Beirut colpita, ora il regime-change in Libano

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Beirut colpita, ora il regime-change in Libano

 

Piccole Note


In una Beirut devastata, la visita del presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha promesso aiuti, ma è da capire se condizionati all’eliminazione di Hezbollah dal Paese.


Ieri sera, una manifestazione contro il governo. C’è grave malcontento in Libano, date le condizioni economiche disastrose acuite dalle sanzioni americane (comminate perché il Paese conserva un legame con l’Iran), che la distruzione del suo vitale porto acuisce ancor più.


L’ecatombe può essere usata per promuovere il regime-change in Libano – manovra alimentata dall’estero già da mesi, di cui le sanzioni sono fattore -, cioè creare una nuova dirigenza che disarmi Hezbollah.


Tale è l’auspicio che rimbalza su diversi media. Strumentalizzazione inaccettabile di quanto accaduto, sia che si tratti di un incidente sia che si tratti di un attacco.


E del tutto irresponsabile: Hezbollah e i suoi alleati, libanesi e non, non possono accettarla, da cui il rischio di una nuova guerra civile, che però, a differenza di quella del passato, non risparmierebbe il territorio israeliano.


Come tutti i regime-change servono soldi, tanti soldi. Gli aiuti per la ricostruzione possono essere utilizzati anche per questo, da cui l’attenzione al tema.


Di ieri la notizia delle dimissioni del delegato Usa per l’Iran Brian Hook, falco che pure aveva trovato accordi con Teheran (Reuters e, più approfondito, Piccolenote). Sarà sostituito con Elliott Abrams, delegato per il Venezuela e specialista in regime-change (New York Times). Non aiuta.


Tanti i leader del mondo che hanno espresso la loro solidarietà e inviato aiuti concreti.


Rifiutati, invece, quelli di Israele, che ha espresso apertamente analoga solidarietà. Sul punto, riportiamo alcuni passaggi di un articolo di Gideon Levy su Haaretz, che definisce l’offerta del governo israeliano uno “show dell’ipocrisia”.


Nella sua nota ricorda che tale offerta stride con la sistematica violazione dei cieli libanesi, che l’aviazione israeliana solca usualmente in violazione della sovranità altrui.


E con la devastazione portata nel Libano dalle forze israeliane nelle due guerre pregresse, che hanno creato ovvia diffidenza.


Più precipuo quanto scrive di seguito: “Non è stato lo stesso ministro della Difesa che solo la scorsa settimana ha terrorizzato lo stesso Libano con la minaccia di distruggere le sue infrastrutture? Il primo ministro non ha anch’egli minacciato il Libano? E come dovrebbe apparire la distruzione delle infrastrutture del Libano? Proprio come quel che si è visto martedì in Libano”.


E ricorda come in seno all’esercito israeliano si sia fatta strada la “Dottrina Dahiya” (1), che prevede “l’uso di una forza sproporzionata e sfrenata contro le infrastrutture, la distruzione diffusa e lo spargimento di più sangue possibile. “Flattening” – per insegnare al nemico una lezione ‘una volta per tutte’.  L’IDF [Israel Defence Force] ci ha provato più di una volta in passato, in Libano e a Gaza, ed è stata una storia di successi vertiginosa. Sembra proprio quello che si è visto a Beirut martedì”.


Intervento durissimo, del quale abbiamo riferito solo alcuni cenni, e certo erroneo nel dilatare la critica a tanti cittadini israeliani estranei a tali derive, una moltitudine dei quali è anzi oppositiva (né i cittadini americani avevano nulla a che vedere con la decisione della Difesa Usa di usare due atomiche su civili innocenti nella Seconda guerra mondiale).


Ed erroneo nel dilatare la critica all’intero apparato di Sicurezza israeliano, che invece, nonostante la necessaria unità esterna, vede dialettiche accese al suo interno, sia negli obiettivi che nei metodi.


Tanto che si può dare per certo che in queste ore terribili si sia intrecciato un dialogo sottotraccia tra Hezbollah e l’ambito più realista di tale apparato, un dialogo peraltro da sempre intercorso tra i due contendenti, al fine di gestire le tensioni perché quanto avvenuto e sta avvenendo non tracimi ancor più.


Esercizio arduo, ma è l’unica strada per evitare nuovi disastri. Ed è probabile che proprio tale dialogo abbia prodotto l’impossibile linea comune sulle cause accidentali dell’esplosione (vera, verosimile o falsa che sia), presto diventata linea globale (a parte Trump che ha parlato di “attacco”, anche per fugare eventuali dubbi riguardo ipotesi di un’operazione americana).


Un esito che però deve ancora essere fissato, date le spinte confliggenti. Di oggi le parole del presidente del Libano Michel Aoun, il quale ha detto che l’esplosione potrebbe essere stata causata da “interferenze esterne”, cioè “una bomba, un missile o un’altra azione” (sabotaggio).


Oggi pomeriggio parla il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, e il mondo è sospeso a quanto dirà.


(1) Il riferimento è all’ultima guerra tra Israele ed Hezbollah del 2006 che, nonostante Hezbollah occupasse il solo Libano del Sud, Israele reputò necessario estendere all’intero Paese. Così Levy: “Quando Israele ha demolito Dahiya e altri quartieri di Beirut, l’edificio del comune di Tel Aviv non era illuminato con i colori della bandiera libanese”.


Ps. L’Iran ha chiesto agli Stati Uniti di abolire le sanzioni contro il Libano, da martedì esplicitamente criminali. Nonostante il profondo dolore per l’accaduto, tale revoca ancora non è stata neanche ipotizzata. A proposito di ipocrisia…

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