Argentina 1976-2026: Contro il feticismo della vittima, il filo rosso della resistenza
di Geraldina Colotti per l'AntiDiplomatico
Il 24 marzo non è una data della memoria umanitaria: è l'anniversario di un'operazione di chirurgia sociale violenta, il secondo atto di un piano imperialista iniziato l'11 settembre 1973 nei corridoi della Moneda in Cile. Se i Chicago Boys di Milton Friedman trovarono a Santiago il loro primo laboratorio, in Argentina il colpo di Stato di Videla rappresentò il consolidamento industriale e terroristico del modello neoliberista nel Cono Sud. Si trattava di sconfiggere il comunismo, che stava avanzando nel mondo, sradicarne a ogni costo l'esempio.
Oggi, nel 2026, mentre l'estrema destra di Javier Milei rivendica apertamente l'eredità di quel terrore, dobbiamo scoperchiare l'operazione di camuffamento che ha permesso questo ritorno: la trappola del vittimismo e il tradimento progressista. Per decenni, il progressismo istituzionale ha messo in atto una sistematica opera di depotenziamento della carica rivoluzionaria: celebrare il golpe dividendo il mondo tra carnefici sadici e vittime innocenti è un’operazione di disarmo politico.
I 30.000 desaparecidos non erano giovani idealisti astratti o passivi: erano quadri politici, militanti dell'ERP e dei Montoneros, delegati di fabbrica della Ford e della Mercedes-Benz. Erano uomini e donne che avevano un progetto di potere: il socialismo. Trasformarli in icone di un martirologio passivo significa ucciderli una seconda volta.
Come scrisse Rodolfo Walsh nella sua storica Lettera Aperta di un Scrittore alla Giunta Militare: “Quello che voi chiamate errori sono crimini, e ciò che chiamate eccessi sono la norma... Nella politica economica di questo governo si deve cercare non solo la spiegazione dei crimini, ma una atrocità ancora maggiore che punisce milioni di esseri umani con la miseria pianificata”.
I dati parlano chiaro: il 60% dei desaparecidos apparteneva alla classe operaia e sindacale. La dittatura non cercava sovversivi generici, cercava di distruggere la colonna vertebrale della resistenza al capitale: sotto la Giunta, il debito estero argentino passò da 8 a 45 miliardi di dollari, un aumento del 460%, legando per sempre il paese al cappio del FMI. Anche in Italia, la gestione giudiziaria dei crimini della dittatura attraverso i Processi Condor ha servito una narrazione tossica.
Se da un lato è stato necessario condannare gli aguzzini con cittadinanza italiana, dall'altro lo Stato e il progressismo nostrano hanno utilizzato queste aule per un'operazione ideologica mefitica: si è accentuato il vittimismo per non dover fare i conti con l'identità combattente di chi è caduto.
Ancora più grave è stato il tentativo inopinato di confondere nella categoria di “terrorismo” le pratiche criminali dello Stato argentino — un apparato industriale di sterminio finanziato dalle multinazionali e dagli USA —, lo stragismo fascista, e la lotta armata comunista delle Brigate Rosse in Italia. Questo parallelismo forzato serve a due scopi: da una parte delegittimare la Resistenza argentina definendola terrorismo, sposando la teoria dei “due demoni”, e dall'altra demonizzare la storia del conflitto di classe in Italia, equiparando la violenza rivoluzionaria di chi voleva abbattere il sistema alla violenza repressiva di chi voleva conservarlo.
Esiste una linea retta che unisce il programma economico di José Alfredo Martínez de Hoz ai decreti di necessità e urgenza di Javier Milei: non è un caso che la vicepresidenta Victoria Villarruel provenga dalle fila del negazionismo militante. José Alfredo Martínez de Hoz non fu un semplice tecnico, ma l'architetto civile del genocidio: esponente dell'oligarchia terriera e legato ai vertici del potere finanziario internazionale, utilizzò il Ministero dell'Economia per attuare un piano di deindustrializzazione selvaggia finalizzato ad annientare la base materiale del proletariato.
Il suo legame con i centri del potere di Washington e la sua politica di apertura indiscriminata al capitale straniero sono le fondamenta su cui poggia l'attuale dottrina della motosega. Il progetto è lo stesso: deindustrializzazione pianificata per annientare la base materiale del proletariato. Oggi, nel marzo 2026, la realtà argentina è il riflesso di quel genocidio sociale: oltre il 50% della popolazione è sotto la soglia di povertà e il potere d'acquisto dei salari è ai minimi storici dal crollo del 2001. Il progressismo, limitandosi alla gestione dell'esistente e parlando di diritti senza mettere in causa la proprietà privata, ha lasciato campo libero alla retorica della libertà del mercato, che altro non è se non la libertà del capitale di schiacciare il lavoro.
Non c'è memoria senza la rivendicazione della resistenza: ricordare il 1976 significa onorare le occupazioni di fabbrica e gli scioperi sotto i fucili. Il socialismo bolivariano, deciso a mantenere la schiena dritta mediante l'esercizio della diplomazia di pace, dovrà alimentarsi ancora di quella memoria per trasformare in vittoria la dura sconfitta subita con il sequestro del presidente e della first lady, e non arenarsi nei compromessi al ribasso.
In Europa, invece, aspirare a un dialogo con le forze del capitale è un’illusione ottica: l'unica risposta all'internazionale nera che oggi governa a Buenos Aires e bussa alle porte di Bruxelles è il ritorno alla radicalità socialista. I 30.000 desaparecidos accompagnano il nostro presente, non come foto di vittime in un museo, ma come indicazioni di lotta. Riprendere quel filo interrotto è l'unico modo per non soccombere alla barbarie, e per onorarli davvero.

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