Il "dimissionamento" di Mikhail Fedorov deciso a Parigi?

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Il "dimissionamento" di Mikhail Fedorov deciso a Parigi?

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di Fabrizio Poggi

25 luglio. Nella sceneggiata del dimissionamento del ministro della guerra ucraino Mikhail Fëdorov è stato detto da più parti del ruolo avuto dalle dispute miliardarie tra diverse cordate del complesso militare-industriale internazionale. Apparentemente slegato da quelle dispute è il successivo licenziamento - si dice, “su pressione della piazza” - anche del capo di stato maggiore Aleksandr Syrskij. Che nell'allontanamento di Fëdorov abbiano avuto un qualche peso anche probabili contrasti affaristico-militari all'interno della cosiddetta “coalizione dei volenterosi” e dei progetti industriali in programma in comune tra Ucraina e Francia, Gran Bretagna e altri, è una questione in discussione.

Nella stessa Ucraina, intanto, secondo quanto afferma il corrispondente di guerra russo Aleksandr Kots su Komsomol'skaja Pravda, il licenziamento Syrskij, sotto la pressione del "majdan di cartone" avrebbe seriamente indebolito anche la posizione del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij. «Per uno che ha a lungo coltivato l'immagine di leader militare» dice Kots, questo è un duro colpo alla sua reputazione: «a quanto pare, non è lui a controllare l'esercito, ma sono l'esercito e la strada a controllare lui». Non è un caso che abbia trascorso due o tre giorni a tenere riunioni con i comandanti dei vari corpi e servizi delle forze armate, per dimostrare che «la decisione non spetta a lui, ma ai militari... Zelenskij dimostra di aver paura di assumersi la piena responsabilità di una decisione sul personale di questa portata e cerca una sorta di copertura collettiva, il che di per sé suona come una mancanza di fiducia nella propria autorità».

In ogni caso, il direttore del sito di propaganda militare ucraino “Censor”, Jurij Butusuv, ribadisce ancora una volta che l'intera faccenda ruota attorno agli enormi flussi finanziari occidentali e alla lotta per il loro controllo. Fëdorov è stato rimosso rapidamente prima che potesse iniziare a spartire i fondi dei partner europei, dice Butusov. In sostanza, si potrebbe dire che «la ragione del suo licenziamento sia stata la ricezione da parte dell'Ucraina di 90 miliardi di euro per la difesa... se non ci fossero stati fondi, o se la somma fosse stata significativamente inferiore, Fëdorov sarebbe ancora in carica e rappresenterebbe il volto del governo in tempo di guerra».

Il licenziamento di Fëdorov è legato agli enormi profitti delle aziende del settore della difesa, dice anche il manovratore di droni Jurij Kasjanov: «nessuno in Ucraina ha mai guadagnato così tanto, non c'è mai stata una corruzione di tale portata. Fëdorov ne era certamente a conoscenza, così come chiunque abbia anche il minimo legame con la produzione di armi...

Il solo accenno a una ridistribuzione del denaro ha portato alle dimissioni del governo... Il ritorno di Fëdorov è possibile: dipende dagli accordi sottobanco dei principali cartelli delle armi, o più precisamente, dagli accordi personali di cinque o sei nuovi oligarchi del mercato delle armi... Sono queste le persone che, in sostanza, oggi definiscono la strategia di guerra e di pace; sono loro che nominano e destituiscono il ministro».

Sulla stessa linea anche l'ex vice comandante delle Forze speciali ucraine Serghej Krivonos, secondo il quale Fëdorov, al governo, si è arricchito stipulando contratti con aziende a lui vicine: «l'élite politica, in stretta collaborazione con i suoi amici oligarchi, manipola abilmente la società ucraina... plaudendo al "brillante ministro della difesa... Spero che SBU, NABU, SAP rivelino la verità sulla collaborazione del signor Fëdorov con i suoi soci in affari» per le forniture all'esercito. Come che sia, aggiunge però Krivonos, nemmeno il cambio al vertice dello Stato maggiore raddrizzerà la situazione al fronte, data la catastrofica carenza di uomini e la disastrosa mancanza di addestramento. Mi chiedo, dice Krivonos, «come faranno le nostre forze nelle retrovie, quando il bisogno di uomini da inviare al fronte è significativamente maggiore dei 12-15.000 che riusciamo a “busificare” con grande difficoltà», quantunque il reale fabbisogno sia il doppio.

