Regeni, Venezuela, Cuba. E’ LA VERITA’ CHE E’ RIVOLUZIONARIA. Su certi assist alla narrazione del nemico

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Regeni, Venezuela, Cuba. E’ LA VERITA’ CHE E’ RIVOLUZIONARIA. Su certi assist alla narrazione del nemico

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di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Chi era e a chi serviva Regeni

L’hanno detto George Orwell e, prima di lui, Antonio Gramsci e l’ha pagato con la vita Giacomo Matteotti. E, oggi, 75mila palestinesi.

Comincio da Giulio Regeni, caso esemplare del quale mi sono occupato più volte per aggiungere elementi cognitivi che venivano ostinatamente ignorati dal racconto mainstream, dalla magistratura, dall’intero quadrante politico. Uno sforzo compiuto in splendido isolamento, non fosse che, all’inizio della vicenda, 2016, anno del ritrovamento al Cairo del corpo di Regeni, qualche foglio osò rettificare, con qualche pur innegabile notizia, la versione sacralizzata da media e politica.

UNO SGUARDO DAL FRONTE

 

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La vicenda è tornata di attualità in occasione di uno stanziamento rifiutato - cosa giudicata vergognosa - a chi ne intendeva trarre un documentario. Naturalmente un dettagliato documentario, al quale anch’io, il generale Tricarico, politici italiani, avevamo dato un contributo, è rimasto innominato: lo avevano fatto gli egiziani.

Emblematica è stata la risposta dei rinomati “fact checkers” del giornale online “Open” di Mentana. All’elenco dei motivi e fatti per cui legittimamente giudicavo quanto meno opinabile la versione ufficiale sulla morte di Regeni, si era risposto sbrigativamente con il concetto dannante di “complottismo”. I dati oggettivi citati non meritavano menzione. Li riassumo, a beneficio di chi voglia farsi un’idea, sia della rinnovata denuncia di un assassinio attribuito ai servizi del presidente egiziano Al Sisi, sia delle basi di un processo romano, ovviamente stagnante, contro alcuni imputati scelti tra quanti dei discutibili e molto approssimativi testimoni hanno suggerito al tribunale.

Il corpo di Regeni, con segni di tortura, viene ritrovato su uno stradone, non lontano dal centro del Cairo. Esattamente nel giorno e nelle ore in cui una delegazione politico-industriale italiana si incontra con i vertici egiziani per discutere di investimenti e, in particolare, del ruolo dell’ENI nel giacimento di gas prospiciente le coste egiziane. Un siluro all’intesa. Di conseguenza l’incontro viene sospeso. Non verrà mai più ripreso. Sul giacimento si affacceranno le compagnie petrolifere angloamericane.

 

Regeni ha alle spalle una vasta famigliarità con Israele e il Medioriente e anni di lavoro per Oxford Analytica, impresa di spionaggio industriale e politico capeggiata da John Negroponte, gestore di squadroni della morte in Centroamerica e Iraq, da Colin McColl, ex-capo del MI6, servizio segreto britannico e da David Young, l’organizzatore per Nixon dello scandalo Watergate.

Un progetto eversivo

Il giovane ricercatore di Cambridge, in partenza per una missione al Cairo, da una sua tutor, Maha Abdel Rahman rappresentante dei Fratelli Musulmani (il movimento di cui faceva parte il presidente Mohammed Al Sisi, spodestato da una rivoluzione popolare), viene indirizzato a una sua omologa dell’Università Americana al Cairo, Rabab El Mahdi.  La Rahman si sottrarrà agli inquirenti italiani e non sarà più infastidita. Qui Regeni individua un interlocutore nella figura di Mohammed Abdallah, capo dell’importante sindacato del commercio informale.

In un video, ampiamente circolato, gli prospetta un affare da 10.000 dollari che Abdallah vorrebbe utilizzare per le cure della madre, malata di cancro. Regeni glielo nega chiedendogli invece un “progetto tipo 25 gennaio”. Il 25 gennaio 2011 il presidente Mubaraq viene rovesciato dalla sollevazione popolare. Abdallah si insospettisce e riferisce tutto a un commissariato di polizia. Se la missione di Regeni era quella di trovare chi rinnovasse un tentativo di destabilizzazione del governo, l’opera era fallita e il suo protagonista risultava bruciato. Poteva servire a eventuali mandanti se delle sue torture ed esecuzione fossero state accusate le autorità egiziane. Con conseguente inevitabile crisi nei rapporti italo-egiziani.

