LA VILLA DI SALÒ, EPSTEIN E GAZA

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LA VILLA DI SALÒ, EPSTEIN E GAZA


di Pasquale Liguori

Salò o le 120 giornate di Sodoma non era un requiem sul fascismo morente. Pasolini ci stava consegnando una diagnosi clinica, terrificante e profetica, sul futuro che ci attendeva. In quell’opera, l'orrore non risiede soltanto nella tortura, ma nella meticolosa selezione delle vittime: partigiani, figli del popolo, adolescenti rapiti per essere consumati da quattro dignitari - il Duca, il Vescovo, il Presidente della Corte d'Appello, il Presidente della Banca Centrale - pilastri del potere politico, ecclesiastico, giudiziario e finanziario. Quella villa non ha mai chiuso i battenti. È il luogo dove la legge viene sospesa affinché il capriccio dell'élite diventi l'unica norma vigente.

La villa esisteva realmente: si chiamava Little St. James, l'isola di Jeffrey Epstein. Inutile a dirsi che bisogna smettere di guardare al caso Epstein come a una storia di devianza individuale o di gossip. Epstein è stato l'architetto di una "Salò moderna", un ingranaggio essenziale di quella tracotanza imperialsionista che oggi vediamo esplodere ovunque. La sua rete non era un circolo vizioso, ma un sofisticato dispositivo di controllo politico fondato sul ricatto incrociato, un punto di convergenza dove l'élite occidentale e i vertici dell'intelligence e del business israeliani si incontravano nel comune denominatore del vizio. Lì, esattamente come nel film di Pasolini, la pedofilia trascendeva la perversione sessuale per farsi celebrazione del potere assoluto. Consumare corpi giovani, vergini e indifesi è l'affermazione suprema della sovranità: "Io posso tutto. Tu sei carne, io sono il macellaio". I quattro dignitari non sono spariti. Hanno solo esteso il perimetro delle recinzioni, trasformando il mondo intero nel loro teatro di caccia.

Quel meccanismo di predazione, un tempo nascosto nelle alcove private, ha rotto gli argini ed è diventato genocidio a Gaza, prosecuzione dell'isola di Epstein con altri mezzi. La villa di Salò ha trovato la sua architettura globale: da un lato la privatizzazione del vizio a Little St. James, dove il consumo dei corpi avveniva al riparo dagli sguardi; dall'altro Gaza, il "cortile esterno", il luogo dove il Potere Sovrano esercita la sua violenza con una spettacolarità oscena, trasmettendo al mondo il messaggio definitivo di impunità. Pasolini indicava la natura anarchica del vero potere. I signori di Salò stilano regolamenti maniacali solo per il piacere sadico di violarli.

Israele incarna oggi questa figura del sovrano assoluto nel suo eccezionalismo. La circolazione virale di video in cui soldati israeliani posano ghignanti con la biancheria intima di donne palestinesi uccise o sfollate, o ballano invocando la colonizzazione sulle macerie di intere città, non è un incidente di percorso disciplinare. È la manifestazione politica dell'orgia sadiana. È quel "surplus di godimento" che accompagna ogni genocidio: non basta eliminare il nemico, bisogna umiliarne la nuda vita, celebrare la propria vitalità suprema banchettando sul cadavere dell'Altro. La scena più insostenibile di Salò, quella in cui le vittime sono costrette a nutrirsi di merda, trova oggi la sua tragica eco politica. Il colonialismo nella sua fase terminale costringe i popoli sottomessi a ingoiare gli scarti della produzione di morte occidentale: fame, sete, malattie, macerie. È la distruzione metodica non solo dei corpi, ma della dignità umana, ridotta a rifiuto.

Questa "tracotanza" - l'impunità sfacciata, farsi beffa di istituzioni e diritto cavalcandone i loro doppi standard, i soldati che frugano nell'intimo delle case sventrate - è figlia diretta di quella stessa cultura che proteggeva i frequentatori dell'isola. È il messaggio del marchese de Sade elevato a dottrina di Stato: il forte ha il diritto naturale di godere della sofferenza del debole. Di fronte a questo abisso, non ci è risparmiato uno spettacolo forse ancora più grottesco: la recita di sedicenti progressisti che, invece di analizzare l'orrore, si premurano di agitare la clava preventiva dell'antisemitismo contro chiunque osi nominare la realtà confrontandosi oggettivamente con l’abisso dei tempi. Un’accusa, ormai svuotata di ogni significato storico e trasformata in un manganello retorico, che serve a un solo scopo: proteggere il potere da ogni critica strutturale. È la stessa ipocrisia dei collaborazionisti che, nella villa di Pasolini, suonavano il pianoforte per coprire le urla delle torture. Chi oggi grida all'antisemitismo di fronte alla critica politica del sionismo e del massacro sistematico che produce, sta difendendo il diritto dei Signori di disporre dei corpi a loro piacimento. Riconoscere il legame oscuro tra libido, potere e sterminio è il primo passo per non essere complici.

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