La commedia miliardaria dei contrasti ai vertici di Kiev
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Mentre sessantanove civili russi sono rimasti uccisi e 364 feriti nel giro di una settimana per i bombardamenti ucraini, secondo quanto denunciato dall'ambasciatore russo con incarichi speciali Rodion Mirošnik; mentre in Ucraina continuano i lacrimevoli caroselli di strada contro il dimissionamento del ministro della guerra Mikhail Fëdorov; mentre il comandante in capo Aleksandr Syrskij è stato sollecitato a scusarsi pubblicamente con lui per i disaccordi di cui, dice, “non era a conoscenza”; ecco che a ovest, cioè là dove si decidono davvero le sorti dell'Ucraina, pare irrobustirsi la cantilena contro il nazigolpista capo Vladimir Zelenskij.
In sostanza, viste le sorti tutt'altro che “magnifiche e progressive” delle forze ucraine sul campo di battaglia, su cui ormai non è più il caso di tacere – escluse le magniloquenti testate italiche, “use a mentir stampando” - ecco che par d'obbligo indicare nome e cognome del responsabile delle disfatte. A mettere nero su bianco le faccende sono ovviamente i giornali, anche se la linea editoriale viene dettata a livelli più alti. È così che sui principali media occidentali è stata lanciata una campagna sistematica e mirata contro Vladimir Zelenskij, scrive Vladimir Kornilov su RIA Novosti.
L'operazione informativa a direzione unica prende naturalmente le mosse dal licenziamento di Fëdorov, per rivolgersi pressoché apertamente contro il “licenziatore”, indipendentemente dagli intrecci affaristici che stanno alla base degli appariscenti contrasti tra le diverse figure del “dramma”.
Dunque, pare che il via alla campagna sia stato dato da un articolo sul megafono ideologico liberal, The Economisti, apparso addirittura alla viglia del rimpasto di governo: un vero e proprio avvertimento a Zelenskij. Ironicamente, osserva Kornilov, era stato pubblicato nella sezione "Guerre culturali" e presentava la faccenda come uno "scontro generazionale", che vedeva contrapposti, da una parte, generali fossilizzati "cresciuti nello stile sovietico" e, dall'altro, giovani talenti impegnati in audaci e progressiste riforme, forti di preparazione tecnologica e, soprattutto, filo-occidentali. Il settimanale britannico esortava apertamente Zelenskij a non oltrepassare i limiti assegnati.
Ecco quindi che quando Zelenskij ha ignorato l'avvertimento e non ha riconfermare Fëdorov nel nuovo governo, sono partite seduta stante non solo le tecniche della cosiddetta "rivoluzione di cartone", già sperimentate dai medesimi soggetti un anno prima, durante le proteste a proposito del NABU, ma anche la stessa campagna sui media occidentali, con editoriali quasi a senso unico. Eloquente il titolo del Financial Times, portavoce internazionale della City di Londra: "Rimpasto autodistruttivo in Ucraina"; sottolineando di nuovo il conflitto tra Fëdorov e i generali "sovietici", il servizio lancia una frecciata al jefe de la junta, esprimendo la preoccupazione che lo "show di Zelenskij" abbia privilegiato la lealtà al capo del regime rispetto alla professionalità e all'efficienza.
Lo stesso giorno, ancora un giornale britannico, The Times, pubblica un editoriale con un titolo altrettanto significativo: "Il licenziamento del ministro della difesa ucraino potrebbe essere l'errore fatale di Zelenskij".
Il quotidiano insinua che el jefe sia rimasto in carica troppo a lungo senza elezioni e spiattella pari pari che Europa e Gran Bretagna non avrebbero tollerato il licenziamento di un «ministro dinamico con tendenze anticorruzione». Fa eco a questo coro The Kyiv Independent, con un editoriale dal titolo ancora più perentorio: «Licenziando Fëdorov, Zelenskij rischia di ribaltare le sorti della guerra a favore della Russia». Per inciso, The Kyiv Independent è un giornale ucraino in lingua inglese, ma non è un mistero che goda di sovvenzioni occidentali, anche governative e che esprima diligentemente le opinioni dei suoi sponsor stranieri; il giornale accusa apertamente Zelenskij di aver praticamente distrutto la "vittoria" forgiata da Fëdorov: «il presidente ha probabilmente riportato l'Ucraina sulla strada del lento declino strategico, proprio quando c'era la possibilità di fare pressione sulla Russia e porre fine alla guerra».
