Meloni, la vicinanza a Trump è un segno di forza?
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di Paolo Desogus*
Il consenso di Giorgia Meloni e il suo accesso a molti salotti buoni della finanza e dell’economia, in Italia e non solo, sono stati senz’altro determinati dalla sua vicinanza agli Stati Uniti e a Trump. Sui giornali e tra gli opinionisti la nostra presidente del Consiglio è apparsa come la figura capace di essere rispettata dal presidente americano. Persino nei palazzi dell’UE, dove la sua elezione era stata accolta molto negativamente, è riuscita a imporsi come la leader di dialogo tra USA ed Europa, anche nell’ottica di mitigare le incursioni americane contro i paesi del nostro continente.
Questo successo ora si trasformando in un boomerang. La sua vicinanza a Trump appare sempre più come il segno non di una forza ma di una debolezza, di una sudditanza. La nostra premier non ha alcuna ascendente verso l’inquilino della Casa Bianca.
Le pretese americane non si sono affatto placate per l’intervento di Giorgia Meloni. Che, oltretutto, nelle ultime settimane ha dovuto ripiegare e adottare un strategia del basso profilo non presentandosi a Davos. Trump ha reagito con un attacco ai soldati italiani costringendo la premier a intervenire in un breve sussulto di dignità.
Sono comunque seguiti altri attacchi all’Italia, come ad esempio in Cisgiordania, con l’umiliazione inflitta ai Carabinieri e dagli Statws con gli attacchi di Bannon (“fuck Italy”). La verità che sta emergendo è che l’Italia è un paese subalterno agli USA. Anzi è il più sciocco tra i vassalli. È un paese beone governato da una destra inadeguata, senza un’opposizione credibile e con un’opinione pubblica sempre più lacerata, incapace di coagulare il malessere e le rivendicazioni in un qualche progetto politico.
Ne è una prova il referendum sulla giustizia, che per ragioni diverse sta saldando la vecchia destra berlusconiana, l’estrema destra antistatalista e quei pezzi di popolo smarrito, che vede nel Sì l’opportunità di sparigliare le carte e di danneggiare il nemico individuato nel fantasma dei ceti medi progressivi, a cui si rimprovera la corruzione della sinistra e l’involuzione del Pd.
Lo sforzo attuale della sinistra dovrebbe essere quello di uscire da questa trappola e di reindirizzare il conflitto verso i veri nemici di classe, verso i detentori del capitale, ovvero verso coloro che hanno promosso la sottomissione meloniana del paese alle ragioni degli USA. La perdita di prestigio degli Stati Uniti, anche agli occhi di molti liberali, e la deriva autoritaria di Trump sono rivelatori anche dell’inconsistenza politica di Giorgia Meloni. Mostrano come in realtà anche lei coltivi ambizioni autoritarie, seppure appunto in un regime di vassallaggio. La stessa riforma della giustizia è una riforma trumpiana, si inserisce cioè verso la destrutturazione della democrazia.
*Post Facebook del 30 gennaio 2026

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