La morte del Soft Power statunitense: perché il mondo non vuole più essere americano

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La morte del Soft Power statunitense: perché il mondo non vuole più essere americano

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di Alessandro Bartoloni

Ultimamente su TikTok è pieno di video di ragazzi occidentali che fanno finta di essere vecchi zii maoisti che bevono birra Tsingtao e fumano sigarette cinesi.
Anche su Instagram di reel che mostrano città futuristiche e paesaggi mozzafiato: “Ti sembra New York? E invece questa è Chongqing”.

Ora, se anche si trattasse di un trend di poche settimane, è un altro piccolo segnale di un fenomeno davvero epocale, forse destinato a cambiare anche la nostra vita quotidiana nei prossimi anni.

Sto parlando della morte del soft power statunitense…Vediamo di cosa si tratta.

Siamo tutti cresciuti con il mito della superpotenza americana.

Per anni abbiamo creduto che agli Oscar venissero premiati i migliori film del mondo, che andare a studiare ad Harvard dimostrasse una superiorità intellettuale innegabile e, se avete più o meno la mia età, ogni mattina della vigilia di Natale non potevate non guardare Home Alone: un film in cui un bambino di nove anni si muoveva da solo, libero e spensierato, in una Chicago dove la cosa più pericolosa che potesse capitargli era essere importunato da due ladri un po’ ridicoli e maldestri.

Bene, oggi invece sappiamo che quel bambino potrebbe finire tra le mani di spie e miliardari pedofili (Epstein files), essere arrestato e separato dai genitori se non in regola con qualche permesso e, tra qualche anno, diventare uno dei tanti tossicodipendenti di fentanyl che abitano le città nordamericane.

Gli Stati Uniti sono una società devastata da diseguaglianze senza precedenti.

L’1% più ricco detiene oggi circa un terzo di tutta la ricchezza nazionale. (dati Federal Reserve sulla ricchezza dell’1%)

I 10 uomini più ricchi del paese hanno un patrimonio di circa 2,4 trilioni di dollari. (classifica miliardari USA)

Più del PIL del Canada e della Spagna, per intendersi.

Mentre 36 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. (dati sulla povertà negli USA)

770 mila persone sono senza una casa. (rapporto homelessness USA)

E nonostante, secondo tutti i sondaggi, per la stragrande maggioranza dell’elettorato americano il governo dovrebbe occuparsi in primis di questi problemi:

  • Assistenza sanitaria – 67%

  • Servizi sociali – 66%

  • Inflazione – 65%

  • Istruzione pubblica – 59%

sondaggio YouGov

Le oligarchie al potere, indipendentemente dal colore, fanno in modo che il PIL più grande del mondo non finisca in salari dignitosi, scuole e ospedali pubblici, ma ad alimentare senza sosta i propri profitti e finanziare guerre in ogni angolo del pianeta.

Guerre che, naturalmente, non hanno nemmeno mai portato alcun beneficio concreto agli interessi e alla sicurezza dei cittadini americani.

Qualcosa però sta cambiando.

Contrariamente agli ultimi 30 anni, in Italia e in tutta Europa sentiamo giornalisti, intellettuali e persino politici del cosiddetto mainstream condannare i crimini statunitensi e addirittura parlare di indipendenza strategica come se fossimo in un circolino di “vetero-comunisti” qualsiasi.

E non è solo geopolitica. Perché, se guardiamo bene, è tutta l’american way of life a star perdendo attrattiva agli occhi di sempre più persone.

Anche perché, diciamoci la verità, quell’idea che la felicità consista in quel frullato di individualismo, consumismo e retorica dell’imprenditore di sé stesso contro tutto e tutti si è rivelata semplicemente falsa.

Ma insomma, che sta succedendo?

Come mai, oltre alla crisi dell’America fuori di noi, l’America dentro di noi sta morendo?

E perché, al di là dei soliti pessimismi da salotto, questa potrebbe essere una bellissima notizia?

