RIARMO EUROPEO: UN GRANDE BLUFF (di Pino Arlacchi)

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RIARMO EUROPEO: UN GRANDE BLUFF (di Pino Arlacchi)

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di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 16 luglio 2026

 
Il 4 marzo 2025 Ursula von der Leyen annunciò al mondo, con una conferenza stampa di sei minuti, che l’Europa era entrata “nell’era del riarmo”.
 
Il piano ReArm Europe — poi ribattezzato, con un eufemismo degno dei tempi, “Readiness 2030” — avrebbe mobilitato fino a 800 miliardi di euro per fronteggiare la minaccia russa. La stampa europea si genuflesse davanti alla cifra. I mercati applaudirono. I titoli dell’industria bellica volarono. A più di un anno di distanza, possiamo dire con tranquillità ciò che gli osservatori seri avevano capito fin dal primo giorno: quel piano era un bluff. E il bluff è stato definito non da noi, ma dall’unico giocatore che al tavolo contava davvero: Putin.
 
Cominciamo dall’anatomia contabile dell’inganno. Degli 800 miliardi sbandierati, 650 non sono mai esistiti come risorse. Sono semplicemente il permesso, concesso agli Stati membri attraverso la sospensione delle regole di bilancio, di indebitarsi per comprare armi. Non un euro di fondi comuni: solo la facoltà di scavare più a fondo nei propri deficit nazionali, generosamente offerta a Paesi come l’Italia, che con un debito oltre il 140 per cento del Pil dovrebbe finanziare i carri armati con lo stesso strumento che le viene proibito di usare per la sanità.
 
I restanti 150 miliardi, il famoso strumento Safe, sono prestiti: debito comune che gli Stati beneficiari dovranno restituire, fino a 45 anni di rate. Il tutto approvato invocando l’articolo 122 del Trattato, la procedura d’emergenza che ha permesso di scavalcare il Parlamento europeo, nonché le regole minime della democrazia.
 
E i risultati? Tra gennaio e febbraio di quest’anno la Commissione ha approvato i piani nazionali di spesa Safe: sommandoli tutti, si arriva a circa 150 miliardi. Meno del 20% della cifra annunciata, e interamente sotto forma di debito. Il resto è rimasto ciò che era fin dall’inizio: una simulazione di eurocrati, un atto di propaganda.
 
Ma la contabilità è solo la superficie del problema. La verità più profonda riguarda la funzione che questo bluff svolge per le classi dirigenti europee. Il riarmo è stato annunciato da governi incapaci di affrontare i veri problemi del continente: la deindustrializzazione accelerata dal suicidio energetico, la stagnazione economica, il crollo del tenore di vita delle classi medie, la perdita di competitività, l’oscena concentrazione della ricchezza. Di fronte a questa agenda, che richiederebbe visione e coraggio, le élite hanno scelto la scorciatoia più antica del mondo: il nemico esterno. La “minaccia russa” ha il pregio di non richiedere alcuna riforma, alcun conflitto con gli interessi costituiti, alcuna ammissione di fallimento. Richiede solo paura. E la paura, a differenza della crescita, si può produrre per decreto.
 
Qui sta la differenza decisiva con gli Stati Uniti. Il riarmo americano ha avuto alle spalle un vero complesso militare-industriale, quello contro cui Eisenhower mise in guardia nel 1961: una macchina produttiva colossale, radicata nei territori e nei collegi elettorali, capace di piegare la politica ai propri interessi. Il piano von der Leyen non nasce da nulla di simile, per la semplice ragione che nulla di simile esiste più in Europa: trentacinque anni di pace interna dopo il 1989 hanno ridotto l’industria militare europea ai minimi storici. Incapace di produrre in un anno le munizioni che l’Ucraina consuma in pochi mesi.
Il riarmo europeo nasce dalla spinta di un’industria diversa: l’industria della paura, che nel nostro continente è soprattutto mediatica e politica. Non fabbriche e cantieri, ma titoli a effetto, editoriali, mozioni parlamentari, scadenze apocalittiche — il 2029, il 2030 — recitate con la solennità delle profezie. È una differenza carica di conseguenze. Perché un complesso militare-industriale, una volta insediato, è quasi irremovibile. Un’industria della paura, che produce narrazioni anziché cannoni, è reversibile quanto le narrazioni stesse. Vive di consenso malsano, e di consenso muore.
 
