Nuove democrazie, vecchie crepe. Derive ambigue di una comoda amnesia
di Giulio Pizzamei*
Raduni apertamente "nostalgici", rievocazione di figure storiche macchiatisi di efferati crimini, infinite lamentele ogni volta che si protesta contro la presenza di organizzazioni neofasciste in organi ed ambienti istituzionali. Non è un caso, non è perbenismo e non è libertà di espressione; è il risultato di decenni di revisionismo della democrazia. Dopo le barbarie fasciste che hanno portato a un milione di morti in tutta Italia, il nostro popolo ne aveva avuto abbastanza. Per questo negli anni successivi alla guerra, a parte in qualche circolo di irriducibili mai puniti per le atrocità commesse, il sentimento antifascista univa la grande maggioranza del popolo italiano, diviso su molti aspetti ma coeso davanti a quel solenne e sofferto "mai più". La nostra democrazia, conquistata con il sangue dei partigiani, sembrava la più grande garanzia che il nostro popolo avesse mai avuto contro l'oppressione, un pilastro inamovibile contro ogni forma di autoritarismo. Oggi quello che troviamo a proteggerci dal fascismo è una modello politico stanco, manipolato per anni dal nemico, che accetta sempre di più compromessi con un movimento che del totalitarismo del "nessun compromesso" ha fatto il suo grido di battaglia.
La retorica neofascista degli ultimi decenni invoca il diritto di rappresentanza per un'ideologia apertamente autoritaria e repressiva in nome della democrazia. Questo ad alcuni può sembrare il più alto livello di libertà, una società in cui tutti, ma proprio tutti, possano vivere la propria fede politica come meglio credere. Così non è. Una democrazia che non si vuole più definire antifascista non è garanzia di libertà, è una debole preda del suo più grande nemico pratico ed ideologico. Purtroppo questa consapevolezza sembra essersi persa con il tempo, il sangue di Matteotti è stato lavato dalle strade e il nero manto della comoda (e tipicamente europea) amnesia ha coperto i suoi insegnamenti.
Le parole del Generale Vannacci riguardo all'annullata conferenza di ultradestra che doveva tenersi a Montecitorio il 30 gennaio possono sembrare quasi un capriccio, sicuramente deboli in confronto all'immaginario comune che si ha dei leader di estrema destra. Si parla di "morte della democrazia" come se la maggior parte del suo elettorato e delle sue amicizie politiche non siano molto vicini, se non direttamente coinvolti, con ambienti apertamente nostalgici di un regime dittatoriale e totalitario. Un controsenso a prima vista, ma lo è veramente?
Bisogna ricordare che il ventennio fascista, il periodo più buio della nostra storia, non è iniziato con un colpo di stato ma con una rapida e legittimata presa di controllo della democrazia liberale da parte dei fascisti. L'indifferenza (e a volte complicità) delle forze dell'ordine, la sottovalutazione della svolta autoritaria e la normalizzazione del movimento stesso hanno portato l'Italia, ancora prima della marcia su Roma, ad un punto di non ritorno di cui oggi conosciamo molto bene gli orrori. Questo per dire che, nonostante democrazia e fascismo siano nemici ideologici, quest'ultimo dalla sua nascita sfrutta il buonismo e l'indifferenza liberale della prima per salire al potere inosservato, fino a che non diventa troppo tardi per formare una risposta adeguata. Così è successo in passato in Italia, in Germania, così sta succedendo oggi negli Stati Uniti e così sta risuccedendo (anche se in maniera leggermente più subdola) nel nostro paese proprio in questi anni. Difficile dire se è stato già raggiunto, almeno nello stivale, il già citato punto di non ritorno. Vengono approvati disegni di legge sempre più repressivi, il revisionismo storico diventa un obiettivo politico, la popolazione viene spinta all'autoritarismo spaventandola con pericoli immaginari; ma forse non è ancora troppo tardi.
Il 30 gennaio è stata negata pubblicità e spazio politico ad un'organizzazione neofascista. Non c'è alcun bisogno di giustificare questa affermazione perché le sue motivazioni sono le basi della nostra democrazia, diversa da quella liberale di inizi novecento perché fondata su quel "mai più" che ancora gela il sangue di chi la morte della democrazia l'ha vissuta sulla propria pelle. Il dialogo è parte fondamentale della democrazia, proprio per questo va protetto da chi l'espressione del proprio pensiero la puniva con manganelli ed olio di ricino.
*Giulio Pizzamei è studente alla Scuola di Giornalismo della fondazione Lelio e Lisli Basso.

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