 

CAPITOLO 1: IL SOFT POWER

Le false prove per attaccare l’Iraq, Guantanamo, gli attacchi terroristici, la Libia, la Siria, le sanzioni contro i popoli ribelli. Se nonostante tutto questo un’intera generazione di europei ha continuato a pensare agli Stati Uniti come la più grande democrazia del mondo e faro del mondo libero, la risposta sta in questa parolina qui: Soft Power.

Ne avrete sentito parlare.

“Soft power significa semplicemente convincere gli altri a fare ciò che si vuole attraverso l’attrazione, piuttosto che con la coercizione o il pagamento.”

E questa definizione non è certo mia, ma di colui che l’ha inventata.

Si chiama Joseph Nye, professore di Harvard, appassionato democratico e già collaboratore di Carter, Clinton, Obama e Kerry.

Nye pensava che gli Stati Uniti avessero sì una supremazia economica e militare, ma che per riuscire a consolidare ed espandere la propria egemonia avrebbero dovuto anche conquistare i cuori e le menti del pianeta.

L’hard power, e cioè le armi e il ricatto, non sarebbe bastato. L’America doveva non solo far paura ai nemici con tutto il repertorio che conosciamo, ma anche continuare a sedurre e affascinare gli amici — e cioè i cosiddetti alleati — e, attraverso il controllo dell’informazione, degli spazi mediatici, dell’industria culturale e del marketing, agire direttamente sui desideri, le emozioni e gli ideali delle persone.

Colonizzarne l’immaginario, potremmo dire, per far apparire il proprio dominio non solo inevitabile, ma anche desiderabile.

L’aneddoto raccontato spesso a Harvard è che “soft power” nacque come una formula quasi didattica, pensata per spiegare agli studenti perché gli Stati Uniti fossero influenti anche quando non minacciavano nessuno.

La parola, che doveva servire in aula, è poi finita nei documenti ufficiali della NATO, del Partito Comunista Cinese e del Dipartimento di Stato.

Uno dei suoi collaboratori raccontò che Nye amava ripetere questa frase:

“Se sei l’uomo più forte della stanza, non devi ricordarlo a tutti.”

Quando Nye si inventò questa parola, a fine anni ’90, il mondo stava appena emergendo dal bipolarismo.

L’Unione Sovietica era collassata, il “mondo libero” a guida americana sembrava trionfare e il potere di attrazione degli Stati Uniti — la loro musica, le università, l’american way of life — erano diventati in Europa il modello di quello che una società pienamente moderna doveva diventare.

E tutto questo soprattutto grazie al soft power.

Guardiamo un po’ di dati.

Ancora oggi i film americani rappresentano oltre il 70% del totale della programmazione europea. (dati sul dominio dei film americani in Europa)

Con Disney Channel, Nickelodeon e Cartoon Network, il 48% dei canali TV per bambini in Europa è di proprietà statunitense. (studio Observatory sui canali TV per bambini)

E tra i grandi gruppi televisivi e streaming — Netflix, Warner Bros. Discovery, Disney, Amazon, Comcast ecc. — 9 su 10 sono controllati da società statunitensi.

Ancora:

Google, Meta e X hanno sostanzialmente il monopolio dei social e delle piattaforme di ricerca.

E Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud insieme detengono circa il 70% del mercato europeo di cloud computing.

Insomma, oggi l’europeo medio:

  • “cerca” su Google;

  • “scrive” su Gmail / Docs;

  • comunica e “discute” su WhatsApp / Instagram / X;

  • si rilassa su Netflix e Prime Video.

E le regole della visibilità, i criteri di affidabilità e le priorità informative sono decise da aziende americane.

Per non parlare dell’intelligenza artificiale, alla quale dedicheremo una puntata a parte.

Vi ricordate quando Donald Trump ha messo i dazi alle merci europee perché, a suo dire, esportavamo troppo e non importavamo abbastanza prodotti made in USA?

