Iran-USA: un pareggio che può cambiare il mondo

Con l'insperata tregua mediata dal Pakistan e dalla Cina, Iran e USA si avviano a incamerare un "pareggio" in uno scontro che poteva avere esiti drammatici. Ma pareggio in questo caso non significa che tutto rimarrà come prima; la storia del mondo e ad uno snodo cruciale e questo pareggio cambia per sempre gli equilibri

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Iran-USA: un pareggio che può cambiare il mondo


di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico

Quando tutto sembrava avviato verso uno sbocco ancora più tragico di quello visto nel corso dell'ultimo mese e mezzo è arrivata la notizia, tanto insperata, quanto attesa: Stati Uniti e Iran hanno accettato una tregua di quindici giorni nei quali si impegnano a trovare una soluzione definitiva al conflitto in corso. 
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L'accordo che potrebbe avere una rilevanza storica ha visto il Pakistan nel ruolo di mediatore decisivo; secondo alcune fonti nella fase finale ci sarebbe stato anche un intervento della Cina che avrebbe spinto anche i settori più oltranzisti della élite iraniana ad accettare i termini dell'accordo. 

Cosa contenga in realtà questo accordo, non è dato sapere visto che le parti parlano di vittoria storica e totale sull'avversario. Secondo le fonti iraniane, Trump avrebbe accettato i dieci punti proposti da Teheran; in realtà, pare evidente, che Trump ha accettato di discuterli in questi quindici giorni di cessate il fuoco. Il che è molto diverso. 

I punti più difficili da accettare per Washington del “decalogo” di Teheran sono certamente il (1) mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, (2) l'accettazione  di Washington che l'Iran arricchisca il suo uranio, (3) il pagamento di un risarcimento all'Iran da parte degli USA, (4) ritiro delle truppe statunitensi dalla regione. Qualora questi specifici punti fossero realmente accettati da Washington non sarebbe azzardato sostenere che saremmo di fronte alla più grande disfatta subita dagli USA nel corso della sua storia. Una disfatta che avrebbe rilevanza storica e che indubitabilmente potrebbe avere effetti sull'impero Occidentale nel suo complesso paragonabili a quelli che ebbe la caduta del Muro di Berlino sull'Impero Sovietico. 

Va anche detto che questa “strana tregua” sembra in qualche modo avvalorare una potente intuizione del filosofo francese René Girard; la guerra non è più – come riteneva von Clausewitz (ma anche Marx e Mao, mi sento di aggiungere) – la continuatrice della politica con altri mezzi, e dunque, uno strumento (l'estremo strumento) che consente alla politica stessa di dare al mondo un nuovo ordine. La politica ha perso il suo senso (quello di dare un ordine) – sostiene Girard – e conseguentemente la guerra può sprigionare quella forza assoluta  e annichilente che ha ormai ottenuto grazie alla tecnica; la capacità di distruzione totale sia dell’altro che di sé stessi. Non per niente in questi lunghi giorni molti esperti hanno ventilato l'ipotesi dell'uso delle armi nucleari da parte degli USA nel teatro mediorientale. Sembra quasi che tutti gli attori convenuti abbiano compreso (chissà quanto consciamente e quanto per intuito)  che questo conflitto stava diventando troppo pericoloso e soprattutto privo di sbocchi razionali e che, di conseguenza, abbiano deciso di fermarsi evitando l'autodistruzione. Su quello che ne uscirà alla fine sarà probabilmente una soluzione di compromesso dove i rispettivi “ingegneri del marketing” proveranno a costruire una narrazione che dia alle rispettive opinioni pubbliche la percezione di una vittoria.  

