Analisti cinesi: guerra aerea e ritorsioni missilistiche, così si evolve il conflitto con l’Iran

Secondo l’analisi cinese pubblicata dal Global Times, la risposta iraniana è una conseguenza diretta delle scelte militari di USA e Israele

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Analisti cinesi: guerra aerea e ritorsioni missilistiche, così si evolve il conflitto con l’Iran

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All’alba di sabato Stati Uniti e Israele hanno dato il via a una forte ondata di attacchi contro l’Iran, provocando una rapida risposta di Teheran contro obiettivi israeliani e basi militari statunitensi in Medio Oriente. La particolarità di questa escalation sta nel fatto che le operazioni militari sono avvenute mentre erano in corso negoziati tra Washington e Teheran sul dossier nucleare. Una coincidenza solo apparente, secondo diversi analisti interpellati dal quotidiano Global Times.

Secondo esperti cinesi di politica e questioni militari, le trattative diplomatiche avrebbero avuto soprattutto la funzione di copertura. L’obiettivo reale degli Stati Uniti e di Israele, sostengono, resterebbe il cambio di regime in Iran, una linea che si ripeterebbe da decenni nella strategia di Washington. Dal punto di vista militare, il conflitto sta entrando in una fase dominata da attacchi aerei e navali da parte statunitense e israeliana, mentre l’Iran punta soprattutto su missili e droni per colpire in risposta.

In un messaggio video preregistrato diffuso sulla piattaforma Truth Social, il presidente statunitense Donald Trump ha confermato i raid, lanciando al contempo una dura minaccia a Teheran e arrivando a invitare gli iraniani a “prendere il controllo del proprio governo” dopo l’attacco. Quasi in simultanea, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato in un video in ebraico di un’operazione volta a rimuovere una “minaccia esistenziale” e a creare le condizioni affinché il popolo iraniano possa “cambiare il proprio destino”.

Gli attacchi sono arrivati in un momento delicato, segnato dalla ripresa dei colloqui sul nucleare. Trump aveva espresso pubblicamente la sua insoddisfazione per l’andamento delle trattative, sostenendo che l’Iran avesse respinto ogni occasione per rinunciare alle proprie ambizioni nucleari. Per Liu Qiang, esperto di relazioni internazionali ed ex addetto militare in Iran, i negoziati con Teheran sarebbero in larga parte simbolici. In un’intervista al Global Times, Liu ha spiegato che senza affrontare la questione iraniana gli Stati Uniti non potrebbero consolidare la loro influenza in Medio Oriente e che le difficoltà economiche interne e l’isolamento diplomatico dell’Iran avrebbero convinto Washington e Tel Aviv di trovarsi davanti a una rara finestra strategica.

Una lettura simile viene offerta da Ding Long, docente di studi mediorientali a Shanghai, che ha ricordato come già in passato i negoziati siano stati utilizzati come schermo diplomatico mentre si preparavano operazioni militari. A suo giudizio, l’intensità di questo scontro supererà quella delle precedenti crisi, anche se un vero cambio di regime resterebbe difficile da realizzare. La prosecuzione dei colloqui, ha aggiunto, appare ormai alquanto improbabile.

Sul piano operativo, i raid statunitensi e israeliani si sono concentrati su attacchi aerei e navali contro infrastrutture militari e politiche iraniane. Secondo quanto riportato dai media, sono stati colpiti obiettivi a Teheran e in diverse altre città della Repubblica Islamica, inclusi il Ministero della Difesa, il Ministero dell’Intelligence, l’Organizzazione per l’energia atomica iraniana e il complesso militare di Parchin. Esplosioni sarebbero state udite anche nei pressi degli uffici della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che secondo fonti mediatiche non si troverebbe nella capitale e sarebbe stato trasferito in una località sicura.

Nel suo messaggio, Trump ha affermato che gli Stati Uniti intendono distruggere l’industria missilistica iraniana, annientare la marina di Teheran e impedire ai gruppi alleati dell’Iran nella regione di “destabilizzare” il Medio Oriente. L’analista militare Zhang Junshe ha spiegato al Global Times che colpire la marina iraniana significherebbe per Washington cercare il controllo totale del Golfo Persico, consapevole dell’importanza strategica dello Stretto di Hormuz.

Le forze in campo includono caccia statunitensi dispiegati in Medio Oriente, unità provenienti da due gruppi d’attacco di portaerei e l’aviazione israeliana. Gli Stati Uniti hanno inoltre inviato fino a dodici caccia F-22 in una base nel sud di Israele, una mossa senza precedenti in vista di operazioni di combattimento reali. Secondo Zhang, un’invasione di terra appare improbabile: l’esperienza di Iraq e Afghanistan e la conformazione montuosa dell’Iran renderebbero troppo oneroso un simile scenario. Di conseguenza, gli attacchi aerei resterebbero lo strumento principale.

Dalla parte iraniana, la risposta dovrebbe concentrarsi sull’uso di missili e droni e sull’eventuale coinvolgimento di alleati regionali, da Hezbollah agli Houthi, per colpire Israele e le basi statunitensi. Uno scenario che, come sottolineano gli analisti citati dal Global Times, rischia di trascinare l’intera regione in una nuova fase di instabilità prolungata.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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