Angelo d'Orsi - La creazione del nemico è un nuovo "fascismo 2.0"

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Angelo d'Orsi - La creazione del nemico è un nuovo "fascismo 2.0"


di Angelo d'Orsi

Questo articolo per il Fatto Quotidiano (in calce, ndr) l'ho scritto una settimana fa. Poi ho iniziato il D'ORSI & FRIENDS TOUR. Nell'articolo spiego come ormai la politica sia diventata la prosecuzione della guerra, non viceversa, come sostiene Clausewitz. La politica è diventata guerra essa stessa. Ne ho avuto belle prove ieri e oggi. Ieri con l'infame azione squadrista alla Federico II a Napoli, dove le ingiurie nei miei confronti si sono sprecate, oltre agli spintonamenti fisici e quant'altro. Poi vado a Rete 4, e il pessimo Tommaso Cerno, da poco direttore del "Giornale" (un energumeno che fa rimpiangere Sallusti, quanto meno provvisto di un minimo di garbo; ed ho detto tutto) non aspetta neppure che parli per aggredire e insultare, sbraitando come un invasato. Urlava, agitava le braccia, ma non aveva altro da vomitare che ingiurie, fino a chiamarmi "fascistello", il tutto con una virulenza che non ti aspetti. Ed è andato avanti così fino a che non gli hanno spento il microfono: troppo anche per il conduttore, che pure non perde occasione per denunciare la "violenza delle piazze", una sorta di leitmotiv del suo programma ("Quarta Repubblica").
 
Intanto sui miei profili e sulla posta fioccano le volgarità, alcune delle quali irriferibili, per il loro livello. Colpisce il fatto che sempre coloro che mi coprono di miserie, come suol dirsi, hanno ben scarsa dimestichezza non solo con la sintassi dell'italiano, ma anche con la grammatica, a cominciare dall'ortografia. Per cui i loro messaggi finiscono sempre per essere comici.
 
A costoro ovviamente non rispondo, come non ho risposto ai guastatori di ieri, in cerca di rissa.
 
Immediatamente sopraggiunge la scorta mediatica. "la Repubblica" (Napoli) sposa ipso facto la versione degli ucraini e amici. "Studenti e ativisti pro Ucraina: ' durante convegno filorusso dell'ANpi all Fedeirco II" (per la penna mirabile di tale Bianca De Fazio, che ovviamente dà voce agli aggressori, e al direttore del Dipartimento al quale viene rappresentata la vicenda sotto la luce appunto zelenskiasna, e quindi egli si lascia estorcere una dichiarazione che inneggia al dialogo nell'università! Bella scoperta!! Erano quelli i "dialoganti"? il manipolo di propagandisti e potenziali mazzieri che cercavano lo scontro? Nessuno si è presa la briga di registrare la voce dell'ANPI o del sottoscritto, naturalmente. Il “dibattito" per costoro funziona solo se gli dai ragione a prescindere.
Infine, ecco il pezzo da 90, alias Carlo Calenda, il quale sempre pronto a schierarsi sul fronte ucraino, oggi a parole, ma sicuramente domani armi in pugno, nel Donbass, non trova di meglio che realizzare un pensoso post il cui titolo "Fascisti che sostengono un fascista", ossia D'Orsi e Di Battista difendono Putin. Siamo alle comiche finali. E per soprammercato, i dirigenti e militanti dell'ANPI vengono non solo accusati di tradire l'antifascismo, ma, esplicitamente, di essere essi stessi fascisti. Insomma, todos fascistas, aquì! Una meravigliosa esposizione di pensiero, per la quale è già pronta una querela multipla.

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La creazione del nemico è un nuovo "fascismo 2.0"

di Angelo d'Orsi - Fatto Quotidiano

Sono reduce da un originale convegno internazionale svoltosi a Parigi sul tema “Neoliberalismi, neofascismi, neopopulismi” (e un sottotitolo che dichiarava una linea generale foucaultiana: “Spettri di Foucault”). L’incontro (organizzato da Francesca Belviso, Cynthia Fleury, Guillaume Le Blanc, sotto l’egida della Sorbonne e di altre istituzioni parigine), è stato ricco di spunti utili per comprendere anche la situazione italiana. Del resto la nostra bella nazione, dopo aver dato i natali al fascismo di Mussolini, è stata patria del neopopulismo berlusconiano, del neoliberalismo autoritario di Mario Draghi, e del neofascismo alla Meloni.

