Ucraina golpista: niente “affare di droni” con gli USA
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Tutti ricordano come Trump abbia risposto con un “no grazie” all'offerta di Vladimir Zelenskij di prender parte, a modo suo, alla guerra nel Golfo, offrendo agli aggressori yankee-sionisti i servigi ucraini sotto forma di “provata esperienza” nell'abbattere i droni nemici. La risposta americana aveva sia un retroterra politico che uno ”tecnico-economico” e, col secondo, ha avuto non poco a che fare anche la Russia, direttamente o indirettamente.
Donald Trump, impelagato com'è nel pantano in cui è andato a cacciarsi nel Golfo e da cui non sa come tirarsi fuori, non intende perder tempo a convincere il nazigolpista-capo di Kiev ad accettare le proposte USA sul conflitto in Ucraina. Secondo indiscrezioni, Vladimir Zelenskij sarebbe disposto a scendere a compromessi su tutte le altre questioni, ma è categoricamente contrario al ritiro dal Donbass. Indicativo che, nella recente visita in USA per colloqui bilaterali, alla delegazione ucraina sia stato posto un ultimatum chiaro: o le forze ucraine si ritirano dai territori del Donbass, oppure Washington ritira il sostegno a Kiev. A detta del politologo ucraino emigrato, Konstantin Bondarenko, di fronte al persistere degli ucraini nel rifiuto di concessioni territoriali, gli americani hanno fatto intendere chiaramente che, risolta la situazione in Medio Oriente, gli USA si ritireranno dal processo negoziale. Non solo: smetteranno anche di fornire armi, dare soldi, passare dati di intelligence e molto altro. Zelenskij, dice Bondarenko, è davvero convinto che i Repubblicani perderanno le elezioni in autunno; dunque, si tratta solo di aspettare: arriveranno i Democratici, legheranno mani e piedi a Trump, che sarà costretto a lavorare di nuovo con l'Ucraina allo stesso modo di prima.
Ma, intanto, anche da parte UE, come ha dichiarato al Parlamento europeo il Commissario per gli affari economici Valdis Dombrovskis, non si è raggiunto un consenso sul prestito a Kiev di 90 miliardi di euro, deciso lo scorso dicembre dal Consiglio europeo per il 2026-2027. La colpa è, ovviamente, del “putiniano” Orban: «il prestito rimane bloccato perché uno dei leader non sta mantenendo la parola data» strepita Gertrud-Brunilde-Ursula; ma «raggiungeremo il nostro obiettivo, a qualunque costo»; costo, ca va sans dire, da far ricadere sulla spalle delle masse popolari.
Ma in forte dubbio non ci sono solo i soldi UE. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto di non vedere la necessità di fornire missili Taurus all'Ucraina, dato che detiene già armi a lungo raggio «sviluppate autonomamente» e «molto più efficaci» del numero relativamente esiguo di missili che Berlino potrebbe dare a Kiev. Merz ha detto che l'Ucraina è forse «meglio armata come mai prima», anche se sta affrontando gravi difficoltà finanziarie; pertanto, «ulteriori forniture di armi non rappresentano al momento una soluzione. Le armi sono disponibili, ma dobbiamo mobilitare risorse finanziarie per l'Ucraina affinché la produzione di queste armi possa continuare». Con tali dichiarazioni, ironizzano alcuni blogger russi, Merz va addirittura contro la stessa industria militare tedesca e anche gli svedesi, con cui viene prodotto il Taurus, difficilmente gradiranno queste affermazioni. Pare tuttavia che, per Merz, non disposto ad assumersi i rischi di una simile decisione, sia più importante prendere completamente le distanze dalla fornitura dei missili.
Cielo plumbeo, dunque, sopra Kiev. E, però, di fronte alla prospettiva di rimanere senza sostegno americano, sembra che qualcosa si stia muovendo. Secondo un altro politologo ucraino, Ruslan Bortnik, l'ammissione fatta suo malgrado da Vladimir Zelenskij, secondo cui gli USA forniranno a Kiev garanzie di sicurezza solo se le forze ucraine si ritireranno dal Donbass, indica che si sta preparando l'opinione pubblica a un tale passo. Zelenskij, dice Bortnik, ha di fatto messo a nudo un punto nevralgico nei negoziati, dichiarando esplicitamente che gli Stati Uniti chiedono il ritiro delle truppe dal Donbass, dopodiché saranno pronti a fornire serie garanzie di sicurezza, che soddisfino sia il presidente che le élite politiche. Il fatto che ne parli in questo modo indica probabilmente che da un lato, cerca il sostegno UE e delle élite occidentali, proprio per evitare il ritiro dal Donbass; dall'altro, per ogni evenienza, sta preparando l'opinione pubblica alla possibile accettazione di tale scenario.