Formazione d’élite

Riveste un certo significato la formazione di Giulio Regeni. I vari gradi d’istruzione si svolsero in un istituto a Trieste della catena dei costosissimi “Collegi del Mondo Unito”, fondati dal tedesco Kurt Hahn e destinati alla formazione delle élite europee. Nella sua filiale di Edimburgo si sono diplomati perfino i membri della Casa Reale britannica. Resta agli atti un documento firmato da Hahn e indirizzato ad Allen Dulles, direttore della CIA, in cui ai servizi USA si offriva una collaborazione per il reclutamento e la formazione di giovani leve “utilizzabili per la destabilizzazione dell’Unione Sovietica”.

Cosa c’entra l’Egitto di Al Sisi?

L’Egitto, oltre 100 milioni di abitanti, posizione strategica di porta tra Africa-Medioriente e Mediterraneo, controllore del Canale di Suez dal quale passa un 40% del commercio globale, partner ambito da vari paesi europei per le opportunità di investimento in infrastrutture e per forniture energetiche offerte dallo scoprimento di vasti giacimenti, è l’ultimo grande paese sopravvissuto alla frantumazione del mondo arabo: Iraq, Siria, Libia, Libano. Non rappresenta una minaccia al colonialismo ed espansionismo israeliano e USA, nel conflitto palestinese persegue una funzione di mediazione, ha buoni rapporti con Washington, da cui riceve armamenti.

Ha dovuto combattere, dopo la cacciata del presidente Fratello Musulmano Mohammed Morsi, che aveva imposto la Sharìa, proibito gli scioperi e assistito all’incendio delle chiese cristiane ad opera dei propri seguaci, una feroce ondata di terrorismo ISIS, culminata in una guerra civile nel Sinai.

 Putin e Al Sisi

Intrattiene, a partire dalla presidenza Al Sisi anche buoni rapporti con Mosca; in Libia sostiene la riunificazione del paese perseguita dal governo dell’uomo forte Haftar contro il regime dei trafficanti di carne umana installato dai turchi a Tripoli; in Sudan è schierato dalla parte del Governo di Transizione, in contrasto con gli Emirati Arabi Uniti, punta di lancia degli Accordi di Abramo con Israele, che sostengono le Forze d’Intervento Rapido; ha un contenzioso con l’Etiopia filo-occidentale che, con la nuova diga del Rinascimento, gli ha ridotto il flusso vitale del Nilo.

Insomma, la sua è una posizione al tempo stesso moderata, ma anche fastidiosa per interessati vari. E rimane, al di là delle scelte politiche contingenti, una grande paese arabo di enorme rilievo strategico.

Venezuela e Cuba, casi gemelli?

La verità in quanto rivoluzionaria non può essere sopraffatta da qualsiasi altra considerazione che, comunque, la tradirebbe. Il discorso è tornato di grande e grave attualità con il Venezuela e va preso in esame anche per Cuba, di cui parleremo poi.

Di Venezuela e di quello che è davvero successo a partire dal rapimento del presidente Maduro e di Celia Flores e dai bombardamenti USA senza risposta, mi sono parecchio dilungato su L’Antidiplomatico. Ci sono state reazioni che, diversamente da quanto i fatti, da me minuziosamente elencati, dimostrano inequivocabilmente, valutano il comportamento del vertice venezuelano, quello dei fratelli Delcy e Jorge Rodriguez e loro squadra, come una necessaria, per quanto imposta, “ritirata strategica”. Per evitare che la ritirata “strategica” non si risolva in resa, come con Napoleone in Russia, o connivenza, sarebbe stato il caso di parlare di ritirata “tattica”.

Si insiste su una presunta similitudine tra il golpe contro Chavez del 2002, risolto dalla rivolta di popolo nel giro di 48 ore e dalla conseguente continuità, anzi da un rafforzamento del processo rivoluzionario, e gli eventi del 3 gennaio di quest’anno. Sono passati quasi 4 mesi è Maduro e moglie restano in carcere a New York. In Venezuela a tumultuare per la loro liberazione è il popolo.

