A cosa serve la guerra (di Alessandro Volpi)
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di Alessandro Volpi*
Le società kuwaitiane che gestiscono il settore petrolifero del Paese hanno firmato un accordo di concessione da 16 miliardi di dollari con un gruppo di investitori guidato da Blackstone, Brookfield e Kkr.
Si tratta di tre grandi fondi di investimento - con caratteri spesso speculativi - ben presenti anche in Italia.
L’accordo arriva dopo che il presidente Trump ha dichiarato all’inizio di luglio di aver annullato il piano di dazi per lo Stretto di Hormuz a seguito di colloqui con i Paesi mediorientali per maggiori investimenti negli Stati Uniti.
A tali trattative, naturalmente, Trump si è presentato proprio con i vertici dei fondi ricordati e delle Big Three.
Questi gruppi hanno formato un consorzio per acquisire una quota significativa (o i diritti di gestione) nelle infrastrutture energetiche della Kuwait Petroleum Corporation (KPC), la compagnia petrolifera nazionale.
A differenza della produzione diretta di petrolio (upstream), che rimane sotto il controllo totale dello Stato per ragioni costituzionali, l'accordo riguarda le infrastrutture midstream, ovvero Oleodotti e gasodotti - La rete che trasporta il greggio dai campi di estrazione ai porti di esportazione e alle raffinerie - e i Terminal di stoccaggio, i depositi strategici per la gestione delle riserve.
Seguendo il modello già collaudato da Abu Dhabi e Riad, l'operazione non è una vendita definitiva della proprietà, ma un accordo di "lease-and-leaseback":
Il consorzio versa 16 miliardi di dollari in anticipo per ottenere i diritti di utilizzo delle infrastrutture per un periodo determinato (solitamente tra i 20 e i 25 anni).
KPC paga al consorzio una tariffa per l'utilizzo di quegli stessi condotti per trasportare il suo petrolio.
Questo garantisce agli investitori (Blackstone, KKR, Brookfield) un rendimento costante e a basso rischio, simile a quello di un'obbligazione o di un canone d'affitto su larga scala.
Il Kuwait è stato storicamente più prudente e politicamente restio ad aprire il proprio settore energetico agli stranieri rispetto ai vicini. Tuttavia, diverse ragioni hanno spinto verso la firma.
Il Paese ha bisogno di liquidità per finanziare "Vision 2035", il piano di diversificazione economica per ridurre la dipendenza dal petrolio. KPC punta a raggiungere una produzione di 4 milioni di barili al giorno entro il 2035 e ha bisogno di enormi capitali per aggiornare gli impianti. L'ingresso di colossi come Blackstone e KKR, inoltre, attira risorse internazionale e altri investimenti diretti esteri.
Inoltre, il conflitto ha colpito duramente le prospettive di crescita.
Le stime più recenti per il 2026 indicano che l'economia del Kuwait potrebbe contrarsi del 4,4%, invertendo le precedenti proiezioni di crescita.
La chiusura (o la forte limitazione) del transito nello stretto ha costretto il Kuwait a tagliare drasticamente le esportazioni di greggio, nonostante la sua
enorme capacità produttiva.
Gli attacchi con droni e missili non hanno risparmiato le infrastrutture; diverse raffinerie e impianti nel Golfo (incluso il Kuwait) hanno subito danni, aumentando i costi di riparazione e manutenzione.
Il fatto che colossi come Blackstone e KKR abbiano siglato il contratto proprio ora è un segnale politico ed economico fortissimo. Per il Kuwait, questa firma serve a dimostrare al mondo che il Paese è "aperto per affari" nonostante gli attacchi iraniani alle infrastrutture. È un modo per dire che il rischio geopolitico non ferma i piani a lungo termine.
Ma la guerra costa cara. L'accordo garantisce, così, al Kuwait un incasso immediato di circa 7,85 miliardi di dollari. Questi fondi sono vitali per finanziare la spesa pubblica e la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate senza dover attingere eccessivamente ai fondi sovrani.
Poiché i guadagni del consorzio si basano sui volumi trasportati e non sul prezzo del barile, gli investitori scommettono invece che, una volta finita la fase acuta del conflitto, il flusso di petrolio tornerà ai livelli massimi (l'obiettivo è 4 milioni di barili al giorno entro il 2035).
Del resto la guerra ha evidenziato la vulnerabilità del Kuwait. Parte dei capitali attratti con questo accordo verranno quindi probabilmente dirottati verso progetti per aggirare lo Stretto di Hormuz, come nuovi oleodotti verso porti meno esposti o terminal di stoccaggio più sicuri.
Aggiungerei un dato.
Una notizia fondamentale di poche settimane fa (giugno 2026) è che la Capital Markets Authority (CMA) del Kuwait ha finalmente approvato il quadro normativo per il lancio di ETF locali sulla borsa di Kuwait City (Boursa Kuwait).
È probabile che, in futuro, nascano fondi o ETF focalizzati proprio sulle infrastrutture energetiche o sui dividendi del settore oil & gas, rendendo "liquidi" asset che prima erano accessibili solo ai grandi fondi sovrani.
La finanza dunque farà molti soldi dalla guerra
*Post Facebook del 27 luglio 2026