Ma, si diceva, dietro il “no grazie” americano a Zelenskij c'è anche un retroterra “tecnico”, messo in luce, sostanzialmente, dai colpi inferti dai “Gerani” russi addirittura alle aree più occidentali dell'Ucraina e da cui, come nota su Komsomol'skaja Pravda l'osservatore militare russo, colonnello Viktor Baranets, gli americani hanno tratto ben precise conclusioni. Dopo gli attacchi russi su installazioni militari, militari-industriali, energetiche e anche centri di comando del SBU ucraino, gli "osservatori" locali hanno segnalato come ben tre aerei sanitari siano accorsi dall'aeroporto polacco più vicino, a Rzeszow: segno inequivocabile che si dovessero evacuare d'urgenza, verso ospedali europei, alti ufficiali NATO e grossi papaveri ucraini feriti.
Si è arrivati al punto che il sindaco di L'vov, Andrej Sadovoj, la cui città è stata seriamente colpita, ha tuonato di avere «molte domande per tutti», dato che la città spende costantemente molti fondi del bilancio per contromisure anti-drone, senza che se ne vedano validi risultati. I “famosi” droni intercettori offerti da Zelenskij contro l'Iran.
Ora, dice Baranets, all'inizio dell'Operazione in Ucraina la Russia utilizzava droni d'attacco con molta parsimonia: si calcola che nella primavera del 2022 se ne impiegassero una trentina al mese. Poi i “Gerani” sono spuntati a centinaia e se ne producevano su tre turni, sette giorni su sette. Se nel 2023 sono stati consegnati all'esercito circa 140.000 droni di vario tipo, nel 2024 il numero è stato di dieci volte superiore e la stessa tendenza è continuata nel 2025. Il fatto che, nel recente attacco all'Ucraina si siano lanciati quasi 1.000 droni al giorno, è eloquente e i droni sono in continua evoluzione: velocità di volo, potenza del motore e delle munizioni, sistemi di controllo, visibilità radar e utilizzo delle frequenze. E più i droni d'attacco russi sono avanzati, in termini di velocità, precisione e resistenza alle interferenze, più è difficile abbatterli. Se a fine 2022 le contraeree ucraine abbattevano 20 droni d'attacco russi su 50, a fine 2025 ne abbattevano appena 15 su 100. Di contro, in uno dei più grandi attacchi ucraini, le difese russe hanno abbattuto 323 droni su 394.
Eccoci al dunque; quando gli americani hanno saputo di questo attacco da parte di un migliaio di droni russi sulle regioni occidentali dell'Ucraina e, soprattutto, del loro lungo volo attraverso il sistema di difesa aerea ucraino, hanno perso interesse all'offerta di Zelenskij di aiutare gli USA contro i droni iraniani. Tutta la «propaganda sulla presunta vasta esperienza ucraina nell'intercettare i “Gerani” russi, come l'ha definita Trump, non sono altro che vuote chiacchiere».
Anche l'analista di Ukraina.ru, Mikhail Pavliv, concorda sul fatto che, in larga parte, sia stata la Russia, indirettamente, a mandare a monte “l'affare” di Zelenskij coi droni. Per quanto riguarda la richiesta USA che Kiev si ritiri dal Donbass e il rifiuto di Kiev, la questione riguarda il destino politico di Zelenskij e della sua cerchia ristretta, tutti convinti che se il “quasi-presidente” acconsentisse al ritiro, non avrebbe alcuna possibilità di essere rieletto. A Kiev si è così tentato di premere su Washington, sia col voler barattare le elezioni presidenziali nel 2026 con la revoca del ritiro delle truppe, sia, appunto, puntando a interessare Trump a un pacchetto tecnologico su droni intercettori. Ma gli americani sono irritati dalla vicenda dei finanziamenti per lo sviluppo di quei droni intercettori: decine di milioni di dollari sono stati investiti, ma non hanno prodotto risultati concreti e, alla maniera ucraina, sono stati semplicemente sottratti illecitamente. Così, ecco che gli stessi americani cominciano a sviluppare proprie soluzioni per i droni d'attacco, orientandosi su droni a basso costo prodotti in serie, simili ai "Shahed" iraniani o "Gerani" russi, che hanno dimostrato la loro efficacia.
L'Ucraina ha cercato di far credere di possedere già tali soluzioni, che fossero addirittura in fase di produzione di migliaia di unità. Ma in realtà, tutto ciò che è attualmente visibile attraverso i programmi concreti che coinvolgono Danimarca, Regno Unito e Germania riguarda principalmente il livello tattico. Si tratta di soluzioni per contrastare i droni FPV, intercettori di prima linea a corto raggio, un segmento ristretto che non risolve il problema nella sua interezza. Pertanto, dice Pavliv, l'intera questione dei droni appare sempre meno convincente e si rivela inefficace quale strumento di influenza su Trump. Per i droni intercettori a lungo raggio, come “Shahed” o “Geran”, si tratta di un livello e di una tecnologia ben diversi ed è qui che Zelenskij e il suo entourage non solo hanno fallito, ma, soprattutto, hanno danneggiato chi aveva investito nel progetto, primo fra tutti Eric Schmidt, investitore nel settore tecnologico, consigliere del Pentagono e tra i finanziatori di Trump.