Il dopo-Maduro e i nuovi rapporti con Washington

Molti dei fatti che hanno definito la fisionomia di questa vicenda sono ancora da individuare, ma molti, incontrovertibili, sono stati identificati ed elencati nel mio precedente intervento. In breve sintesi, si tratta dell’immediato arrivo a Caracas dei dirigenti massimi dell’apparato militare, di intelligence, energetico, economico, degli USA, con relativi diktat sugli indirizzi da adottare. Ne sono seguiti il rilascio di tutti i prigionieri, improvvisamente divenuti politici, la decapitazione dei vertici militari venezuelani, l’apprezzamento di Trump per la nuova direzione, l’adozione di misure che hanno completamente stravolto l’impostazione gestionale e sociale bolivariana, già monopolio dello Stato, delle risorse petrolifere, la cessazione delle vitali forniture a Cuba. Con tanto di compartecipazione di compagnie private, eminentemente statunitensi, all’intero processo relativo a queste risorse, dall’estrazione alla commercializzazione. Alcune proprietà sottoterra sono state cedute.

Per il Venezuela, come per Cuba, per l’Iran, per la Palestina, per la Russia e la Cina e per qualsiasi realtà che, oggettivamente o soggettivamente, si ponga in opposizione dichiarata, o, quanto meno, di intralcio all’imperialismo e al colonialismo, vale su tutto un principio: una difesa senza “se”.

Principio che non può non avere valore incondizionato e vincolante se si parla di difesa dal popolo, del paese. Ma riferendo il principio a governo e classe dirigente, ci si aspetta che sia fisiologico e imperativo rinunciare anche a ogni “ma”? Qui si apre la contraddizione. Che nasce dal carattere rivoluzionario insito nella verità. Senza la quale ogni inganno, doppiezza, finzione, ipocrisia, calcolo, trovano modo di svicolare. Da essere pensante e volenteroso, per quanto inadeguato, antagonista dell’esistente, qualche “ma” va mantenuto.

In Venezuela un popolo quasi intero, cosciente della sua identità e della natura del nemico, sono mesi che è mobilitato contro quanto gli è stato tolto e quanto gli è stato imposto. Lo fa, a sentire i miei amici di quell’autentica avanguardia nella storica difesa del chavismo che è il quartiere “23 de Jenero” con la sua Coordinadora Simon Bolivar, perché crede ciò che la presidente “ad interim”, Delcy Rodriguez, garantisce: continuità della rivoluzione. Visti i fatti, che dimostrano come si tratti di una continuità ampiamente incrinata, la posizione di queste masse irrequiete si potrebbe interpretare come sforzo di condizionamento nei confronti del nuovo governo. Anche di messa in guardia.

In tutto questo, posso sbagliare. Non per quanto il governo, con la “pistola puntata alla tempia”, come si usa ricordare, ho riferito abbia fatto in questi mesi, ottenendo, non la restituzione del presidente rapito, ma l’approvazione alla propria sopravvivenza. Fisica e al potere. Nella dichiarata continuità e nella sostanziale rottura rispetto al cammino tracciato da Ugo Chavez. Ho ogni comprensione per chi si ostina a oscurare i lati drammaticamente negativi di questo spodestamento, per illuminare quelli di una necessità che imporrebbe solo ripieghi temporanei. Tante delle nostre vite si sono intrecciate a quelle del Venezuela e rimane difficile districarsene.

Onestà intellettuale, ma più ancora rispetto per questa storia e il suo popolo, impongono, però, che, negandolo, non si dia copertura a un crimine dell’imperialismo e a chi gli ha fatto da basista e palo.

Cuba, hasta siempre?

Le afflizioni da Trump imposte a Cuba con il totale blocco energetico che annulla la lieve attenuazione del bloqueo concessa da Obama e intensifica lo strangolamento già adottato nel suo primo mandato, sono di una portata inimmaginabile. Come chiudere qualcuno in una stanza e aspirarne l’ossigeno. Le spedizioni di solidarietà giunte nell’isola hanno ampiamente documentato gli esiti di questa asfissia di tutto un popolo: non funziona più niente, né i trasporti, né la produzione, né l’agricoltura, né gli ospedali, né le scuole.  I capisaldi della rivoluzione, sanità e istruzione, un dono al mondo, vivono la paralisi dei medicamenti e delle attrezzature. E la società che si è mantenuta salda, coesa, determinata e autodeterminata per oltre sei decenni, rischia di sfaldarsi e cadere a pezzi. Sarebbe stato inimmaginabile, qualche anno fa, vedere il poco carburante venduto ufficialmente per bisogni collettivi, rivenduto sottobanco a prezzo decuplicato.