L'elemento di maggior rischio in questa partita difficilissima è però a mio avviso rappresentata da quel terzo incomodo che al momento si è accodato alla tregua ma che al momento giusto potrebbe mandare tutto a monte: Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano spinge per la continuazione del conflitto perchè da un lato rischia il carcere se perdesse la carica di capo del governo e fosse sconfitto alle prossime elezioni, sia perchè è profondamente convinto che l'Iran rappresenti realmente un rischio esistenziale per Israele. Questo intreccio di interessi privati e di profonde convinzioni politiche potrebbero spingerlo a tentare la carta delle continue provocazioni - se non delle false flag – così da far saltare le trattative. Chiaramente, quale ulteriore elemento di rischio non possiamo escludere neanche un nuovo voltafaccia statunitense che si rimangia (sarebbe la terza volta in un anno con l'Iran) quanto appena concordato: nella guerra la menzogna e l'inganno sono del resto un'arma come un'altra sin dai tempi dell'assedio di Troia. 
Ma anche se le cose andassero per il verso giusto, come tutti ci auguriamo, a mio avviso questo “pareggio” tra USA e Iran non lascerà il quadro geopolitico immutato. Lo sconvolgerà profondamente in qualsiasi caso. 

In particolare, non dimentichiamo che ora l'Amministrazione Trump, ha in mano il Casus Belli per uscire dalla NATO, considerata (non a torto) una organizzazione costosissima per un quadrante del mondo, quello europeo, non più fondamentale. Quando parlo di Casus Belli mi riferisco innanzitutto al rifiuto da parte di molti paesi NATO di dare un supporto nello sforzo bellico agli USA: tutti hanno rifiutato di mandare mezzi navali per riaprire lo Stretto di Hormuz, alcuni (la Spagna per esempio) hanno rifiutato l'uso delle basi Nato agli USA per missioni relative al conflitto mediorientale. La Francia infine, si è rifiutata anche di concedere il proprio spazio aereo ai velivoli americani che si dirigevano in Medio Oriente e, addirittura, ha tenuto posizioni molto simili a quelle russe e cinesi sulla impossibilità di sbloccare lo Stretto di Hormuz con l'uso della forza militare. E' chiaro che l'evidente spaccatura politica interna alla NATO potrebbe far implodere l'organizzazione stessa tanto è stata grave e plateale. 

L'altra grande conseguenza del “pareggio” è quella che l'Iran non è crollato di fronte ai colpi di maglio americani e israeliani e anzi, ha risposto colpo su colpo infliggendo ai nemici danni evidenti. Ciò e più che sufficiente per elevare Teheran allo status di massima potenza mediorientale. Conseguentemente i suoi alleati, Cina e Russia, aumenteranno il loro peso specifico in quest'area che ha il massimo peso nello stabilire i reali rapporti di forza tra le potenze mondiali. Al contempo, le petro-monarchie da sempre filo occidentali e ancorate al principio del petrodollaro vero architrave del potere americano nel mondo, escono fortemente indebolite. Considerato che gli iraniani hanno demolito quasi completamente le basi americane in Medio Oriente non è escluso che gli sceicchi decidano di ridimensionare la presenza americana nei loro paesi; presenza peraltro rivelatasi inutile per difendere gli interessi economici e politici di questi paesi. Conseguentemente non possiamo neanche escludere che lentamente questi paesi accettino altre divise per pagare il proprio petrolio, mandando in pensione il dollaro. Sarebbe anche questo un fatto epocale ma ormai logicamente e concretamente possibile. 

Ci sarà tempo per delineare scenari e verificare le ipotesi ma una cosa è certa, siamo in qualsiasi caso all'alba di un nuovo mondo.  

Giuseppe Masala

Giuseppe Masala

Giuseppe  Masala, nasce in Sardegna nel 25 Avanti Google, si laurea in economia e  si specializza in "finanza etica". Coltiva due passioni, il linguaggio  Python e la  Letteratura.  Ha pubblicato il romanzo (che nelle sue ambizioni dovrebbe  essere il primo di una trilogia), "Una semplice formalità" vincitore  della terza edizione del premio letterario "Città di Dolianova" e  pubblicato anche in Francia con il titolo "Une simple formalité" e un  racconto "Therachia, breve storia di una parola infame" pubblicato in  una raccolta da Historica Edizioni. Si dichiara cybermarxista ma come  Leonardo Sciascia crede che "Non c’è fuga, da Dio; non è possibile.  L’esodo da Dio è una marcia verso Dio”.

 

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