British Museum: pressioni filo-israeliane dietro la rimozione della parola "Palestina"
Il British Museum è al centro di una dura bufera mediatica e diplomatica. Un'inchiesta esclusiva pubblicata il 1° luglio da Middle East Eye (MEE) ha rivelato che la prestigiosa istituzione londinese avrebbe mentito, sostenendo falsamente che la rimozione dei termini "Palestina", "palestinese" e "occupazione israeliana" dalle sue gallerie fosse il frutto dei feedback dei visitatori. I documenti interni dimostrano il contrario: la decisione è stata dettata da intense e coordinate pressioni da parte di gruppi di lobby filo-israeliani.
I documenti ufficiali, ottenuti tramite una richiesta di accesso agli atti (FOIA), confermano che nessun "test sul pubblico" – la procedura formale con cui il museo raccoglie e analizza i dati sull'interazione dei visitatori con le mostre – è mai stato eseguito in relazione all'uso del termine "Palestina".
Il caso UKLFI e le smentite del direttore
La controversia è esplosa pubblicamente nel febbraio 2026, dopo che l'organizzazione di pressione filo-israeliana UK Lawyers for Israel (UKLFI) ha rivendicato apertamente il successo della propria attività di lobbying nella cancellazione di quei riferimenti storici. All'epoca, il museo si era difeso dichiarando che «i test sul pubblico hanno dimostrato che l'uso storico del termine Palestina... in alcune circostanze non ha più significato».
L'indagine di MEE smentisce però i vertici dell'istituzione. Il direttore del British Museum, Nick Cullinan, ha inizialmente dichiarato di non sapere «nulla» della lettera inviata da UKLFI, nonostante la missiva fosse giunta direttamente sulla sua email aziendale e fosse stata prontamente segnalata dal personale. Inoltre, sebbene la direzione avesse assicurato che i curatori avevano «riflettuto a lungo e attentamente» sulle modifiche durante un «regolare aggiornamento delle gallerie», le carte dimostrano che i cambiamenti testuali venivano implementati d'urgenza, spesso entro poche ore dal ricevimento delle lamentele.
La campagna di lobbying e le modifiche ai testi storici
Le modifiche, definitive già nel gennaio 2025, sono state l'effetto di un'azione di lobbying serrata tra ottobre e dicembre 2024. Tra i firmatari dei reclami figurano personalità di spicco e storici sostenitori di Israele, come il Board of Deputies of British Jews, lo storico Simon Sebag Montefiore e l'ex direttrice del Daily Mail Nicole Lampert. Quest'ultima aveva definito la frase "Gli israeliti hanno occupato la maggior parte della Palestina" come «fattualmente ed ereticamente errata», mentre altri critici avevano sollevato il timore che l'espressione "occupazione israelita" potesse essere strumentalizzata per «giustificare attacchi contro gli ebrei».
L'intervento del museo non si è limitato ai pannelli esplicativi, ma ha toccato la geografia stessa delle mostre. All'ingresso della galleria dedicata al Levante Antico, la dicitura "Palestina moderna" è stata rimossa da un elenco di territori e sostituita con "Gaza e la Cisgiordania occupata".
Il caso era nato nell'ottobre del 2024, quando un visitatore aveva contestato la descrizione degli antichi sovrani Hyksos, indicati nel testo del museo come di «discendenza palestinese». Sebbene i curatori avessero inizialmente proposto di liquidare l'obiezione con una risposta standard, i funzionari di grado superiore hanno scavalcato il personale scientifico, imponendo la modifica della didascalia in «origine cananea».
Le reazioni diplomatiche: "Uso politico del museo"
La vicenda ha assunto contorni politici internazionali. Husam Zumlot, ambasciatore palestinese nel Regno Unito, ha commentato duramente la cancellazione dei termini storici, definendola una minaccia «assolutamente esistenziale» e accusando il British Museum di «essersi lasciato usare per scopi politici».


