Crisi globale del gas: il mercato del GNL sull’orlo del collasso
Il mercato globale del gas naturale liquefatto (GNL) sta attraversando una delle crisi più gravi della sua storia recente. A innescare lo shock non è un singolo fattore, ma la convergenza di due dinamiche destabilizzanti: da un lato il conflitto in Medio Oriente, dall’altro eventi climatici estremi che stanno colpendo infrastrutture energetiche cruciali. In Australia, un potente ciclone tropicale ha costretto alla sospensione della produzione in alcuni dei principali impianti di GNL del mondo, tra cui Gorgon e Wheatstone, gestiti da Chevron, e il progetto North West Shelf di Woodside. Complessivamente, oltre 30 milioni di tonnellate annue di capacità produttiva risultano temporaneamente compromesse. Un colpo significativo, considerando che il Paese è oggi il secondo esportatore globale di GNL. Ma il vero epicentro della crisi resta il Golfo Persico.
Il blocco quasi totale dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha interrotto una delle principali arterie energetiche del pianeta, attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas. Le conseguenze sono immediate: le esportazioni dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti sono crollate, mentre impianti strategici come Ras Laffan - responsabile da solo di circa un quinto della produzione globale - sono stati colpiti e messi fuori uso. Secondo le stime, il mercato sta perdendo circa 1,5 milioni di tonnellate di GNL a settimana dall’inizio del conflitto. In totale, circa 4 milioni di tonnellate non hanno raggiunto i mercati globali nelle prime settimane della crisi. Una contrazione senza precedenti che, combinata con il blocco logistico di Hormuz e i danni alle infrastrutture, sta comprimendo l’offerta su scala mondiale. L’impatto sui prezzi è stato immediato. In Europa, il benchmark TTF olandese è passato da circa 31 euro per megawattora prima del conflitto a oltre 50 euro nelle settimane successive, con picchi ancora più elevati. Anche in Asia si registrano aumenti significativi, alimentati dalla competizione tra acquirenti per assicurarsi forniture alternative.
Il problema, tuttavia, non è solo il prezzo ma la disponibilità fisica. Molti dei carichi partiti dal Golfo prima dell’inizio delle ostilità stanno ancora raggiungendo le destinazioni, ma nel giro di pochi giorni il flusso si interromperà quasi completamente. Questo significa che il vero shock per i Paesi importatori deve ancora manifestarsi pienamente. Le economie più vulnerabili, in particolare nel Sud e Sud-Est asiatico, stanno già adottando misure di emergenza. Pakistan e Bangladesh valutano il ritorno a combustibili più economici e inquinanti come l’olio combustibile, mentre alcuni governi introducono razionamenti energetici e restrizioni ai consumi. In casi estremi, si parla di settimane lavorative ridotte per contenere la domanda. Le grandi economie asiatiche stanno reagendo in modo differenziato. Giappone e Corea del Sud si orientano verso il mercato spot per sostituire le forniture mancanti, mentre Cina e India stanno riducendo la domanda attraverso il cosiddetto “demand destruction”, tornando al carbone e limitando l’attività industriale. L’Europa, invece, grazie alla sua capacità di spesa, punta a sostituire parte del GNL mediorientale con forniture statunitensi, pur dovendo affrontare il problema del riempimento degli stoccaggi in vista del prossimo inverno. Rispetto alla crisi del gas del 2022 legata alla guerra in Ucraina, l’attuale shock appare più ampio e sistemico.
Allora l’impatto fu concentrato soprattutto sull’Europa; oggi coinvolge simultaneamente Asia ed Europa, riflettendo una crescente dipendenza globale dal GNL e la centralità delle rotte marittime. A complicare ulteriormente il quadro, i danni agli impianti qatarioti potrebbero avere effetti di lungo periodo. Una quota significativa della capacità produttiva del Paese resterà fuori servizio per anni, con possibili dichiarazioni di forza maggiore sui contratti a lungo termine. Questo introduce un elemento di instabilità strutturale che potrebbe ridefinire gli equilibri del mercato energetico globale. Nel breve periodo, il sistema si muove sul filo del rasoio: offerta limitata, domanda incerta e prezzi volatili. Nel medio termine, la crisi accelera una trasformazione già in atto, spingendo i Paesi a diversificare fonti e rotte, ma anche a riconsiderare il ruolo di carbone, nucleare e produzione domestica. Il risultato è un sistema energetico globale sempre più fragile e interconnesso, dove guerra, clima e logistica si intrecciano in una nuova geopolitica dell’energia.
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