La dottrina della difesa: Cuba si prepara allo scontro
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha lanciato un messaggio chiaro e diretto: Cuba non vuole la guerra, ma è pronta a combattere se attaccata. In un’intervista, il leader della Rivoluzione ha ribadito che il suo Paese lavorerà sempre per la pace, pur non escludendo la risposta militare in caso di aggressione. “Ci difenderemo, combatteremo e, se necessario, morire per la patria è vivere”, ha dichiarato, sottolineando come l’isola non tema il confronto nonostante la propria vocazione pacifica.
Una posizione che arriva in risposta alle crescenti minacce provenienti da Washington. Negli ultimi mesi, infatti, l’amministrazione di Donald Trump ha intensificato la pressione sull’isola, arrivando a evocare apertamente l’uso della forza militare, dopo precedenti azioni contro altri Paesi come Venezuela e Iran. Secondo Díaz-Canel, si tratta di una linea “ultraconservatrice” che punta esplicitamente a piegare o controllare Cuba. Il presidente cubano ha avvertito che un eventuale attacco avrebbe conseguenze pesanti per entrambe le nazioni, parlando di “perdite immense” e di uno scenario destabilizzante per i rispettivi popoli.
Al centro della strategia difensiva de L’Avana c’è la dottrina della “guerra di tutto il popolo”: un modello non offensivo, ma costruito sulla mobilitazione generale per difendere sovranità e indipendenza. “Ci prepariamo non per attaccare, ma per evitare la guerra”, ha spiegato Díaz-Canel. Dietro questa posizione, però, emerge un quadro più ampio. L’Avana denuncia da tempo un’escalation di pressioni, minacce e misure coercitive da parte degli Stati Uniti, interpretate come parte di una strategia volta a destabilizzare e “annientare” il sistema politico cubano.
Nonostante siffatta situazione, il messaggio finale resta ancorato a una visione alternativa: cooperazione, rispetto reciproco e convivenza pacifica. Ma con una linea rossa ben definita: di fronte a un’aggressione, Cuba risponderà.
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