Il dato innegabile è che i cubani non ce la fanno più. Difficile trovarne di quelli che sarebbero disposti a rinunciare alla sovranità del loro Stato, all’impostazione socialista, e che non sarebbero pronti a opporsi con le unghie e i denti a un’eventuale invasione. Che non ci sarà, se non con i codardi bombardamenti già sperimentati in tutte le aggressioni trumpiane. La memoria della disfatta della Baia dei Porci è ben presente ai comandi USA, a dispetto del cubano, gusano, Marco Rubio, storico capo della mafia cubana di Miami e determinato a radere al suolo Cuba per appropriarsene e “offrirla in dono a Trump”, come ha detto con la tipica fraseologia del presidente e dei suoi scherani.

Qui, però, si evidenziano le solite divaricazioni all’interno dell’establishment. Proprio quelle che la propaganda trumpiana attribuisce ai gruppi dirigenti dei paesi aggrediti, Iran, Venezuela, Libano, dove gioca propagandisticamente sulla solita spaccatura tra ultraconservatori, irrimediabilmente cattivi, e pragmatici degni di considerazione. E che, se proprio esistono, non sono che l’espressione di una fisiologica dialettica che si sviluppa in situazioni d’emergenza

A Washington, però, indirizzi strategicamente divergenti si erano già manifestati in occasione dell’assalto al Venezuela dove, sulla volontà di spazzare via tutto, era prevalsa la linea di Trump e della sua Intelligence di provare a condizionare il gruppo dirigente, imponendogli, consentendo l’apparenza della formale continuità bolivariana, un drastico cambio di direzione da stravolgere, se non la fisionomia, la sostanza delle istituzioni.

Luci e ombre

Ci sono le premesse per un esito simile a Cuba? Si sceglierà l’opzione Rubio, condivisa dal sionista cristiano ministro di Guerra, Pete Hegseth, che punta a una rivolta di massa determinata dalla disperazione e all’installazione di un regime fantoccio tipo siriano? O si privilegerà la soluzione della cooptazione mascherata, alla venezuelana?

Forse dipenderà dagli interlocutori. Lo sfascio delle condizioni di vita dei cubani, come esemplificato dall’ininterrotto degrado del centro storico dell’Avana e dei suoi abitanti, non lo riesce a riscattare nessun artificio retorico, di quelli che accompagnano, estenuandole, le visite di delegazioni e gruppi stranieri. E’ stato abbandonato anni fa, fortunatamente, lo strumento di ricostituzione delle classi sociali che era la doppia valuta del peso. Uno convertibile, pari al dollaro, per ricchi e turisti, da spendere nei negozi riservati all’élite locale e forestiera, l’altro, che non valeva il suo peso cartaceo. per il resto della popolazione e le sue botteghe della penuria. Ma ha lasciato le sue tracce sotto forma di ville tra viali alberati che, dalle alture, chiudono gli occhi sui fatiscenti palazzi del centro. E non si tratta di edilizia popolare.

Fame e hotel a 5 stelle

I partecipanti alla “Flotilla” che ai cubani hanno voluto portare amore e coraggio, più che le simboliche quantità di soccorsi, sono stati alloggiati negli hotel a cinque stelle, per i quali i flussi di turisti si sono disseccati come quelli dei combustibili. Procedura che ha suscitato qualche perplessità, sia tra gli ospiti, che tra coloro nell’isola alla cui disperazione s’era venuto a porre un modesto sollievo. Quando per le brigate di lavoro dei solidali venimmo a Cuba in anni non troppo lontani, la nostra adeguatissima sistemazione era in appositi studentati, strutture di partito, militari, o dell’ICAP. Ma probabilmente questi alberghi di lusso si giustificano per essere rimaste le uniche strutture che potessero garantire agli ospiti un minimo di rifornimenti e condizioni vivibili.

Nella mezza dozzina di visite che, da solo o in delegazione, ho compiuto nell’isola, tutto questo non c’era. Ma incominciava a delinearsi. Con la scomparsa dell’URSS, braccio che sosteneva un corpo incapacitato dall’embargo a camminare da solo, non sono scomparsi il socialismo, né la coesione sociale, né la coscienza politica. E soprattutto non è mai emersa l’idea che, per stare magari meglio, conveniva accettare un po’ meno socialismo e un po’ più yankee. Però dilagava una demagogia rivoluzionaria, che ripeteva agli ospiti, a ogni incontro, la stessa solfa dei trionfi rivoluzionari.

