Iran al contrattacco: la guerra che gli USA non riescono a controllare
Nelle prime ore di venerdì, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha annunciato l’83ª ondata dell’operazione “True Promise 4”, segnando un ulteriore salto qualitativo nella risposta dell’Iran alla proditoria aggressione di Stati Uniti e Israele. Missili a lungo e medio raggio, droni suicidi e sistemi multi-testata sono stati impiegati contro obiettivi strategici, tra cui depositi petroliferi ad Ashdod, installazioni militari a Modi’in e basi statunitensi nel Golfo. L’operazione si inserisce in una campagna di rappresaglia iniziata dopo l’attacco congiunto del 28 febbraio da parte di Washington e Tel Aviv, che ha decapitato la leadership iraniana, incluso l’ayatollah Ali Khamenei, e provocato centinaia di vittime civili.
Da allora, Teheran ha adottato una strategia di risposta continua e distribuita, coinvolgendo anche alleati regionali come Hezbollah e la Resistenza irachena. Secondo fonti iraniane, gli attacchi stanno producendo effetti tangibili non solo sul piano militare ma anche su quello psicologico: la vita quotidiana in Israele sarebbe scandita da allarmi continui e permanenza nei rifugi. Parallelamente, le forze iraniane rivendicano di aver colpito infrastrutture sensibili nel porto di Haifa, inclusi impianti logistici navali e depositi di carburante.
Sul piano strategico, emergono segnali di difficoltà per gli Stati Uniti. Il portavoce militare iraniano Abolfazl Shekarchi ha dichiarato che personale statunitense starebbe abbandonando le basi per rifugiarsi in strutture civili, una mossa interpretata da Teheran come segno di debolezza e tentativo di usare “scudi umani”. A rafforzare questa lettura contribuiscono anche valutazioni occidentali. Alex Younger, ex capo dell’MI6 britannico, ha affermato che l’Iran avrebbe guadagnato un vantaggio operativo, grazie alla dispersione delle capacità militari e a una gestione flessibile delle risorse. Secondo Younger, Washington avrebbe sottovalutato la complessità del conflitto, perdendo l’iniziativa nelle ultime settimane. Uno degli elementi chiave è la cosiddetta “escalation orizzontale”: Teheran non si limita a rispondere militarmente, ma amplia il campo di pressione, minacciando snodi energetici globali. Il controllo dello stretto di Hormuz - attraverso cui passa circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas - rappresenta una leva strategica decisiva, capace di influenzare i mercati energetici e amplificare l’impatto del conflitto a livello globale.
Sul fronte informativo, l’Iran accusa gli avversari di aver utilizzato l’intelligenza artificiale per manipolare immagini e fomentare disordini interni, nel tentativo di delegittimare il governo e giustificare un cambio di regime. Le accuse sono rivolte direttamente al premier israeliano Benjamin Netanyahu e al presidente statunitense Donald Trump. Nonostante le aperture negoziali provenienti da Washington, definite dallo stesso Trump come un tentativo di uscire da una “escursione all’inferno”, Teheran mantiene una linea dura. La leadership iraniana considera ogni proposta di dialogo come una ammissione implicita di fallimento da parte USA e insiste sulla necessità di infliggere una “lezione definitiva” per scoraggiare future aggressioni. A quasi un mese dall’inizio delle ostilità, il conflitto appare quindi entrato in una fase di logoramento asimmetrico, in cui la superiorità tecnologica occidentale si scontra con la resistenza strategica iraniana. Il risultato è un equilibrio instabile, destinato a ridefinire non solo gli assetti regionali, ma anche i rapporti di forza in un sistema internazionale sempre più multipolare.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
CLICCA QUI

1.gif)
