L’eclissi della super-potenza: come l’Iran ha colpito al cuore la deterrenza USA
di Alessandro Bartoloni
Nello scorso articolo abbiamo visto come attraverso l’architettura difensiva chiamata “a mosaico” e la tenuta delle proprie infrastrutture missilistiche l’Iran abbia raggiunto l’obiettivo di trascinare la guerra per oltre un mese e costringere gli Stati Uniti a tornare al tavolo delle trattative.
Oggi analizziamo invece in che modo la Repubblica abbia colpito le basi militari di Washington in Asia occidentale e soprattutto come, e perché, l’Iran abbia militarmente preso il controllo dello stretto di Hormuz e colpito gli alleati statunitensi nel Golfo. Si tratta del fulcro di tutta la strategia bellica pensata dalle Guardie della Rivoluzione, nonché il modo attraverso cui l’Iran ha ristabilito definitivamente la propria capacità di deterrenza aumentando il costo del conflitto agli aggressori in maniera insostenibile.
Una strategia, dicevamo nello scorso articolo, frutto di 30 anni di pianificazione e organizzazione; e che, mentre i negoziati sono ancora in corso con esiti incerti, ha già avuto effetti devastanti sull’economia globale e sull’immagine degli Stati Uniti come superpotenza capace di garantire sicurezza ai propri alleati e alle rotte commerciali globali.
Cap. 1: Il Contrattacco alle basi USA
Dal 1979 Washington ha costruito e mantenuto una rete di sicurezza in tutto il Golfo progettata, fondamentalmente, per contenere l’Iran. Le basi militari in Bahrain, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti stabilite temporaneamente dopo la guerra del Golfo del 1990-91 si sono poi trasformate in basi permanenti.
L'accordo che gli Stati Uniti hanno fatto con i paesi ospitanti era il seguente: gli stati del Golfo si sarebbero allineati con Washington su questioni di egemonia regionale normalizzando progressivamente anche il rapporto con Israele. In cambio, avrebbero ricevuto garanzie di sicurezza e l'opportunità di far prosperare le proprie oligarchie al potere all'interno dell'ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti.
L’Iran, dal canto suo, ha interpretato queste relazioni e questi 50 mila militari statunitensi dispiegati nell’Asia occidentale non certo solo come uno strumento di difesa, ma come un'alleanza offensiva che alla fine si sarebbe prima o poi trasformata in guerra vera e propria contro la Repubblica Islamica.
L’1 e il 3 marzo, come risposta agli attacchi cominciati da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio, l’Iran ha colpito la Base statunitense di Al-Udeid in Qatar. Il 5 marzo il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrain e la base di Al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti.
La tattica utilizzata negli attacchi è stata quasi sempre la “blind, deplete, overwhelm” accecare, esaurire, sopraffarre, che abbiamo visto nello scorso articolo lanciando centinaia di droni Shahed per saturare i sistemi di difesa Patriot e THAAD statunitensi, e, una volta esauriti gli intercettori, colpire con i missili balistici.
Come effetto di questi attacchi, il 25 marzo New York Times riportava che l’esercito statunitense era stato sostanzialmente respinto dall’Asia occidentale: “Molte delle 13 basi militari nella regione utilizzate dalle truppe americane sono ormai quasi inabitabili” si leggeva in questo articolo. E migliaia di quelle truppe sono state infatti trasferite in Europa (soprattutto nelle basi in Germania e Italia) oppure spostate in siti “improvvisati” e “alternativi”, fuori dalle basi.
Nell’individuare e colpire alcuni obiettivi statunitensi un aiuto all’Iran lo potrebbe aver dato anche la Russia: il 6 marzo, il Wall Street Journal pubblicava questo articolo: “La Russia starebbe segretamente condividendo la localizzazione di obiettivi statunitensi all’Iran”. E il 17 marzo questo “scoop” secondo il quale la Russia stava fornendo immagini satellitari e tecnologie avanzate ai Pasdaran.