Uno stereotipo che confliggeva con fenomeni di privilegio già evidenti, implicitamente di corruzione, di una classe che viaggiava sul consenso acritico e sulle donazioni della solidarietà internazionale e sulle forniture sovietiche di quasi tutto, senza darsi troppo da fare per costruire un’economia di produzione. Ricordo che, nel corso di una conferenza, sollevai la questione degli ondulati di amianto che coprivano quasi tutte le case di campagna. L’isola è straricca di argilla, sarebbe bastato uno schiocco di dita per sostituire il minerale tossico con tegole. Dopo anni, l’amianto era ancora lì.

Resta quella che, secondo alcuni osservatori di inclinazione “riformista”, sarebbe una distinzione tra posizioni all’interno dell’establishment cubano. E’, per la verità, una condizione che tutti attribuiscono a tutti, a volte sotto forma di wishful thinking, di auspicio. Come quando si fantastica, per occultare la propria indisposizione alla mediazione, sui pasdaran, più cattivi degli altri iraniani, che alle altre istituzioni avrebbero sottratto la direzione delle cose e impedito il dialogo con gli USA. E come è invece del tutto palese a Washington, dove la conventicola di millenaristi attorno all’”eletto” Trump ha invece effettivamente decimato i vertici militari che dubitavano dell’oculatezza delle analisi iraniane del guru e dove a un Rubio, determinato a sradicare da Cuba ogni traccia dei 60 anni trascorsi, Trump sembra contrapporre il metodo detto alla venezuelana. Quello soft della cooptazione di elementi risolutivi della dirigenza che, mantenendo le forme, eviti l’incazzatura del popolo e agevoli il trapasso all’estinzione della rivoluzione. Si tratterebbe di individuare a Cuba qualcosa di analogo alla coppia Rodriguez di Caracas.

Dinastie e geriatrie

Di Cuba si dice che non tutto sia omogeneo tra la squadra che fa capo al presidente Miguel Diaz-Canel, ai vertici del partito, all’intellettualità dell’isola, da un lato, e la dinastia dei Castro dall’altro. E qui qualche fattore deve essere preso in considerazione, sempre per amore della verità rivoluzionaria e per rispetto del popolo.

Il 94enne, ma tuttora decisivo, Raul Castro, successore del fratello Fidel da capo dello Stato dal 2008 al 2018 e poi da segretario del Partito, è stato colui che, rompendo una fondatissima tradizione di valutazione dei capi della Casa Bianca, ha accolto Obama all’Avana con le sorprendenti parole “Lei è una persona onesta”. Seguendo l’esempio di Fidel con Wojtiya, ha anche ospitato i papi del suo tempo, con il risultato che a Cuba sono tornate ad affollarsi le chiese, nelle cui prediche non è che si esortasse molto alla rivoluzione socialista. Iniziative che vennero interpretate come legittimi tentativi di passare dal rapporto unilaterale con il mondo socialista, esauritosi per estinzione, a una più aperta dialettica con un mondo multipolare.

Ma i frutti delle misure di Obama furono eminentemente formali: riapertura delle ambasciate, agevolazione per viaggi, visti e rimesse della diaspora. L’embargo rimase in piedi pari pari. Insieme alle discrepanze sociali che erano già andate manifestandosi a partire dall’adozione dal peso per una neo-élite di ricchi, turisti, imprenditori stranieri, o burocrati, di cui sopra.

Il rampollo della dinastia Castro più in vista oggi è il nipote 33enne di Fidel, Sandro, proprietario all’Avana di un locale notturno chic che da noi si definirebbe da “gauche al caviale”. In una sua intervista alla CNN ha lasciato storditi gli spettatori per come  si era infervorato per lo stile di vita dei giovani nella Quinta Strada. I cubani lo hanno presente alla guida di lussuose macchine Mercedes, “prestate da amici” e per altre provocazioni che ne segnano la lontananza dallo stile di vita imposto ai cubani, tipo l’avere a disposizione quel generatore elettrico che è il sogno di 10 milioni di cubani.