Ecco, qualcuno gli avrebbe potuto ricordare questi dati.

Ma la verità è che, dopo 30 anni di fede atlantista delle classi dirigenti europee, nessuno aveva più il potere di farlo.

Il nostro potere contrattuale infatti è diventato praticamente nullo.

CAPITOLO 2: TRUMP E IL SOFT POWER

Ma visto che lo abbiamo citato, arriviamo a lui: Il miliardario newyorkese che non si è fatto da solo (come del resto il 99 per cento dei miliardari occidentali); che per sua ammissione si ciba quasi esclusivamente di hamburger e Coca-Cola; e che, appena insediato per la seconda volta alla Casa Bianca, ha dichiarato una vera e propria guerra al soft power americano.

Vediamo come.

Il 10 marzo 2025 il nuovo Segretario di Stato Marco Rubio annunciava al mondo di sospendere o cancellare l’80 per cento dei progetti di uno dei canali principali del soft power statunitense: USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale. Un’agenzia che fino a quel momento era stata finanziata con ben 50 miliardi di dollari l’anno e che, nei paesi nei quali operava, oltre all’assistenza umanitaria, al finanziamento delle ONG e ai programmi di sviluppo:

  • sosteneva media e testate giornalistiche;

  • formava attivisti, funzionari pubblici, giudici e giornalisti;

  • sovvenzionava borse di studio e programmi di fact-checking.



Il tutto con l’obiettivo di sviluppare un ecosistema favorevole all’agenda e agli interessi americani in quel paese, formando un’opinione pubblica amica e mettendo in piedi strutture da attivare nei momenti propizi per favorire cambi di classe dirigente.

Insomma, un potere che agiva sulle menti della società civile.

E un potere, lo avrebbe definito Nye, “che ottiene risultati proprio perché non appare immediatamente come potere”.

E di risultati ne ha ottenuti parecchi.

Facciamo un esempio concreto.

 

Nei primi anni Duemila, in Georgia, USAID finanzia un programma apparentemente innocuo:

ristrutturazione di scuole pubbliche, nuovi computer, manuali aggiornati, corsi di formazione per insegnanti.

Niente armi.

Apparentemente, niente politica.

Negli anni successivi molti studenti di quelle scuole entrano nelle ONG americane, nei media, nell’amministrazione pubblica e, quando nel 2003 con la “Rivoluzione delle Rose” scoppiano le proteste contro il vecchio regime, quei giovani:

  • parlano inglese;

  • usano il lessico dei diritti liberali;

  • comunicano con i media occidentali;

  • favoriscono un cambio di classe dirigente favorevole all’agenda politica americana.

Quei giovani non hanno bisogno di chiedersi da dove venga quell’immaginario: ci sono letteralmente cresciuti dentro.

Oltre a tenere gli alleati “buoni”, ecco quindi un’altra funzione del soft power americano.

Ma tutto questo a Trump non interessa.

Sia perché USAID era la classica struttura del “deep state” legata al Partito Democratico americano, sia perché — come è scritto chiaro e tondo nella National Security Strategy del 2025 — a Trump non interessa più far passare gli interessi militari ed economici americani per gli interessi di tutta la razza umana, né promuoverli sotto la retorica della democrazia e dei diritti umani.

Nell’introduzione del documento c’è scritto che gli Stati Uniti si immischieranno negli affari degli altri paesi solo in caso di minaccia diretta ai propri interessi e che non cercheranno più di imporre modelli democratici e sociali che differiscono dalla storia e dalla tradizione di quei paesi.

“We seek good relations and peaceful commercial relations with the nations of the world without imposing on them democratic or other social change that differs widely from their traditions and histories.”

Insomma:

nessuna presunta missione civilizzatrice nel mondo, nessun fascino, nessuna seduzione, nessuna retorica della democrazia e della libertà a nascondere ricatti, minacce, sanzioni e aggressioni militari.

Come sanno bene gli iraniani. Come sanno bene i venezuelani.