Sulla scia del giornale ucraino, il Sunday Times ha pubblicato un lungo articolo dal titolo «Il licenziamento del ministro è il più grande errore di Zelenski», in cui si attribuiscono a Fëdorov tutti i presunti successi che l'Ucraina avrebbe ottenuto al fronte, ora messi a rischio da Zelenskij. Secondo questa linea, non è escluso che d'ora in poi qualsiasi debacle ucraina venga presentata come il risultato del comportamento sconsiderato di Zelenskij, che ha licenziato un “giovane e talentuoso” ministro nel momento più inopportuno. Ma, aspetto non secondario per le prospettive future, lo stesso articolo afferma senza mezzi termini che Fëdorov, «se farà tutto nel modo giusto», potrebbe presto diventare presidente dell'Ucraina.
A giudicare dal coro unanime delle pubblicazioni occidentali, ironizza Kornilov, stanno già cercando di "fare tutto nel modo giusto", lanciando una campagna non solo a sostegno dell'ex ministro, ma anche per minare la posizione di Zelenskij, anche a dispetto dei suoi ripetuti sbandieramenti di inesistenti "successi" ucraini. “Successi” a proposito dei quali non pochi osservatori si chiedono legittimamente come mai sia stato licenziato il ministro, se si supponeva che stesse vincendo?
The New York Times sottolinea questo paradosso: «L'Ucraina era in ascesa. Poi è scoppiato un conflitto sulla strategia bellica». Da ciò, è possibile prevedere il nome di colui che l'Occidente incolperà per l'imminente e ormai sicura perdita di Slavjansk e Kramatorsk, dopo la caduta di Konstantinovka. In ogni caso, conclude Kornilov, è sicuro che a Ovest si sia già individuato il capro espiatorio per l'imminente sconfitta dell'Ucraina. Chiaramente, l'élite politica non può ancora dichiararlo apertamente, ma si attiene alla stessa linea imbastita sui principali media, che non è affatto casuale. Al momento, l'élite politica si limita a scriverne personalmente (ma pubblicamente) a Fëdorov, come ha fatto il ministro della guerra tedesco Boris Pistorius, augurandogli una forte presenza sull'arena politica.
È consapevole Vladimir Zelenskij della propria vacillante posizione? Sicuramente; tanto che, nel tentativo di arginare la marea montante, ha nominato i collaboratori di Fëdorov come suoi consulenti e ha convocato con urgenza un incontro con lo stesso ministro destituito, facendo immediatamente e pubblicamente rapporto ai padrini occidentali.
Sulla prospettiva futura, comunque, dice il politologo ucraino Konstantin Bondarenko, Zelenskij trarrà vantaggio dal ritorno in politica di Fëdorov: verrà sostenuto da varie forze politiche, che probabilmente lo candideranno alla presidenza, con ciò stesso sottraendo voti a Valerij Zalužnij. Del resto, lo scandalo relativo al ricambio al vertice del Ministero della Difesa non è altro che una disputa per interessi economici e per quanto riguarda i vari sponsor del regime, le enormi somme di denaro stanziate per l'Ucraina sono riuscite a dividere i principali attori, perché fondi di tale entità non erano mai stati stanziati prima. «Si tratta di somme enormi» dice Bondarenko; «è chiaro che i principali attori stanno cercando di promuovere i propri produttori di armi, i propri fornitori in Ucraina. E a questo proposito, ci sono anche lobbisti in Ucraina che fanno pressioni per l'uno o l'altro gruppo».
