Venezuela. Con el Mazo Dando, la resistenza del cuoio contro il tallone di ferro imperialista

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Venezuela. Con el Mazo Dando, la resistenza del cuoio contro il tallone di ferro imperialista

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di Geraldina Colotti

 In un momento storico in cui l'aggressione imperialista non accenna a diminuire e le complessità della transizione economica sotto ricatto provocano fremiti in alcune delle componenti più radicali della rivoluzione, le parole espresse da Diosdado Cabello, nell'ultima puntata di Con el Mazo Dando assumono il peso di proporre una bussola necessaria per orientarsi nella nebbia della guerra ibrida e delle notizie pilotate dal nemico. Per chi analizza le dinamiche venezuelane dall'esterno, è fondamentale comprendere cos'è Con el Mazo Dando: non si tratta di un semplice talk show televisivo, ma del principale spazio di controffensiva mediatica e pedagogia politica del chavismo, condotto settimanalmente dal vicepresidente del PSUV. È un’agorà televisiva in cui la dirigenza bolivariana parla direttamente alla base, smaschera le manovre dell'opposizione attraverso le segnalazioni capillari dei “patrioti cooperanti” e analizza la geopolitica globale con il linguaggio della prassi rivoluzionaria, e con ironia.

Nell'ultima puntata (mercoledì scorso), l'analisi non si è limitata alla cronaca degli eventi, ma è stata un’operazione di verità volta a spiegare come e perché il chavismo stia riorganizzando le proprie forze in una fase che ad alcuni appare un pericoloso arretramento, ma che, nei fatti e soprattutto nella volontà dei dirigenti bolivariani, è intesa come una riorganizzazione strategica delle forze popolari. La metafora del cuoio (el cuero), che Cabello ha utilizzato nel corso della serata per indicare la tempra del venezuelano (“che se lo tiri da una parte si accartoccia dall'altra”), non è un semplice richiamo alla resistenza passiva o alla rassegnazione. Nella cultura profonda del Venezuela rurale, il cuoio è un materiale organico che deve essere trattato e battuto per servire, e che sotto i colpi non si spezza ma si ispessisce.

Cabello ha traslato questa durezza al corpo politico del paese: le sanzioni e le aggressioni imperialiste hanno agito come colpi che, anziché distruggere il materiale umano della rivoluzione, lo hanno reso più coriaceo. Per i sindacati, per i quadri della Centrale Sindacale Socialista Bolivariana e per la base rivoluzionaria che vive il trauma quotidiano del blocco, questa immagine significa che la sofferenza di questi anni non è stata vana, che l'aggressione del 3 gennaio non ha azzerato il coraggio di un popolo, ma ha forgiato un nuovo tipo di soggettività politica, capace di superare anche questa ardua prova, seguita al sequestro del presidente e della “prima combattente”.

Mentre il sistema finanziario occidentale mostra tutta la sua fragilità strutturale, crollando sotto il peso di debiti astratti e bolle speculative, la pelle della rivoluzione si è fatta dura attraverso il sacrificio. Questa durezza è la premessa indispensabile per il lancio della nuova campagna nazionale Venezuela Vuela Libre, un'iniziativa che va oltre la semplice propaganda e si pone l'obiettivo di riconquistare la sovranità piena e la coesione politica, dimostrando che il Venezuela non solo resiste, ma è pronto a riprendere il volo con le proprie forze, rompendo le catene del ricatto imposto da Washington.

Il discorso di Cabello si è fatto particolarmente tecnico e dettagliato per rispondere direttamente a quella parte della base rivoluzionaria che, con onestà militante, ma anche senza proporre alternative, teme che le necessità del pragmatismo economico possano aprire la porta a un ritorno del neoliberismo. La risposta è stata netta, specialmente riguardo al caso dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP) presso il Fondo Monetario Internazionale. È un punto -dice Cabello - che i militanti interni e i solidali internazionali devono comprendere bene: stiamo parlando di circa 5 miliardi di dollari che il FMI tiene congelati per le pressioni politiche statunitensi.