Potrebbe trattarsi anche solo di INFOWAR (propaganda di guerra) ma la dimensione globale di questo conflitto e la funzione fondamentale dell’indipendenza iraniana dall’occidente per il formarsi di un nuovo ordine mondiale, post-unipolare, è indubbia.
La guerra marittima
Come è noto l’arma più potente di Teheran è stata la chiusura dello stretto di Hormuz per le navi statunitensi e dei suoi alleati. Sul piano militare la Marina iraniana ha messo in conto la perdita delle sue poche unità navali maggiori, affondate una dopo l’altra nei primissimi giorni di guerra, preferendo affidarsi ad attacchi «a sciame», con barchini-esplosivi, droni-kamikaze, una schiera di vedette in grado di lanciare mine e razzi.
L’obiettivo era quello di prendere materialmente possesso dello stretto, prima aperto a tutti, dal quale passava il 20 per cento del petrolio e del gas mondiale, senza contare i fertilizzanti e il carburante. Attualmente, il bilancio di questo blocco è il seguente:
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L’Iran ha attaccato 21 navi mercantili appartenenti a paesi filo statunitensi di cui 7 abbandonate dall'equipaggio a causa di incendi o danni strutturali.
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Ha affondato anche 1 rimorchiatore e inflitto gravi danni alla petroliera kuwaitiana Al Salmi, colpita da un proiettile il 31 marzo.
Come effetto del Blocco, circa 130 portacontainer e fino a 1.900 navi totali (incluse cisterne e rinfusiere) sono rimaste bloccate o hanno dovuto deviare la rotta via Capo di Buona Speranza. Si è parlato a lungo della possibilità da parte degli Stati Uniti ed eventualmente alleati di forzare militarmente il blocco di Hormuz.
Il 24 marzo l’agenzia di stampa Reuters ha intervistato 19 esperti di sicurezza marittima che hanno espresso tutta la loro perplessità circa la capacità delle forze navali occidentali di assicurarsi il controllo dello Stretto. In un’operazione di questo tipo Stati Uniti e i possibili alleati si sarebbero ritrovati di fronte a uno scenario operativo più insidioso di quello dello Stretto di Bab el Mandeb, all’imboccatura meridionale del Mar Rosso, dove lo scorso anno le milizie Houthi hanno messo in scacco le flotte occidentali.
Un’operazione, quella contro il governo yemenita, costata miliardi di dollari e conclusasi con un fallimento, con quattro navi mercantili affondate, oltre un miliardo di dollari in armi antiaeree e antimissile spese per abbattere droni e missili in una rotta marittima che la gran parte degli armatori continua a evitare. Come ricorda Analisi difesa, in quella missione Usa ed alleati hanno abbattuto centinaia di droni e missili, ma gli Houthi hanno comunque affondato quattro navi tra il 2024 e il 2025, e con le navi che avevano quasi esaurito i missili da difesa aerea, gli Stati Uniti chiusero le ostilità con gli Houthi in un accordo che di fatto ha sancito la vittoria delle milizie yemenite e l’incapacità statunitense di distruggerne la minaccia.
Ancora più complessa sarebbe l’operazione nello Stretto di Hormuz. La zona di pericolo intorno allo Stretto è fino a cinque volte più ampia dell’area di attacco degli Houthi intorno allo Stretto di Bab el-Mandeb e, a differenza degli Houthi l’Iran ha un esercito ben più attrezzato. Forzare lo stretto, sostiene la Reuters richiederebbe probabilmente fino a una dozzina di grandi navi da guerra, come cacciatorpediniere, supportate da jet, droni ed elicotteri per far fronte alle limitazioni create dalla mancanza di spazio di manovra. Inoltre, le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno depositi di missili e droni nascosti in edifici e grotte lungo le centinaia di chilometri di costa scoscesa e montuosa. In alcune zone, sottolineano gli ufficiali, la costa si avvicina così tanto alle navi che i droni potrebbero accerchiare un’imbarcazione in appena cinque o dieci minuti.