Intanto, in attesa di un “radioso futuro” politico in una prossima junta nazigolpista, l'americana “Palantir” sarebbe stata pronta ad assumere Fëdorov subito dopo il suo dimissionamento: è quanto sostiene l'ex direttore di “Ekho Moskvy” Aleksej Venediktov, secondo il quale il CEO dell'impresa yankee, Alex Karp, avrebbe offerto a Fëdorov un lavoro in California. Ma «Fëdorov ha rifiutato. Per ora», dice Venediktov, aggiungendo che l'ex ministro era evidentemente legato a “Palantir” già al momento della sua nomina, dato che dirottò immediatamente la maggior parte dei fondi occidentali all'acquisto di droni, inclusi quelli dotati di intelligenza artificiale della “Palantir”; ecco perché Alex Karp, si era recato personalmente a Kiev a maggio. È così che Fëdorov ha proclamato la necessità di «cambiare la natura della guerra... che si deve abbandonare la guerra di trincea, che i droni sono necessari». In definitiva, sostiene Venediktov, Fëdorov aveva iniziato da subito a finanziare ordinativi diversi, acquistando droni e non munizioni. Quindi «non c'è bisogno di fingere che Fëdorov sia una marionetta. Se Palantir invita Fëdorov, significa che sono una cosa sola».
Ma, a rischio di ripetersi per la centunesima volta, nella guerra il fattore umano continua a essere determinante e Kiev, al di là dei proclamati “successi” dei droni, non può nascondere la grave carenza di uomini al fronte, dove la sconfitta è sempre più evidente. Ecco dunque che si fa di tutto per riportare in Ucraina le centinaia di migliaia di uomini che devono servire da carne da cannone in prima linea.
Di fatto, comunque, afferma Larisa Šesler, presidente dell'Unione degli emigranti politici e prigionieri politici d'Ucraina, anche dopo l'introduzione delle nuove norme UE nel marzo 2027, nulla cambierà per la maggior parte delle persone che desiderano lasciare l'Ucraina. Il flusso di rifugiati ucraini in età di leva verso l'Europa non aumenterà né diminuirà. A quella data, infatti, la UE intende concedere asilo solo agli ucraini in possesso di un certificato degli uffici di arruolamento che ne attesti la non mobilitazione: è un tentativo europeo di aiutare la junta a preservare risorse per il fronte. La nuova norma si applicherà però solo ai nuovi richiedenti asilo e non riguarderà gli ucraini che hanno già ottenuto protezione temporanea in paesi UE. Secondo Larisa Šesler, da qui a marzo 2027 non ci sarà un incremento massiccio dei flussi di emigrazione: «il flusso di rifugiati in età militare dipende dalla capacità dei canali illegali.
Tutti coloro che possono attraversare il confine, lo attraversano; non dipende dal fatto che venga loro concesso o meno l'asilo nella UE». La barriera principale è data dai soldi: non tutti gli ucraini hanno 30.000 dollari da pagare ai trafficanti. In ogni caso, nonostante gli sforzi UE per limitare le richieste di asilo, gli ucraini soggetti al servizio militare continuano a lasciare il paese in massa. Solo lo scorso anno, centinaia di migliaia hanno attraversato illegalmente il confine: «fuggono con qualsiasi mezzo disponibile, attraversando di nascosto il confine con Romania, Moldavia, Slovacchia». La UE, dice Šesler, considera l'Ucraina nient'altro che uno strumento di guerra contro la Russia e sta quindi cercando di preservarne la "carne da cannone", facendo di tutto per impedirne la fuga all'estero.
A dispetto delle assicurazioni di “volontà di pace” sbandierate dalle cancellerie europee e dai loro megafoni delle redazioni belliciste, a Bruxelles ci si muove alla maniera descritta da Cesare nel De bello civili, secondo cui Pompeo «desiderava che il dissidio fosse risolto con la forza delle armi», con ciò allineandosi alle grida del druido belliniano Oroveso: «Guerra, guerra! Sangue, sangue! Strage, strage, sterminio, vendetta!». Tale è il grido dei mascalzoni euroatlantisti.



