Ecuador: González denuncia un "golpe camuffato da elezioni"

Verbali senza firme, seggi spostati e stato d'eccezione: le ombre sul voto

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Ecuador: González denuncia un "golpe camuffato da elezioni"

Le elezioni presidenziali in Ecuador si sono concluse con un ballottaggio segnato da accuse gravissime di brogli elettorali, irregolarità procedurali e un clima di crescente tensione politica. La candidata del movimento Revolución Ciudadana (RC), Luisa González, ha rifiutato categoricamente di riconoscere i risultati ufficiali che attribuiscono la vittoria all’attuale presidente Daniel Noboa, definendo l’esito delle urne "la più grottesca frode della storia ecuadoriana" e denunciando l’instaurazione di una vera e propria "dittatura".

I risultati contestati e le accuse di manipolazione

Secondo i dati diffusi dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), con il 97,4% delle schede scrutinate, Noboa avrebbe ottenuto il 55,65% dei consensi contro il 44,35% della sfidante González. Tuttavia, la candidata di sinistra ha respinto con veemenza questi numeri, sostenendo che ben undici sondaggi pre-elettorali, inclusi quelli finanziati dallo stesso governo, la indicavano come favorita. "Come possono essere credibili questi risultati? Come è possibile che undici rilevazioni statistiche, perfino quelle del regime, si siano sbagliate tutte contemporaneamente?", ha tuonato González di fronte a una folla di sostenitori pieni di rabbia che invocavano a gran voce "riconteggio" e "giustizia elettorale".

A rafforzare le sue accuse è intervenuto l’ex presidente Rafael Correa, storico leader di RC, il quale ha bollato i risultati come "matematicamente impossibili" in un post su X: "Abbiamo mantenuto esattamente la stessa percentuale del primo turno, senza perdere né guadagnare un solo voto. Questi mafiosi non hanno neanche avuto la decenza di falsificare i dati con un minimo di credibilità".

Le pesanti irregolarità denunciate dal fronte progressista

Le contestazioni sollevate da González e dal suo movimento poggiano su una lunga serie di palesi irregolarità. Tra le più gravi figura lo spostamento improvviso di 18 seggi elettorali, giustificato con pretestuosi problemi meteorologici, una mossa che avrebbe ostacolato il voto in zone tradizionalmente favorevoli alla sinistra. Parallelamente, il governo avrebbe fatto ricorso a un massiccio utilizzo di fondi pubblici per distribuire bonus economici per un valore complessivo di 570 milioni di dollari in piena campagna elettorale, pratica che costituisce una violazione della legge elettorale.

Ma l’episodio più controverso è stato il decreto di stato di eccezione emanato da Noboa poche ore prima del voto, che ha imposto la militarizzazione di sette province chiave, tra cui il distretto metropolitano di Quito. Tale provvedimento, duramente condannato dalle organizzazioni per i diritti umani come un "attentato alla democrazia", avrebbe creato un clima di intimidazione verso gli elettori. A questo si è aggiunta la sospensione del voto per la diaspora ecuadoriana in Venezuela, comunità storicamente vicina alla sinistra, e la trasmissione ripetuta di messaggi governativi in violazione del silenzio elettorale.

Il caso dei verbali non firmati e la reazione delle istituzioni

Una delle denunce più tecnicamente rilevanti è stata avanzata da Andrés Arauz, segretario generale di RC, il quale ha documentato come il CNE avrebbe convalidato numerosi verbali privi delle firme dei presidenti e segretari di seggio, in palese violazione dell’articolo 127 del Codice della Democrazia. "Tutti i verbali irregolari – ha sottolineato Arauz – miracolosamente favoriscono Noboa. Non è un errore, è un pattern fraudolento".

Dalla sua residenza di Olón, il neoliberista Noboa ha liquidato le accuse come "lamentevoli pretesti di chi non sa perdere", definendo "penoso" il tentativo di mettere in dubbio una vittoria con oltre dieci punti di margine. La presidente del CNE, Diana Atamaint, pur garantendo che ogni ricorso sarà esaminato "nel rigoroso rispetto della legge", ha ribadito che i risultati sono "definitivi e irrevocabili".

La mobilitazione internazionale e il ruolo dell’ALBA

La crisi ha travalicato i confini nazionali con l’intervento dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA-TCP), che in un duro comunicato ha parlato di "broglio elettorale premeditato" condotto sotto la copertura dello stato di eccezione. L’organizzazione, guidata da Venezuela e Cuba, ha chiesto un’indagine internazionale indipendente e un riconto completo sotto supervisione di osservatori neutrali.

Diego Borja, candidato vicepresidente di RC, in un’accorata intervista all'emittente teleSUR, ha dipinto un quadro ancora più fosco: "Quando si usa lo stato d’emergenza per controllare elezioni, perseguitare oppositori e silenziare l’arbitro elettorale, non siamo più in democrazia ma in una dittatura camuffata da legalità". Borja ha poi rivelato che in alcune province a forte presenza indigena, dove RC storicamente ottiene consensi, i voti sarebbero misteriosamente diminuiti rispetto al primo turno, un fenomeno statisticamente inspiegabile.

Prospettive future e rischi di instabilità

Con la formazione di Revolución Ciudadana pronta a presentare ricorsi presso tutte le istanze nazionali e internazionali, incluso un appello all’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), il paese si avvia verso una fase di profonda incertezza istituzionale. "L'Ecuador non può essere governato da chi calpesta la volontà popolare", ha concluso Borja, lanciando un appello alla comunità internazionale affinché "non chiuda gli occhi davanti a questo golpe elettorale".

Mentre il neoliberista filo-statunitense Noboa si prepara a insediarsi per un nuovo mandato, il fantasma di una crisi costituzionale e di possibili proteste di piazza incombe su un paese già stremato da anni di crisi economica ed esplosione della criminalità organizzata.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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