Cabello ha chiarito con estrema fermezza che questi fondi non sono un prestito. Non c'è alcun negoziato per un debito condizionato che comporterebbe tagli alla spesa sociale o privatizzazioni, come accade tragicamente in Argentina sotto il giogo dei diktat del Fondo. Si tratta di risorse che spettano di diritto al Venezuela e che sono state sequestrate illegalmente. E che vanno recuperate.

L'esempio usato dal capitano è stato folgorante nella sua semplicità: è come se la banca ti bloccasse lo stipendio che hai già guadagnato sul tuo conto corrente e poi qualcuno ti accusasse di essere un capitalista perché cerchi di prelevarlo per le necessità della tua famiglia. Questo recupero di risorse è un atto di giustizia sovrana, funzionale alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Cabello ha fatto esempi diretti che toccano la vita del barrio, già illustrati dalla presidenta incaricata: quei soldi servono per acquistare trasformatori elettrici, pezzi di ricambio per le condotte idriche e medicinali ad alta tecnologia che il blocco impedisce di importare regolarmente. È la dimostrazione che il pragmatismo finanziario del governo bolivariano è interamente al servizio della vita quotidiana e della protezione del popolo, non del profitto.

In questa cornice di controffensiva diplomatica si inserisce l'incontro cruciale avvenuto proprio oggi tra la presidenta incaricata, Delcy Rodríguez e il Presidente colombiano Gustavo Petro. Questo colloquio segna una svolta fondamentale nel consolidamento dell'asse andino e rappresenta il fallimento della strategia di isolamento tentata per anni dai governi reazionari di Bogotà sotto la direzione del Dipartimento di Stato. L'incontro tra Rodríguez e Petro non riguarda solo la necessaria normalizzazione dei rapporti commerciali transfrontalieri, ma tocca temi di sicurezza energetica regionale e protezione dell'Amazzonia.

È la messa in pratica di una visione multipolare che sfida la dittatura del dollaro e le “tutele” imposte e propone un'integrazione basata sulla complementarità produttiva. Mentre l'imperialismo cerca di erigere muri, il Venezuela e la Colombia di Petro dialogano per costruire ponti, dimostrando che la stabilità della regione passa per il riconoscimento della legittimità del governo bolivariano e per la cooperazione tra nazioni sorelle. Questa è la vera natura della ritirata strategica: chiudere i varchi aperti dall'aggressione per poi avanzare su un terreno diplomatico e commerciale più ampio e sicuro, e senza derogare ai principi, ha detto Diosdado.

La battaglia, tuttavia, non si gioca solo sui tavoli della diplomazia, ma anche sul piano della percezione cognitiva. Cabello ha analizzato lucidamente come l'opposizione estremista utilizzi i social media per condurre una guerra di sesta generazione, volta a produrre un trauma collettivo e un senso di sconfitta incombente. Attraverso l'uso massiccio di account automatizzati, i cosiddetti bot, e influencer lautamente pagati dall'imperialismo, viene costruita una narrazione di caos, carestia e guerra civile che non trova riscontro nella realtà delle strade venezuelane. Il programma ha mostrato video di piazze piene e di una normalità operosa, evidenziando la discrepanza totale tra la situazione di caos e di crisi narrata sui social e la pace sociale che si respira nel paese.

Questa resistenza cognitiva è fondamentale per ricucire le ferite del trauma causato dalla guerra economica e, soprattutto dall'aggressione del 3 gennaio e dal sequestro di Nicolas e Cilia. Le rivelazioni dei “patrioti cooperanti” su María Corina Machado - volata a Madrid per gridare “Fuori la scimmia!” all'indirizzo della presidenta incaricata insieme al partito Vox - hanno messo a nudo la natura manipolatoria di questa strategia: Machado è stata descritta come una funzionaria di basso livello delle agenzie statunitensi, il cui unico compito è orchestrare incidenti mediatici, come nel caso delle provocazioni organizzate contro il giornalista Prieto, per dipingere il governo come una dittatura brutale proprio mentre lei stessa gode di una libertà di movimento che usa per pianificare sabotaggi. Smascherare queste messe in scena serve a restituire al popolo la fiducia nelle proprie istituzioni e nella propria forza organizzata.

