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Capire la vittoria di Viktor Orbán

 

 

Come previsto dai sondaggi e dagli analisti politici, il partito Fidesz di Viktor Orbán ha trionfato nelle elezioni ungheresi consegnando per la terza volta consecutiva (dopo il 2010, 2014 e 2018) una solida maggioranza parlamentare di due terzi al controverso premier magiaro. Fidesz ha conquistato 133 seggi su 199 a fronte dell’affluenza (68,13%) più grande dai tempi della cortina di ferro. L’unica domanda che c’era da porsi alla vigilia delle elezioni era se Orbán sarebbe riuscito o meno a mettere di nuovo insieme la super-maggioranza di due terzi necessaria a cambiare la Costituzione. Nella scorsa legislatura il processo riformatore fu interrotto a causa dell’uscita da Fidesz di due parlamentari. Le opposizioni però si sono rivelate tutte estremamente deboli e inefficaci. Il parlamento ungherese adesso è così, una maggioranza del 66,83% che fa sognare qualsiasi leader europeo a parte Macron, l’unico ad avere a sua disposizione un emiciclo del genere.

 

 

 

Altro dato molto importante è l’affermazione dell’estrema destra di Jobbik come secondo partito, che conquistando 26 seggi (+3 rispetto al 2014) ha superato i socialdemocratici di MSZP che sono invece passati da 29 a 20 seggi. Tuttavia, nonostante il successo, il leader di Jobbik, ha dato le dimissioni così come hanno fatto tutti i leader dei partiti sconfitti. Adesso sarà molto difficile per le opposizioni costruirsi un ruolo in questa legislatura che non vada oltre la mera testimonianza di una posizione contraria. L’Ungheria è l’ennesimo paese europeo dove le sinistre socialdemocratiche stanno perdendo fino quasi a sparire venendo rimpiazzate da partiti di destra. Polonia e i Paesi Bassi hanno una situazione del genere, così come l’Austria, la Spagna e persino la fantastica Germania. Se decidiamo di non considerare di sinistra i movimenti En Marche! e il M5S si può dire lo stesso anche dell’Italia, ma torniamo all’Ungheria. Ieri si è parlato molto del terribile Orbán e della la minaccia che rappresenta per “i grandi valori” dell’Europa, ma esattamente, di chi è che stiamo parlando?

 

Viktor Orbán è in politica dai primi anni novanta. Durante il primo governo di Fidesz dal 1998 al 2002 l’allora trentacinquenne Orbán guidò una coalizione di centrodestra molto apprezzata nell’Europa occidentale che porto il Paese nella NATO (1999) preparando il terreno all’adesione all’Unione Europea nel 2004. Tornato al governo nel 2010 con una schiacciante maggioranza, il premier magiaro iniziò a cambiare pesantemente la Costituzione conducendo il Paese attraverso la crisi e modellando il sistema intorno a lui diventando leader indiscusso della scena politica ungherese e spauracchio dei macachi di Bruxelles. Nel 2014 all’inizio del suo secondo mandato pronunciò un famoso discorso nel quale sostenne che “i sistemi politici non occidentali, non liberali, e non democratici possono comunque portare al successo una nazione” suscitando scandalo e inquietudine nelle cancellerie occidentali.

 

Da quel momento in poi l’Ungheria divenne a tutti gli effetti un Paese alla frontiera dell’Occidente che trovò nella Russia e nel Gruppo di Visegrad i suoi alleati principali, pur non voltando mai le spalle né alla Ue, né alla NATO.

Anche se è un paese piccolo, l'Ungheria è un membro molto attivo dell'Alleanza atlantica e partecipa anche a missioni militari a guida esclusivamente statunitense. Truppe ungheresi partecipano alle missioni NATO in Kosovo e in Afghanistan mentre più di un centinaio di soldati ha partecipato alla missione Inherent Resolve contro l'ISIS. In questo senso Orbán è stato molto abile perché è riuscito a stabilire una relazione particolare con la Russia e con la Cina senza inimicarsi l'unica cancelleria occidentale che conta davvero, la Casa Bianca. Per esempio, quando c’è stato bisogno l'Ungheria è un paese che più di altri si è schierato a favore di un rapido accesso nella NATO di Albania e Macedonia, dimostrando di non farsi problemi a scontentare anche il Cremlino. Anche con Israele c’è una relazione particolare, nonostante le accuse di Antisemitismo che spesso vengono fatte alla società ungherese.

 

Adesso è sicuro che Viktor Orbán, approfondirà la faglia fra Budapest e l’Europa occidentale, ma sarà meno isolato di quel che sembra. Il premier magiaro è un membro importante del Partito Popolare Europeo e ha ottimi rapporti con la CSU bavarese, il partito gemello della CDU di Angela Merkel. Horst Seehofer, leader della CSU ora Ministro dell’interno della Germania, a gennaio invitò Orbán al congresso del partito per evidenziare la sua condivisione di una linea dura contro l’afflusso di migranti. Linea che Seehofer continua a rimarcare, volendo rimettere in discussione le quote di accoglienza stabilite dopo estenuanti trattative con la SPD nell’accordo di grande coalizione. Non è quindi una sorpresa la notizia che Horst Seehofer sia il primo leader di un certo peso a congratularsi con Orbán, dicendo che la Ue deve abbandonare la sua arroganza e il pregiudizio nei confronti dell’Ungheria. Viktor Orbán rappresenta un modello per tutti quei partiti che si stanno trincerando dietro ai “valori cristiani” contro “l’invasione musulmana” e l’endorsment del Ministro dell’interno tedesco è solo un’avvisaglia di quello che succederà nell’Europa di domani.

 

Nel 2010 il nazionalismo di Viktor Orbán veniva considerato un’eccezione passeggera nel mosaico politico europeo, oggi invece possiamo ritenerlo un precursore.

 

 

Federico Bosco

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