Un cronista, storico sostenitore della rivoluzione, a cui devo molt di questi dettagli sulla dinastia Castro, riferisce dello sconcerto, peraltro muto, provato dai circoli dirigenti, davanti a immagini in cui il giovane, travestito da vampiro, versa l’introvabile birra Cristal, da 1000 pesos l’una (mezzo stipendio di povertà), nelle gole di avvenenti cubane, dichiarando che la politica del presidente Diaz-Canel non vale una Cristal e che i cubani vogliono il capitalismo. Il suo locale è sempre aperto e affollato e lui continua a versare Cristal.

 Raùl e Raulito

Ad affrontare il futuro di Cuba con il segretario di Stato killer, Marco Rubio, non ci è andato il settantenne Bruno Rodriguez, ministro degli Esteri dal 2009 (18 anni), ma un altro Castro, Raùl Guillermo Castro, Raulito, considerato il nipote preferito di Raùl. Affarista di professione e privo di formazione diplomatica, eppure nell’Ufficio Politico del PCC, ha sostenuto la necessità di trattare con gli USA.

Di un gruppo dirigente aperto al familismo testimonia anche Alejandro Castro Espin, figlio di Raùl e alto funzionario del Ministero degli Interni, a suo tempo con responsabilità della sicurezza e dell’intelligence. Sarebbe molto attivo nel consorzio militare Gaesa che controlla gran parte dell’economia cubana. Avrebbe appena compiuto una missione in Messico per incontrarsi con inviati di Rubio. Si inserisce nella distribuzione di incarichi al clan Castro anche una delle sorelle di Raùl, titolare occulta di “Casa Linda”, l’enorme centro commerciale, questo sì illuminato al neon, che vende prodotti alimentari importati e casalinghi vari. A rievocazione dei tempi d‘oro della doppia valuta, vi si paga solo in dollari.

Un altro nipote sia di Raul che di Fidel, Oscar Pérez Oliva Fraga, da Ministro del Commercio Estero e vice-premier, svolge funzioni di alto livello nei rapporti commerciali con l’estero. Di questi si è augurato che possano ora svilupparsi con gli USA e l’Occidente in termini “riformati”, ma anche con la Russia e altri paesi ricchi di materie prime.

A tirare le fila, il ruolo di questo clan dei Castro sembra funzionale a quella “normalizzazione” dei rapporti con l’amministrazione USA che ci si augura possa spuntare l’arma delle iper-sanzioni con la quale Trump si è ripromesso di volerla fare finita con quella che, in un Ordine Esecutivo, ha bollato come “una minaccia insolita e straordinaria” alla sicurezza degli Stati Uniti. Un canale con l’amministrazione Trump, parallelo alla diplomazia ufficiale, sarebbe stato aperto proprio da questo nipote preferito di Raul.

Passaggi oscuri e luce fioca

Ciò che non viene detto, ma che si sa essere connaturato alla situazione interna descritta, è il processo avviato nei colloqui con Washington che riguarda riforme economiche strutturali, facilitate dall’ingresso di capitali nordamericani che stabilizzino la situazione sotto controllo USA, per poi costruirci sopra un’alternativa politica.

Passando oltre il fideismo autoconsolatorio di chi sospetta la verità complice del nemico, noi la sappiamo rivoluzionaria. C’eravamo quando l’esistenza di Cuba è stata la miccia che ha incendiato il subcontinente e i Caraibi: la Bolivia di Morales, il Cile di Allende, l’Ecuador di Correa, il Brasile di Lula, il Venezuela di Chavez, l’Honduras di Zelaya, L’Haiti di Aristide, il Messico di Obrador, il Nicaragua di Ortega, l’Argentina dei Kirchner, il Perù di Castillo, fino, oggi, alla Colombia di Petro. Grazie a Cuba, a Fidel, al Che, al suo popolo irriducibile, l’equilibrio delle forze da questi eroi imposto, ha cambiato il mondo e lo ha indirizzato verso un destino migliore.

Oggi gran parte delle pagine di quel capitolo del libro della Storia sono state lacerate, strappate, imbrattate. Non è colpa dei cubani. Semmai siamo co-colpevoli noi.

Toccherebbe di nuovo ai cubani, i più tosti di tutti, tenere alta la torcia e far luce. Se l’annebbiamento della vista e delle forze, determinato dall’inedia, glielo consentirà.

Fuor da retorica: Hasta la victoria siempre.

 

 

 

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