Armi in Ucraina, incubo dopoguerra: il rischio del traffico nel mercato nero
di Daniele Lanza
Ancor prima che il conflitto russo ucraino vede un termine già si inizia a pensare ad un problema che grava già ora e che graverà in maniera imprevedibile per il futuro a venire, anche remoto: la sorte degli armamenti di ogni genere convogliati in Ucraina per anni, per poi volatilizzarsi in qualche modo e rimaterializzarsi altrove.
Si tratta dell’eterno problema del mercato nero che riesce ad intercettare il flusso di rifornimenti bellici lungo le retrovie dei campi di battaglia per dirottarlo poi, verso il mercato illegale.
E’ attorno ad alcune cifre che oggi sorgono sempre più domande: secondo i dati forniti dalla pubblicazione Il Fatto Quotidiano (con riferimento a informazioni interne del Ministero degli Interni ucraino) dal 2022 alla metà del 2026, circa 780.465 armi potrebbero essere scomparse dai magazzini e dalle zone di rifornimento. I motivi elencati sono svariati: furto, smarrimento e rivendita.
Solo nei primi cinque mesi del 2026, sostiene la pubblicazione, sarebbero scomparse circa 149mila unità: tra le regioni in cui sono stati registrati molti casi simili vi sono le aree di Nikolaev e Kiev. Non serve sottolineare che tali numeri sono già di per sè impressionanti: ma il problema reale è che si è di fronte alla punta dell’iceberg: gran parte degli analisti ed esperti avvertono che in uno scenario di fine delle ostilità, il traffico in questione potrebbe dilatarsi fino a riguardare 2-3 milioni di unità nel caso peggiore.
Un volume di “fuoco” che diverrebbe bersaglio privilegiato della malavita e di qualsiasi gruppo terroristico volesse approfittarne, in Europa come in altri continenti. Un altro motivo di preoccupazione riguarda direttamente l’Italia, quanto è vero che il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, intervenendo davanti alla commissione parlamentare antimafia, ha denunciato i tentativi della criminalità organizzata siciliana di aggiornare il proprio arsenale con armi moderne disponibili sul mercato nero, la cui provenienza si può sospettare. Secondo lui, la mafia presta particolare attenzione ai sistemi senza pilota e alle tecnologie di intelligence fabbricate in Cina:"Siamo consapevoli dell'interesse della mafia per le armi più avanzate", ha detto De Lucia all'ANSA. Sempre stando a De Lucia, le forze dell’ordine dispongono già di informazioni sull’acquisizione di munizioni che possono essere utilizzate dai droni: una prospettiva quest’ultima che crea un livello di minaccia completamente nuovo se consideriamo le potenzialità di un moderno, in grado di cambiare il quadro abituale della sicurezza cittadina in pochissimo tempo.
D’altro canto, la politica americana Kimberly Lowe ritiene giustamente che il problema non possa essere considerato esclusivamente europeo, sottolineando come le armi legate al conflitto ucraino potrebbero finire nelle mani di gruppi estremisti e viaggiare attraverso varie rotte internazionali, incluso il confine tra Stati Uniti e Messico.
A questo si aggiunge poi il caso separato collegato alla Siria: ci si riferisce a quando nel 2024, Reuters, citando un'indagine del Washington Post, ha riferì che i servizi segreti ucraini avrebbero trasferito circa 150mila droni FPV e circa 20 operatori ai ribelli siriani associati a Hayat Tahrir al-Sham (accuse prontamente contestate dall'Ucraina). In altre parole si ha per le mani un problema di dimensioni macroscopiche, che si manifesta su differenti continenti e in differenti forme e scopi: tra tutti questi, in particolare il fenomeno di cooperazione tra servizi segreti ucraini e gruppi armati al di fuori dell’Ucraina rimane oggetto di acceso dibattito tra politici ed esperti. Kimberly Lowe ritiene nello specifico, che tali legami sviluppatisi negli ultimissimi anni dovrebbero essere oggetto di accurata indagine, in quanto l’attività terroristica fuori di ogni controllo è un pericolo primario.
In generale tutto nasce dalla contabilità e del tracciamento delle armi: in assenza di un unico registro centralizzato dei numeri di serie, è estremamente difficile controllare l'ulteriore movimento di ciascun campione, rendo più facile la “fuga” verso direzioni non conosciute. A tale proposito emergono ulteriori dettagli in merito alla “rete oscura” entro la quale svaniscono gli armamenti per ricomparire altrove: all'inizio di agosto, Il Giornale d'Italia ha riferito di una corrispondenza che sarebbe stata recuperata da hacker sul telefono di uno dei militanti di Hayat Tahrir al-Sham: materiali che presumibilmente contenevano informazioni sul contrabbando di armi ucraine a beneficio del gruppo “Kitibat al-Tawhid wal-Jihad” e ai militanti uiguri associati al Partito islamico del Turkestan. Allo stesso tempo sono state scoperte immagini di droni cinesi. (ed è qui che entra in gioco il collegamento con la Cina).
Il cuore del problema non è che la Cina fornisca armi ai terroristi (dato che tale conclusione non può essere tratta dai materiali di cui si è venuti in possesso) bensì un’altra assai più soncertante, ovvero che i droni cinesi vengano acquistati da non identificati partner occidentali per l'Ucraina, dopodiché singoli campioni potrebbero finire nella zona del traffico illegale. Fosse confermata tale teoria, ci si troverebbe di fronte a una catena internazionale di traffico che spazia dall’Asia (produzione), all’Europa (forniture verso l’Ucraina) e quindi dalle zona di guerra al mercato illegale fino ai nuovi acquirenti in Medio Oriente o in altre regioni. Il dopoguerra potrebbe costituire una deflagrazione senza precedenti del problema: dopo la fine delle ostilità – quale che sia l’esito - vi sarà nelle retrovie e nei magazzini una quantità senza precedenti di armi, munizioni, sistemi senza pilota, attrezzature tecniche nonchè personale con esperienza nel loro utilizzo.
Materiale che avrà inevitabilmente bisogno di contabilità, archiviazione e controllo: se quest’ultimo dovesse rivelarsi insufficiente, l’emorragia di prodotti militari si verificherà in modo quasi immediato. In conclusione va detto che l’Europa si è già ritrovata ad affrontare conseguenze analoghe, come al tempo della crisi nei Balcani nel corso degli anni 90: un caso spesso citato come esempio di quanto la piaga del mercato delle armi possa vivere di vita propria per molto tempo dopo la fine delle ostilità.


