interni (l'aumento dei costi energetici dovuti alle guerre imperialistiche) i tecnoreazionari nostrani hanno avuto, comunque, la fortuna di gestire i fondi europei per la ripresa ed il rilancio del Paese. Sovvenzioni maggiori di quelle ricevute da altri Stati.

Gran parte di questi finanziamenti, però, invece di essere utilizzati per opere infrastrutturali e le altre necessità rimandate dai tagli ultradecennali alla spesa pubblica (messa in sicurezza del territorio, sostegno all'industria che investe in qualità e ricerca, stabilizzazione dei lavoratori, assunzioni nella pubblica amministrazione, nella sanità e nella scuola, aumento dei salari e delle pensioni e via dicendo) sono stati impegnati per coprire i disavanzi e tamponare l'aumento dei costi energetici. Senza una visione di insieme capace di far ripartire il Paese. E, dopo aver avallato il Nuovo Patto di Stabilità e Crescita, che vuol dire ancora austerità, il duo Meloni-Giorgetti, in difficoltà nel far quadrare i conti, e in ritardo nel completamento delle opere previste dal PNRR, ma disponibili ad aumentare le spese militari (ce lo chiede Trump, la Nato, o la UE?), malgrado i danni prodotti da questa insensata economia di guerra, concordi nel non colpire le grandi ricchezze (i grossi patrimoni, gli extraprofitti, i giganti del web, l'evasione fiscale, le banche), come è nel loro dna, adesso, bussano alle porte di quella stessa Europa che, a giorni alterni, risulta amica o matrigna, al fine di racimolare qualche spicciolo.

Come se in questi quattro anni di governo fossero stati altrove, o non avessero saputo a cosa sarebbero andati incontro senza ottemperare a tali vincoli.

Chiederne la sospensione e scongiurare le procedure di infrazione, così come avvenuto durante il covid, doveva essere una richiesta congiunta dai vari Stati e non un appello postumo dal quale si evince solo la manifesta incapacità a governare. L'Europa liberista e guerrafondaia gode del pieno appoggio di questi esecutivi. In Italia, una delle leggi di bilancio più striminzite di sempre è servita a tutelare i soliti noti. Finito lo slancio propulsivo con l'effetto moltiplicatore del Recovery Fund, ci troviamo in una situazione in cui l'economia stagna. La produzione industriale è ferma da anni; il rallentamento della domanda interna e dei consumi; l'aumento dell'inflazione, che impatta, pesantemente, su salari e pensioni; la mancanza di rilevanti imprese a gestione statale; la povertà che tocca quasi il dieci per cento della popolazione. E poi le tante crisi aziendali (vertenze che riguardano centinaia di imprese e centinaia di migliaia di lavoratori), e una popolazione che invecchia senza avere servizi e possibilità, con quella giovane che scappa. Cosa resterà?

Le previsoni sul pil sono state riviste al ribasso. E, se aggiungiamo gli impegni presi da questo governo sul rientro dal debito, la restituzione rateizzata dei prestiti e l'enorme esborso per gli armamenti (ulteriore sacrificio per la sanità, la scuola, lo Stato sociale), addirittura da portare al 5% sul pil, l'incubo di un possibile default è alle porte. All'assenza di impegni strutturali ha fatto da contraltare la solita politica dei bonus. Manca, ancora una volta, la lungimiranza (per volontà ed incapacità). C'è chi va ad elemosinare un pò di gas (Meloni), chi vuole riscrivere le regole che ha precedentemente sottoscritto (Giorgetti), e chi si finge pacifista (Salvini).

Un Paese in svendita al miglior offerente per il carrierismo di Meloni & co.

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