Ma, intanto, il nazigolpista-capo pensa di aggirare le questioni declamando sulle “luminose prospettive” legate ai “miracolosi” droni e alla “tecnologia innovativa”. Nel 2027 gli USA inizieranno a produrre e fornire all'Ucraina droni con un raggio d'azione di 5.000-10.000 chilometri, che consentiranno di raggiungere anche le zone più remote delle retrovie russe, dice Zelenskij alla giornalista americana Laura Loomer. «Più esperienza condividiamo nella guerra tecnologica moderna, meglio è. Quando condividiamo questa esperienza con i generali e gli ufficiali americani, ci dicono che senza di essa l'America non sarebbe stata in grado di raggiungere questo livello... È fondamentale che noi, come i russi, ora disponiamo di droni con un raggio d'azione di oltre tremila chilometri. E quest'anno avremo droni con un raggio d'azione di oltre quattromila chilometri. L'anno prossimo, da cinquemila a diecimila chilometri» dichiara Zelenskij. La questione principale è la tecnologia, dice ancora el jefe de la junta: «l'America ha una tecnologia eccellente, quindi il nostro accordo sui droni è un progetto reciprocamente vantaggioso. Costruiremo un'ottima fabbrica negli Stati Uniti e avvieremo la produzione». A suo dire, l'America deve molto all'Ucraina. L'Ucraina, sotto Trump, ottiene tutto in cambio di denaro, seppur di qualcun altro, mentre gli Stati Uniti ottengono dall'Ucraina gratuitamente ciò che non si può comprare a nessun prezzo: «L'America ha acquisito esperienza, tutta l'esperienza di questa guerra. Tutti i generali americani lo hanno già riconosciuto. Credo che il presidente Trump lo sappia benissimo. L'America ha ottenuto un accesso esclusivo all'esperienza, per la quale non ha pagato con la vita. Noi abbiamo pagato... abbiamo le più grandi innovazioni, esperienza e tecnologia. Soprattutto nel campo dei droni».

Un campo in cui nei mesi precedenti i media euroatlantisti si erano sbracciati a declamare le “giovanilistiche qualità innovative” del dimissionato ministro della guerra Mikhail Fëdorov, nella cui vicenda potrebbero aver avuto un qualche “impatto monetario” anche le gare affaristiche attorno al progetto antibalistico “Freyja” messo in campo il 13 luglio a Parigi dalla cosiddetta “coalizione dei volenterosi”.

Nei piani franco-tedesco-britannici, il progetto mira a creare un sistema di difesa antibalistica, una sorta del “Iron Dome” israeliano per fornire uno scudo potente, affidabile e, al contempo, dicono, economico per l'intero continente. All'Ucraina è assegnato un ruolo chiave e, a detta di Zelenskij, Kiev sta già completando i lavori sul suo componente: il proprio missile intercettore. La divisione dei compiti, scrive Olga Fëdorova su Moskovskij Komsomolets, è chiara: l'Ucraina fornisce la componente missilistica, mentre i paesi partner forniscono radar e altri componenti critici, senza i quali la difesa missilistica è impossibile. All'iniziativa partecipano i principali paesi europei con le necessarie capacità industriali nel settore militare, oltre a rappresentanti NATO e UE e, ca va sans dire, le principali aziende europee specializzate in radar, avionica e tecnologie missilistiche. Dunque: “Freyja” e Fëdorov. Il secondo, dicono, uomo di “Palantir”, pare non aver avuto eccessivi “punti di contatto” con l'azienda militare ucraina più omaggiata dai media italici, la “FirePoint”; azienda che, invece, è punta di lancia della componente ucraina di “Freyja” e sembra aver già testato i relativi missili FP-7.x, la cui produzione in serie potrebbe iniziare ad agosto del prossimo anno. Questi missili sono in grado di colpire bersagli fino a 300 chilometri e saranno integrati con altri elementi di difesa aerea in conformità con gli standard NATO. I media sottolineano che l'alternativa ucraina ai sistemi esistenti, come il “Patriot”, sarà significativamente più economica per una produzione di massa.