La guerra economica
Ma veniamo ora al cuore della strategia iraniana. La guerra economica. Per decenni, l’Iran ha affrontato un regime di sanzioni, costruito principalmente dagli Stati Uniti, che ha tagliato il paese fuori dai mercati finanziari internazionali, ha congelato i suoi beni, ha strozzato le sue entrate petrolifere e l’ha escluso dal sistema commerciale globale. Nel 2018, durante il primo mandato di Trump, gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente dal JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano, violando il diritto internazionale e imponendo sanzioni all’Iran.
Il 20 gennaio 2026, durante il World Economic Forum di Davos, il Segretario al Tesoro Scott Bessent dichiarò a Fox News che le sanzioni avevano fatto “collassare” l’economia iraniana, rivendicando la responsabilità per l’inflazione elevata, la scarsità di beni e le proteste interne causate da queste sanzioni. Come evidenziato da Al Jazeera, gli USA hanno ammesso di aver causato una carenza di dollari per innescare proteste.
Questa esclusione ha avuto forti conseguenze sulla strategia bellica iraniana. Un paese che è stato espulso dal sistema capitalista globale, infatti, non ha motivi di voler preservare l’architettura di quel sistema, e ha anzi un significativo incentivo a minacciarla. Ed è esattamente ciò che ha fatto l’Iran. Il suo targeting delle infrastrutture energetiche dei paesi del golfo, su porti, banche e aziende tecnologiche, e aeroporti, come quello di Dubai hanno avuto il senso di colpire i fondamenti dell’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti, un ordine che è stato costruito, in non piccola parte, per contenere l’Iran.
La componente principale di questa campagna ha coinvolto naturalmente lo stretto di Hormuz, dove l’Iran ha optato per la politica del passaggio selettivo. Alle navi dei paesi allineati con Stati Uniti e Israele è stato detto che sarebbero state colpite se provavano ad attraversare lo stretto. Il traffico si è ridotto dell’80 per cento, causando un shock economico globale sui mercati energetici, e l’aumento del prezzo del petrolio e del gas, compresi gli Stati Uniti e contribuito all’inflazione globale.
La logica di questa condotta, è legato essenzialmente ad una parola: i costi. Come abbiamo sottolineato nel primo video, la tattica complessiva di Tehran era quella di alzare il più possibile i costi della guerra e non solo, naturalmente, a Israele e Stati Uniti, ma anche ai loro alleati nel Golfo, sfruttando la loro cronica dipendenza dalle esportazioni di petrolio, e ai paesi europei, che dipendono per più del 15 per cento dai traffici energetici che passano da Hormuz.
Ma l’obiettivo forse più importante, ancora più strutturale, di questa strategia di logoramento, era quello di colpire al cuore il pilastro dell’egemonia regionale e mondiale statunitense: il dollaro. Dalla metà degli anni ’70, i produttori petroliferi del Golfo hanno prezzato la maggior parte delle esportazioni di petrolio in dollari USA in cambio della protezione militare americana. L'Iran, escluso dal sistema dei petrodollari stessi, dal 28 febbraio ha di fatto tenuto in ostaggio quel sistema. Nelle scorse settimane a richiamare l’attenzione sul petrodollaro – avvertendo che oggi è investito da una «tempesta perfetta» di eventi avversi – è stata persino Deutsche Bank, che in un dossier del 24 marzo scriveva chiaro e tondo che l’attuale conflitto in Medio Oriente «potrebbe essere ricordato come un fattore determinante nell’erosione del predominio del petrodollaro e come l’inizio dell’era del petroyuan», in quanto «ha scosso alcune delle fondamenta portanti del regime del petrodollaro, accordo che lega la sicurezza al prezzo del petrolio».