Tuttavia, per comprendere davvero la portata di questa operazione, che ruota intorno alla “peregrinazione” collettiva per tutto il paese, bisogna andare oltre la cronaca e i canoni della militanza europea, e analizzare come il chavismo stia rafforzando il suo consenso attraverso un’operazione, in fondo, propriamente gramsciana. In questa ricerca di unità nazionale, il governo bolivariano non si limita alla gestione del potere, ma cerca di ricucire le ferite del trauma collettivo attraverso un afflato mistico che richiama il cristianesimo primitivo. È qui che si inserisce il richiamo ai valori della condivisione, della cura e della pace, trasformando la resistenza politica in una missione etica. Come dire: da una parte la barbarie imperialista, che vorrebbe sospingerci in un baratro di violenza, dall'altra la “forza tranquilla” di una comunità che sa trasformare il dolore in speranza E che sa mantenere il governo del paese.

La peregrinazione settimanale di Cabello, Delcy e Jorge Rodriguez nelle province non è solo prassi marxista per far crescere la coscienza delle masse, ma un esercizio di presenza che evoca la discesa nelle catacombe del popolo cara a Chávez. Questo contatto fisico serve a costruire un nuovo senso comune dove la forza del cuoio si sposa con la dolcezza della gratuità. Questa presenza costante della direzione del chavismo per le strade del paese è la negazione della politica intesa come ufficio burocratico o amministrazione asettica di algoritmi, tipica del neoliberismo europeo, e anche sintomo della crisi attraversata dalla rivoluzione. È l'attualizzazione del mandato di Hugo Chávez di scendere nelle "catacombe del popolo": per dire che non esiste una teoria rivoluzionaria corretta che non sia costantemente immersa e verificata nel movimento reale delle cose e da questo messa costantemente alla prova.

Il dirigente rivoluzionario è un viandante che costruisce la linea politica insieme alle masse, calpestando la terra dei barrios e ascoltando direttamente le necessità dei lavoratori. Questa pedagogia politica gramsciana è ciò che permette al chavismo di mantenere un'egemonia morale anche nelle difficoltà materiali: il consenso non viene dai media internazionali, ma da una narrazione “nuestramericana” condivisa, in cui la famiglia che aiuta il vicino e il soldato che difende la frontiera si riconoscono nello stesso progetto di dignità nazionale.

L'esempio citato nel programma di Diosdado, quello di una famiglia del Tachira che si occupa dei bambini con problemi nel proprio quartiere è il cuore pulsante del discorso sulla gratuità e sulla cura nel socialismo bolivariano. Nel sistema capitalista, la cura è una merce o un costo sociale che lo Stato taglia brutalmente per far quadrare i conti. Nel Venezuela che continua a dichiararsi socialista, invece, anche in una società profondamente provata da anni di “sanzioni” che hanno colpito i progetti sociali, la cura è un atto d'amore organizzato che sfugge alla metrica del valore di scambio.

Questa gratuità non è beneficenza compassionevole, ma un atto politico di riappropriazione della vita: è la dimostrazione pratica che il popolo organizzato può produrre protezione sociale autonomamente, rendendo il blocco economico e la barbarie inefficace sul piano morale e umano. È qui che la durezza del cuoio si sposa con la dolcezza della solidarietà comunitaria, creando una solida barriera contro l'individualismo liberale.

Infine, l'analisi dell'agire scomposto e rabbioso di Donald Trump sulla scena politica statunitense e su quella internazionale è stata condotta da Cabello con un realismo privo di ogni illusione diplomatica. Trump rappresenta il volto ostentato e brutale dell'imperialismo, quello che non usa la maschera dei diritti umani per invadere, ma dichiara apertamente di voler mettere le mani sulle risorse naturali venezuelane per puntellare l'economia statunitense che fa acqua da tutte le parti.

In questo scenario, la campagna Venezuela Vuela Libre (slogan del programma) diventa un grido di indipendenza: un popolo che, pur sotto ricatto, è deciso a non diventare una colonia energetica, ma intende continuare a essere un soggetto attivo nel mondo multipolare.  

 

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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