Anticipando il primo anniversario dall'inizio delle manifestazioni, Amnesty International ha pubblicato “Volevo morire: parlano i sopravvissuti alla tortura in Siria”, rapporto che documenta 31 metodi di tortura e maltrattamenti praticati dalle forze di sicurezza, dai militari e dalle shabiha (le bande armate filo-governative), attraverso le testimonianze dirette delle vittime che l'organizzazione per i diritti umani ha incontrato in Giordania alla fine di febbraio. Secondo Amnesty ci sarebbero anche dei bambini tra i torturati, ma il regime di Assad ha smentito con una nota ufficiale le accuse.“Le testimonianze che abbiamo ascoltato confermano un sistema di detenzione e interrogatori che, un anno dopo l'inizio delle proteste, appaiono primariamente finalizzati a degradare, umiliare e terrificare le vittime nel silenzio”, ha dichiarato Ann Harrison, vicedirettrice ad interim del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.
Il rapporto documenta dettagliatamente specifici metodi di tortura utilizzati dal regime: il dulab, dove la vittima, dentro a pneumatici da camion sospesi da terra, viene percossa ripetutamente con cavi e bastoni; lo shabeh, dove i detenuti sono appesi a ganci in modo che i piedi fluttuino nel vuoto; infine l'elettrocuzione, dove la vittima è immersa in una vasca con continue scariche elettriche, oltre a violenze sessuali.
Amnesty conclude il suo rapporto chiedendo formalmente al regime di Assad la cessazione di questo sistema di torture verso chi ha manifestato la sua opposizione al regime e chiedendo che il Consiglio di Sicurezza investa della questione la Corte penale internazionale per far luce sui crimini contro l'umanità perpetrati in Siria. Quest'ultimi erano stati confermati, lo scorso mese, da una commissione d'investigazione ONU condotta da Paulo Pinheiro.
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