Secondo Zelenskij, i paesi europei possono diventare leader mondiali nella produzione di sistemi di difesa missilistica di alta qualità, svincolandosi dalla dipendenza politica da fornitori esterni. “Freyja” fornirà una difesa stratificata, per intercettare bersagli balistici in varie fasi della loro traiettoria. Moskva, scrive Olga Fëdorova, ha reagito con equilibrio, ma con evidente preoccupazione. Gli esperti militari hanno ricordato che i sistemi russi S-400 hanno già esperienza nell'intercettazione dei missili creati sulla base del S-300 sovietico, che l'Ucraina ha preso come base per il suo sviluppo.

Secondo l'esperto Anton Truttse, il compito di intercettare un bersaglio balistico è incredibilmente complesso dal punto di vista tecnico. Una testata cade lungo una traiettoria balistica a una velocità di diversi chilometri al secondo, e più lontano viene lanciato il missile, maggiore è la velocità. Un missile intercettore non solo deve raggiungere il bersaglio, ma anche convergere su di esso a una distanza di poche decine di metri per provocare la detonazione. E tutto ciò «deve essere realizzato in pochi secondi, soprattutto ad altitudini in cui le superfici di controllo aerodinamiche non sono più efficaci. È una sfida ingegneristica colossale».

I paesi europei che partecipano alla coalizione sono pienamente in grado di sviluppare un missile di questo tipo. Ma Israele, ad esempio, «lavora al suo sistema da decenni e vi ha investito enormi risorse. Eppure, anche Israele subisce regolarmente delle sconfitte quando i missili iraniani raggiungono i loro obiettivi... le testate iraniane sono in grado di manovrare durante la fase terminale della loro traiettoria, rendendole un bersaglio ancora più difficile da intercettare». Dunque, anche se la “coalizione” riuscirà nel progetto, ciò non significa che si tratti di una panacea. In effetti, dice Truttse, ci sono tre questioni fondamentali. La «prima è il costo. Un missile del genere non sarà economico. Un missile intercettore è un prodotto ad alta tecnologia con componenti costosi, sistemi di guida complessi e radar unici. Lo sviluppo e l'implementazione dell'intero programma costano miliardi. Questo, crea il classico paradosso della difesa aerea: una buona difesa aerea è una cattiva difesa aerea. Perché si è spesa un'enorme quantità di denaro per essa, che non è stata spesa per nient'altro: per l'offensiva, la produzione, la logistica. Il nemico, costringendoti a spendere soldi per la difesa, ha già vinto, anche se non lancia un singolo missile». Questo, a dispetto delle affermazioni di Zelenskij, che il nuovo sistema sarà più economico dei “Patriot”. Tecnicamente, il sistema yankee intercetta i missili balistici tattici, ma è praticamente «inutile contro i missili a medio raggio. Costruire un missile efficace contro bersagli più complessi e al contempo economico è una contraddizione in termini. Si può costruirlo a basso costo, ma in tal caso non sarà efficace. Si può renderlo efficace, ma in tal caso sarà costoso».

A oggi, afferma Truttse, la difesa missilistica è inferiore all'attacco. È costosa, non garantisce una protezione al 100% e presenta sempre infrastrutture vulnerabili che possono essere distrutte. Inoltre, si è costretti a disperdere le proprie risorse su tutto il territorio, mentre il nemico concentra le sue risorse su un obiettivo specifico. In conclusione, il progetto “Freyja” difficilmente costituirà un punto di svolta. Possono sviluppare un missile, dice l'esperto; ma la questione riguarda i costi, i tempi di schieramento, il numero di batterie da produrre e quali obiettivi si potranno colpire. Soprattutto, l'interrogativo è se ci saranno «risorse sufficienti per coprire tutto, oppure, come l'Ucraina ora, concentreranno le difese aeree intorno a Kiev, lasciando il resto del territorio scoperto. La storia finora dimostra che un attacco massiccio contro un obiettivo protetto ha un'alta probabilità di successo. E questo non indica debolezza da parte dell'Ucraina o dei suoi alleati, è una legge oggettiva degli affari militari. La difesa aerea, purtroppo, non sconfigge un'offensiva. La rende solo più costosa».

Cioè: più affari e più soldi alle industrie di guerra. Quod erat demonstrandum.

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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