Dall’inizio della guerra, l’Iran ha inviato almeno 11,7 milioni di barili di petrolio greggio in Cina attraverso lo Stretto e ogni barile era regolato al di fuori del sistema del dollaro statunitense. Sappiamo inoltre che nelle ultime settimane Teheran ha iniziato a imporre una sorta di pedaggio alle navi che vogliono attraversarlo, chiedendo pagamenti come compensazione per le sanzioni occidentali. Il 10 marzo due navi giapponesi hanno attraversato la rotta marittima dopo aver sborsato una somma dal valore di 2 milioni di dollari. Ma Tokyo non ha specificato quale valuta abbia utilizzato, e proprio questo silenzio può essere un segnale emblematico di quanto sta accadendo in Medio Oriente. Se l’Iran ad esempio legasse davvero l’accesso allo Stretto di Hormuz a pagamenti in yuan per il petrolio, come è stato ipotizzato, considerando che circa il 20% del consumo globale di liquidi petroliferi transita attraverso questa rotta, la mossa potrebbe davvero erodere una parte importantissima del potere del dollaro e quindi del fondamento dell’impero statunitense. InsideOver ha rilanciato come questa guerra stia favorendo la valuta cinese.
Difficile però che gli Stati Uniti accetterebbero uno scenario simile, e, in caso di minaccia esistenziale come quella ricorrerebbero forse davvero alle armi capaci di distruggere tutta la civiltà iraniana, per citare Trump. Staremo a vedere. Sicuramente, se i negoziati sancissero una vittoria di fatto della Repubblica Islamica, forse potrebbe perseguire accordi petroliferi in yuan e accelerare le conversazioni – già in corso a Pechino, Mosca e Riad – sulle alternative.
Gli obiettivi raggiunti e le incognite
Con ogni probabilità la guerra che Stati Uniti e Israele hanno dichiarato da 40 anni alla Repubblica Islamica durerà ancora a lungo. Ci sono delle ragioni strutturali dietro questa costante pressione e offensiva connaturate alla natura di tutti e tre i regimi. Ma le strategie adottate dalla leadership della Repubblica Islamica tra febbraio e marzo 2026 sembra aver respinto quello che era stato pensato come un attacco definitivo e aver inflitto duri colpi alle strategie egemoniche delle potenze più aggressive dell’occidente. Molto dipenderà dai negoziati in corso, e dall’esito della guerra.
Attualmente, la Repubblica Islamica è ancora in piedi, il suo programma nucleare civile, quello missilistico e la sua capacità di deterrenza, anche. Distruggendo le principali basi USA l’Iran è riuscito in larga misura a espellere l’esercito statunitense dall’Asia occidentale. E, cosa ancora più grave per gli Stati Uniti molti paesi del Golfo potrebbero riconsiderare seriamente qualsiasi normalizzazione con Israele avendo visto quali costi comporta un’alleanza con questi paesi in caso di conflitto con l’Iran. Paesi come Emirati Arabi Uniti e Bahrain pensavano di ottenere benefici dalla normalizzazione con Israele, ora invece altri stati del Golfo potrebbero decidere di evitarla per non diventare bersagli futuri. Ecco, questo dubbio è esattamente ciò per cui l’Iran ha lavorato. Un Golfo che non si fida più pienamente delle garanzie di sicurezza di Washington è un Golfo meno disposto a ospitare basi americane, condividere informazioni o finanziare operazioni militari statunitensi nella regione.
Ma non erano invincibili?
C’è un ultimo aspetto da considerare della strategia iraniana: e cioè il danno alla reputazione e quindi alla deterrenza subito della cosiddetta super potenza mondiale. La presunta superiorità militare statunitense sul resto del mondo si fondava su alcuni pilastri: superiorità informativa, dominio aereo quasi indiscusso, capacità di colpire per primi e meglio, protezione delle proprie basi, sicurezza delle linee logistiche, schiacciante superiorità nella precisione. Ma, come abbiamo visto, se l’avversario può disturbare i sensori, saturare le difese, colpire infrastrutture, usare droni a basso costo in grande numero, combinare missili, esche e guerra elettronica, allora quel vantaggio non scompare, ma si restringe. E quando si restringe, il costo politico della guerra sale enormemente.
In questo senso il conflitto con la Russia e con l’Iran stanno funzionando come una rivelazione impietosa. Stanno dicendo al mondo che il modello tecnologico militare occidentale, così brillante nelle esposizioni teoriche e così seducente nelle brochure industriali, fatica quando la guerra torna a essere densa, massiva, continua. Con tutto ciò che questo comporta.

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