In effetti si è parlato soprattutto di Italia, sia di quella in cui sorse e si affermò il fascismo con l’appoggio dei poteri forti dell’epoca (largamente gli stessi di oggi), sia di quella dei nostri tempi, prona agli Stati Uniti e ultima fra le aspiranti al rango di media potenza, con i salari più bassi d’Europa (solo la Grecia martirizzata da Bce, Fmi e Ue fa peggio), con tassi di scolarizzazione infimi e carenza di libertà nei media. Ma si è parlato in generale di neoliberismo, come malato delle ingiustizie del mondo presente, una sorta di basso continuo che determina e spiega molte delle situazioni di conflitto nel mondo. Come mostrano gli eventi quotidiani, dalla Palestina all’Ucraina, assistiamo a un vero e proprio rovesciamento della massima più o meno correttamente attribuita a von Clausewitz, ossia non è la guerra la prosecuzione della politica con altri mezzi, ma l’opposto: oggi la politica è essa stessa guerra, è la prosecuzione della guerra con altri mezzi. E il nuovo fascismo, come il fascismo classico, tende a trasformare la convivenza interna alla nazione in scontro violento, a trasformare “un” popolo “nel” popolo, il solo autorizzato a dialogare col “capo”, quel popolo che opportunamente indottrinato, convinto che c’è un nemico alle porte e che ha degli agenti nel Paese (il “nemico interno”) dovrà prima credere, poi obbedire, infine combattere. Ossia il fascismo, ricorrendo a ogni opportuno strumento della propaganda, all’asservimento dei media, combinato con dispositivi di “prevenzione” esasperata e di controllo pervasivo, spacca in due blocchi la comunità mettendo l’uno contro l’altro, ma l’uno dei due è sorretto dai poteri apparentemente neutrali, che sono però espressione dello stesso centro da cui si genera il fascismo. In altri termini la corruzione del liberalismo, l’avvento del neoliberismo sorretto dal turbocapitalismo (ormai tecnocapitalismo), producono situazioni politiche che, combinate con nuove forme di populismo, diventano il nuovo fascismo.

Il livello del convegno si è alzato quando è arrivato uno degli ultimi “grandi vecchi”, Etienne Balibar, l’allievo di Althusser, con il quale aveva firmato l’originale, e discussa, rilettura strutturalista di Marx, Leggere il Capitale, nel fatidico anno 1968. (Quando saranno scomparsi tutti, quelli nati fra le due guerre, mi chiedo se vi saranno forze intellettuali in grado di rimpiazzarli). Balibar, con sorridente anche se preoccupata pacatezza, ci ha confermato che il fascismo, come risultato di quei fattori sopra descritti, è di nuovo fenomeno di drammatica attualità. E che esso innanzi tutto ingigantisce gli apparati di controllo, che con le nuove tecnologie sono divenuti una forma di colonizzazione della mente, pressoché inarrestabile, creando quel “senso comune” di cui Antonio Gramsci per primo ha parlato, denunciandolo come essenza stessa del meccanismo di propaganda. E la finalità è da un lato stabilire o ristabilire feroci gerarchie sociali all’interno delle nazioni e, dall’altro, produrre un meccanismo perpetuo di guerra. Il totalitarismo fascista infatti ha bisogno di movimento, di mobilitazione perenne delle masse, trasformate in folle obbedienti e anonime, pronte ad andare a caccia dei nemici interni e a farsi massacrare in guerre all’esterno. Non importa se neppure sanno chi siano coloro contro cui devono combattere, e coloro per i quali devono morire. Il fascismo, ieri col passo dell’oca, il fez e il manganello, oggi dietro gli schermi del pc o in tv, in blazer e cravatte blu, ha bisogno, per conto del blocco sociale dominante, di creare nemici, per aumentare il proprio controllo sociale, di decidere anticipatamente chi deve vincere le elezioni, di domare la magistratura, di irreggimentare partiti, sindacati, giornali. Possono anche continuare a esistere i dissidenti, purché vengano silenziati o almeno ridotti in un angolo sempre più ristretto, dal quale non potranno mai venir fuori. E lorsignori, sempre meno numerosi, sempre più scandalosamente ricchi, domineranno la Terra, nel contempo distruggendola con la loro stessa bramosia di potere e di ricchezza. Una nemesi storica e antropologica della quale c’è poco da rallegrarci, dato che saremo tutti destinati a soccombere. A meno che ora, fin d’ora, non riusciamo a invertire la rotta.

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