Hutchinson contro Trump: è guerra aperta anche negli Stati Uniti

Hutchinson contro Trump: è guerra aperta anche negli Stati Uniti

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La testimonianza di Cassidy Hutchinson alla Commissione d’inchiesta sui fatti del 6 gennaio domina sui media americani, rimbalzando da testata a tesata, riempiendo i video delle Tv americane di opinioni e analisi.

La Hutchinson ha inchiodato Trump, dicono un po’ tutti, raccontando come i suoi capi gli abbiano confidato che il presidente, durante l’assalto a Capitol Hill, volesse guidare la rivolta, arrivando addirittura ad afferrare il volante della Limousine presidenziale per costringere l’autista a portarlo sul luogo dell’assalto, innescando anche un diverbio, e quasi uno scontro, con lo stesso.

Non solo, nella furia successiva, avrebbe anche gettato il pranzo contro una parete dell’ufficio nel quale era stato portato contro la sua volontà… “Per due splendide ore in diretta televisiva“, scrive il Nyt, la Hutchinson ha raccontato i fatti che gli erano stati riferiti dalle persone più vicine all’ex presidente con dovizia di particolari. Un articolo lungo e quasi commosso, quello del Nyt, che in una breve parentesi, ben nascosta tra le righe riporta: (Più tardi nel corso della giornata, i funzionari dei servizi segreti che hanno chiesto l’anonimato hanno affermato che i due uomini che erano nella limousine presidenziale con Trump erano pronti a dichiarare sotto giuramento che nessuno dei due è stato aggredito dall’ex presidente e che non ha preso il volante)”. La testimonianza della Hutchinson è arrivata a sorpresa, con una convocazione urgente della Commissione, che aveva preannunciato rivelazioni bomba. E la bomba è arrivata, preceduta di poche ore dalla notizia della morte di Michael Stenger, il sergente d’armi del Senato, cioè il responsabile della sicurezza del Palazzo, il quale, due giorni prima dell’assalto, avvertito dal suo omologo della Camera, Paul Irving, dei rischi di una manifestazione violenta e allertato sulla necessità di chiedere la tutela della Guardia Nazionale, si era limitato a verificare soltanto quanto tempo fosse necessario al loro intervento in caso di emergenza (Npr).

Dopo l’assalto a Capitol Hill, aveva dato le dimissioni, come tanti funzionari del tempo, accettando le responsabilità sul mancato intervento delle forze di sicurezza, ancora inspiegabile e inspiegato. Ma questa è un’altra storia, forse. La storia di ieri è quella della Hutchinson, che rischia di perdere Trump, che finora aveva retto al tentativo della Commissione – di parte e con limitata possibilità di difesa da parte del convitato di pietra (Trump, appunto) – di incriminarlo per corrodere la sua presa sul partito repubblicano e impedirne la candidatura alle presidenziali del 2024. Davvero incredibile la storia di un Trump che tenta di afferrare il volante della limousine, ma questo è quanto detto.

E, se le sue parole verranno confermate da quanti asserisce che gli abbiano riferito i fatti, per Trump saranno guai seri. Come da parentesi del New York Times, i chiamati in causa dalla Hutchinson avrebbero dichiarato di essere pronti a smentire, ma dovrebbero essere chiamati subito dalla Commissione, che difficilmente provvederà a farlo, tenendo così Trump a cuocere a fuoco lento e sperando che, nel frattempo, le smentite di ieri si trasformino in conferme (il tempo, nelle lotte politiche, è una variabile non secondaria).

Guerra aperta, dunque, in America, che va in parallelo con la guerra ucraina, dal momento che i trumpiani sono riluttanti a sostenere la guerra “difensiva” dell’Ucraina, cosa che gli ha attirato ancor di più le attenzioni dello stato profondo. La testimonianza della Hutchinson rilancia i democratici, che, da sicuri perdenti nelle midterm del prossimo novembre, possono ora sperare di ottenere almeno un pareggio, potendo sviare l’attenzione dai temi sensibili – anzitutto l’inflazione che sta corrodendo le già esigue casse della classe media e operaia – alla corruzione di Trump… Non solo. A dare una mano ai democratici è stata anche la sentenza della Corte Suprema sull’aborto, che ha ribaltato il verdetto emesso a suo tempo sul caso Roe v. Wade, dichiarando che l’aborto non è un diritto che discende dalla Costituzione (vedi Piccolenote). Riportiamo dall’autorevole Politico: “L’eredità di Donald Trump è stata processata martedì a Washington. Ma era il suo futuro di leader del Partito Repubblicano ad essere messo alla prova in altre zone del Paese, nelle prime elezioni primarie svolte dopo [il ribaltamento di] Roe v. Wade”.

“Più della metà degli stati in questi giorni hanno tenuto le primarie e stiamo iniziando a vedere quanto possa essere importante Trump per il GOP e quanto possa essere importante Roe per i Democratici [Roe era la donna che aveva chiesto di abortire ndr].

I democratici, continua Politico, “stanno cercando disperatamente di evitare il disastro a novembre, e il messaggio dei Democratici su Roe e i loro interventi alle primarie repubblicane in Colorado e Illinois martedì, l’ultimo grande round di primarie multistatali, hanno offerto il primo test della nuova prospettiva dei Democratici sulle elezioni di Midterm”.

Quindi, dopo aver snocciolato l’importanza per tale scadenza di quanto uscirà dalla Commissione d’inchiesta sul 6 gennaio, spiega: “Il miglior contraccolpo per i Democratici è quasi certamente il ribaltamento della Corte Suprema venerdì del caso Roe v. Wade . E i democratici lo sanno. A giudicare dalle primarie di martedì, il partito al potere a Washington correrà contro la Corte in autunno”… Di questa conseguenza politica del verdetto della Corte avevamo accennato già in nella nostra nota pregressa succitata. La conferma non stupisce, ma ci sembrava doveroso riportarla.

 Piccole Note

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a cura di Davide Malacaria

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