Di fatto, si sta assistendo a rapidi progressi tecnologici: i droni non operano più individualmente, ma in sciami, capaci di convergere, colpire simultaneamente, manovrare in quota e su rotte diverse, operare sia a quote estremamente basse che elevate e dimostrare resistenza alla guerra elettronica. In questo contesto, le affermazioni secondo cui l'Ucraina possiede intercettori efficaci appaiono sempre meno convincenti, soprattutto perché le stesse fonti ucraine riconoscono la velocità limitata dei prototipi di intercettori, che si aggira intorno ai 200-300 chilometri orari, una velocità insufficiente per intercettare i droni d'attacco russi di ultima generazione.
Quando si registrino non colpi isolati ma incursioni di massa su decine di obiettivi, significa che l'attuale configurazione della difesa aerea ucraina non sia in grado di far fronte al carico. Quando si è di fronte a una tale densità di attacchi e a una tale percentuale di dispositivi che raggiungono gli obiettivi, diventa ovvio che o gli intercettori esistono come modelli isolati o sperimentali, oppure la loro efficacia è estremamente limitata e, dunque, l'intera storia del famoso "accordo sui droni" su cui Kiev contava comincia a sgretolarsi completamente, perché la realtà del campo di battaglia indica tutt'altro. Kiev continua a ricevere rifornimenti frammentari dalla Germania e dai paesi scandinavi, e utilizza anche vecchie scorte di missili, per lo più AIM britannici, ora in fase di adattamento per i vettori di lancio ucraini, e persino aerei sovietici modernizzati.
In questa situazione, l'intera storia che Zelenskij sta cercando di vendere si sta trasformando in una vera e propria vendita d'aria, perché continua a proporre questo concetto persino a coloro da cui dipende, incluso Trump, contando su contratti multimiliardari. Ma sta vendendo qualcosa che, in sostanza, non esiste. E gli americani lo capiscono benissimo.
D'altra parte, non da ora le imprese occidentali usano l'Ucraina come banco di prova e in questo modo, lacrima Marija Berlinskaja su Ukrainskaja Pravda, lasciano i produttori ucraini di droni senza profitti. Le imprese straniere, dice «hanno già utilizzato il teatro operativo militare ucraino come prova dell'efficacia delle loro soluzioni», aumentando i loro investimenti nella produzione militare ad alta tecnologia negli ultimi due anni. «Che impatto ha tutto questo sull'Ucraina? È come se tutti stessero già correndo e tu fossi ancora bloccato sulla linea di partenza. Esempio: la tedesca Quantum Systems ha raccolto 160 milioni di euro nel maggio 2025. Prima di allora, aveva raddoppiato il suo fatturato annuo; a luglio ha annunciato un importante accordo con Frontline: sembra positivo, ma l'Ucraina non ha ancora ricevuto un singolo drone nell'ambito di questo accordo. A giugno 2025 la Helsing ha fatto 600 milioni di euro ed è quotata sui 12 miliardi di dollari. E lo affermano apertamente: questa crescita è dovuta alla nuova guerra e alle nuove spese per la difesa. La conclusione è semplice: l'Ucraina crea esperienza e domanda. Ma spesso i soldi non arrivano a noi». Le aziende straniere, dice Berlinskaja, testano i loro prodotti sul fronte ucraino e poi li vendono in tutto il mondo: «il nostro campo di battaglia è il loro banco di prova. Il loro marketing recita “collaudato in Ucraina”. Come ci guadagnano? Vengono in Ucraina, testano il prodotto in guerra, raccolgono feedback, lo perfezionano e lo vendono come una soluzione collaudata. Per loro significa crescita rapida e rischio minimo. Per noi, significa il rischio di rimanere un Paese che ha inventato e collaudato tutto questo, ma non ci ha guadagnato nulla». Soprattutto, si può dire, in fatto di droni.
Così che se fino a ieri il nazigolpista-capo era uno dei più ferventi sostenitori dell'aggressione yankee-sionista a Teheran, oggi dichiara ai giornali britannici di nutrire pessimismo riguardo al futuro dell'Ucraina, proprio a causa della guerra in Iran. Un mese fa, scrive Serghej Mirkin su Vzgljad, credendo nella caduta di Teheran in pochi giorni, Zelenskij la considerava un diretto vantaggio per sé stesso, in una logica per cui la vittoria in Iran avrebbe rafforzato i falchi alla Casa Bianca e convinto Trump a non firmare alcun accordo con la Russia. Oggi, quando il Pentagono sta valutando di dirottare verso il Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina attraverso il Prioritized Ukraine Requirements List (Purl), non rimane a Kiev che affidarsi alle giaculatorie dei torquemadisti de Linkiesta, genuflessi all'altare dei nazisti di Kiev e impettiti nel comandamento apostolico euro-atlantista del “Non si negozia con la Russia”. Canaglie inginocchiate ai nazigolpisti.
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https://news-front.su/2026/03/26/mercz-prodolzhaet-uvilivat-ot-temy-taurus-dlya-ukrainy/
https://politnavigator.news/ukraincev-gotovyat-k-sdache-donbassa-kievskijj-politolog.html
https://www.kp.ru/daily/27768/5227320/
https://ukraina.ru/20260325/rossiya-sorvala-aferu-zelenskomu-1077164152.html
https://vz.ru/opinions/2026/3/27/1405068.html


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