Ed è proprio ciò che sta accadendo. La reazione di rigetto dei popoli europei al bluff degli eurocrati è ormai visibile in ogni sondaggio. Gli elettorati si preparano a mandare a casa, uno dopo l’altro, i governanti che hanno scommesso tutto sulla paura — Starmer, Macron, Merz, Meloni. Non è pacifismo ideologico: è il buon senso di cittadini a cui si chiede di pagare, con tagli al welfare e nuovo debito, un’emergenza che non vedono e che nessuno riesce a dimostrare. La paura, quando non è confermata dai fatti, si consuma in fretta.
 
C’è inoltre un dettaglio che manda in frantumi l’intera costruzione, ed è il comportamento del nemico designato. Chiunque abbia studiato le corse agli armamenti sa come funzionano: al piano di riarmo di una parte risponde il contropiano dell’altra, in una spirale di azione e reazione che storicamente sfocia nella guerra o nella bancarotta di uno dei contendenti. È il meccanismo che divorò l’Europa prima del 1914 e che dissanguò l’Urss negli anni 80. Ebbene, al piano da 800 miliardi di von der Leyen, Mosca non ha risposto con alcun contropiano simmetrico. Nessun programma straordinario di espansione, nessuna mobilitazione industriale aggiuntiva rivolta contro l’Europa. Putin ha guardato il bluff, ha preso le misure di chi lo proponeva, e ha deciso che non valeva la pena di vedere le carte. La sua risposta alla von der Leyen è stata, in fondo, la più umiliante possibile: l’indifferenza. Non ha risposto perché ha ben soppesato l’inettitudine di chi lo minacciava.
 
Questa scelta non è improvvisazione: è coerenza. Putin ha dichiarato per anni, prima e dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, che la Russia non sarebbe caduta “nella trappola di una corsa agli armamenti”. Lo ha ripetuto nel discorso alla nazione del 2024, lo ha ribadito all’Onu nel settembre 2025. E soprattutto ha fatto quanto dichiarato. Terminata la grande ristrutturazione delle forze armate avviata dopo la guerra di Georgia, la Russia iniziò a ridurre le spese militari: nel 2017, per la prima volta in diciotto anni, il bilancio della difesa russo diminuì del venti per cento.
 
Il Cremlino annunciò l’intenzione di scendere sotto il 2% del Pil, per dirottare risorse verso la lotta alla povertà e il welfare. Alla vigilia del 2022, la spesa militare russa era al 3,6% del Pil: la metà, in proporzione, di quella dell’Urss ai tempi della Guerra Fredda, e una frazione in valore assoluto di quella della sola Europa occidentale.
 
È questo il comportamento di una potenza che pianificava la conquista dell’Europa entro il 2030? O è piuttosto il comportamento di uno Stato che ha scelto la via della deterrenza nucleare e dell’efficienza qualitativa — pochi sistemi d’arma decisivi, ipersonici e droni al posto delle portaerei — proprio per non farsi trascinare nella competizione quantitativa in cui l’Occidente sperava di attirarlo?
 
A dissolvere ogni residuo dubbio è arrivata di recente una voce insospettabile: quella dell’uomo che comanda tutte le forze Nato in Europa. L’11 giugno, interrogato sull’ipotesi di un attacco russo ai Baltici, il generale americano Alexus Grynkewich ha dichiarato: “Seguo molto attentamente l’intelligence. La Russia non cerca il conflitto. Comprendono il significato del termine ‘alleanza difensiva’ e sanno che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici”. Il generale, com’è ovvio per il suo ruolo, ha attribuito il merito alla deterrenza alleata. Ma la sostanza della sua certificazione rimane, ed è devastante per la narrazione ufficiale: l’intelligence Nato non vede alcuna preparazione, alcuna intenzione, alcun piano di aggressione russa all’Europa. E lo dice proprio mentre Washington annuncia il ritiro di capacità militari dal continente — cosa impensabile se il Pentagono credesse davvero all’invasione imminente. E ciò accade dopo quattro anni in cui l’opinione pubblica europea è stata bombardata con lo spettro dei carri armati russi a Lisbona.
 
Il bluff da 800 miliardi si sta sgonfiando da solo, piano nazionale dopo piano nazionale. Resta il conto politico che i popoli europei stanno già presentando ai suoi autori. Perché l’industria della paura ha un difetto indelebile: prima o poi deve consegnare la guerra promessa, o restituire la paura incassata. E se il nemico rifiuta di recitare la parte che gli abbiamo assegnato, contro chi, esattamente, ci stiamo armando?

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