L’Iran accusa Washington di usare metodi simili all’ISIS
La criminale aggressione contro l’Iran sembra entrata in una nuova fase di esclation militare che riflette la disperazione di Donald Trump perché si fanno sempre più evidenti i limiti strategici dell'intervento USA. Secondo il Comando Centrale statunitense (CENTCOM), nella giornata del 29 luglio le forze nordamericane hanno lanciato una vasta ondata di bombardamenti contro decine di obiettivi del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), colpendo centri di comando, installazioni missilistiche e per droni, sistemi di sorveglianza, difese costiere e infrastrutture marittime. Tra le aree interessate figura anche l'isola di Qeshm, situata nello strategico Stretto di Hormuz, oltre alle isole di Abu Musa e Kish e ad alcune località delle province di Hormozgan e Khuzestan. Esplosioni sono state segnalate anche nei pressi di Bushehr, sede dell'unica centrale nucleare iraniana. Teheran tuttavia denuncia che gli attacchi abbiano colpito anche aree civili.
Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha denunciato il bombardamento di un quartiere residenziale sull'isola di Qeshm, dove sono morti un tassista, la moglie e il figlio di due anni. In un messaggio pubblicato sui social, Baghaei ha paragonato l'azione statunitense ai metodi dello Stato Islamico, affermando che simili operazioni non faranno altro che rafforzare la determinazione degli iraniani a difendere la propria sovranità. L'episodio si inserisce nel conflitto iniziato alla fine di febbraio, quando Washington e Tel Aviv hanno avviato una vasta campagna militare con l'obiettivo dichiarato di neutralizzare le capacità difensive iraniane e favorire un cambiamento politico a Teheran. Nelle prime ore dell'offensiva sono stati uccisi la Guida Suprema Ali Khamenei e numerosi alti comandanti militari e dirigenti. Nei trentanove giorni successivi migliaia di iraniani hanno perso la vita.
La risposta iraniana, caratterizzata da attacchi contro Israele e basi militari statunitensi nella regione, ha però modificato gli equilibri del conflitto, inducendo il presidente Donald Trump ad annunciare un cessate il fuoco entrato in vigore l'8 aprile. La tregua, mediata dal Pakistan, è stata successivamente seguita da accuse reciproche di violazioni e dal progressivo deterioramento del memorandum d'intesa firmato nei mesi successivi tra Washington e Teheran. Nelle ultime settimane gli Stati Uniti avevano ripreso i bombardamenti, soprattutto nel sud dell'Iran, salvo interromperli improvvisamente dopo meno di due settimane. Secondo ricostruzioni della stampa USA, lo stop sarebbe stato determinato anche dal forte consumo delle scorte di munizioni e di sistemi d'intercettazione della difesa aerea, messi sotto pressione dall'intensità delle operazioni militari. In risposta ai nuovi raid, l'IRGC ha annunciato di aver lanciato un attacco missilistico di precisione contro una base statunitense in Giordania che ospita personale del Comando Centrale degli Stati Uniti. Washington ha definito l'azione un attacco a sorpresa, pur confermando la volontà di mantenere aperti i canali diplomatici con Teheran. Sul piano politico, la guerra continua ad alimentare tensioni anche all'interno dell'alleanza tra Stati Uniti e Israele. Mentre il premier sionista Benjamin Netanyahu insiste sulla necessità di proseguire la pressione militare contro l'Iran, l'amministrazione Trump deve fare i conti con i costi economici e strategici di un conflitto prolungato. Il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il commercio energetico mondiale, ha contribuito all'aumento dei prezzi del petrolio, con ripercussioni sull'economia USA e sul consenso interno della Casa Bianca.
Per molti osservatori, gli ultimi mesi hanno dimostrato come una campagna fondata sulla superiorità militare non sia riuscita a ottenere gli obiettivi politici inizialmente dichiarati. Al contrario, il confronto sembra aver consolidato la capacità di risposta iraniana e reso ancora più evidente il rischio che una nuova escalation possa avere conseguenze ben oltre i confini della regione mediorientale.
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