Ma anche gli europei.

Immaginate che trauma per i nostri filoamericani di casa.

All’improvviso si sono trovati privati di tutto quel repertorio di argomenti e giustificazioni morali che erano serviti a coprire il sederone dello Zio Sam in giro per il mondo.

E, come vi potete immaginare, anche il vecchio Joseph Nye non se la passa benissimo.

In un’intervista rilasciata alla CNN poco prima di morire, il 6 maggio 2025, Joseph Nye si confessava disperato: “Trump sta distruggendo il soft power statunitense”, affermava, e questo avrebbe addirittura comportato la fine dell’impero americano. intervista CNN a Joseph Nye

 

Ma adesso facciamoci una domanda fondamentale:

perché secondo voi Trump si è messo in testa di smantellare uno strumento dell’egemonia americana che aveva portato, in fondo, risultati così brillanti?

Solo perché è un bulletto con un pessimo carattere?

O c’è qualcosa di più?

La risposta potrebbe venirci ancora una volta dalla National Security Strategy.

“Le nostre élite”, si legge, “hanno gravemente sbagliato nel valutare la disponibilità dell’America a farsi carico per sempre di oneri globali che il popolo americano non vedeva collegati all’interesse nazionale. Hanno sopravvalutato la capacità dell’America di finanziare, contemporaneamente, un imponente Stato assistenziale-regolatorio-amministrativo insieme a un vasto apparato militare, diplomatico, di intelligence e di aiuti esteri.”

Tradotto: c’è da fare delle scelte.

 

Gli Stati Uniti hanno un debito pubblico insostenibile, negli ultimi anni hanno perso il primato industriale e tecnologico e non siamo più negli anni ’90.

In questa nuova fase della storia ci sono popoli che hanno il potere e le capacità di far valere i propri interessi.

Popoli contro cui il soft power non è bastato e adesso non c’è che da puntargli contro quante più armi e munizioni possibili.

Insomma, il soft power potrebbe essere semplicemente un lusso che gli USA non si possono più permettere.

Uno strumento più utile in tempi di pace che non in tempi di guerra, quando è l’hard power a essere determinante per difendere gli esorbitanti privilegi delle proprie oligarchie al comando.

“Peace through strength”, dice sempre Trump.

Il quale, a scanso di equivoci, ha anche cambiato il nome del Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra e annunciato di voler aumentare le spese militari a 1.500 miliardi l’anno. (articolo sul budget militare di Trump)

Funzionerà?

O aveva ragione Joseph Nye?

Lo vedremo.

Pensando a noi, quando ai sudditi si presenta il proprio dominio in termini di pura violenza e rapporti di forza, solitamente cominciano a farsi due domande.

Ma dalla nostra classe dirigente forse non possiamo aspettarci molto altro.

In fondo sono gli stessi che ci hanno legati mani e piedi agli Stati Uniti negli ultimi 30 anni.

In ogni caso, questi sono stati anni importanti.

Avreste mai pensato di vedere milioni di persone scendere in piazza per protestare contro un genocidio finanziato e voluto dagli Stati Uniti?

In tanti stanno maturando una nuova consapevolezza: dall’orrore di Gaza al fallimento dell’Unione Europea, fino a Trump che ha gettato ogni maschera sui crimini statunitensi.

A molti dei nostri “commentatori” basterà forse che alle prossime elezioni americane vinca un democratico piuttosto che un repubblicano per scordarsi di tutto quanto.

Ma la verità è che non si torna più indietro.

L’incantesimo si è spezzato.

E per tutto quello che abbiamo visto, nell’immaginario collettivo gli Stati Uniti non torneranno mai a essere il baluardo della civiltà.

E non ci sarà mai più negli occhi degli europei la spinta all’emulazione di Alberto Sordi in Un americano a Roma che sogna campi da baseball e una scalata rapida nell’Olimpo del successo.

Un’ottima notizia.

 

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