Cina, socialismo e IA contro occidente (di Pino Arlacchi)

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Cina, socialismo e IA contro occidente (di Pino Arlacchi)

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di Pino Arlacchi*
 
Per due secoli l’Occidente ha raccontato a se stesso una storiella confortante: il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa, e ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento.
 
Il crollo del Gosplan sovietico parve sigillare per sempre tale verità, e da allora il termine “pianificazione”, nel linguaggio economico e politico, è divenuta una parolaccia. Così, messi di fronte al più grande miracolo economico della storia, la rinascita della Cina, gli analisti occidentali hanno distolto lo sguardo dal fattore chiave di tale rivoluzione, attribuendo tutto alla magia del mercato.
 
Pechino non ha abbandonato la pianificazione: l’ha trasformata. Ha imparato dalla tragedia del Grande Balzo in Avanti che la pianificazione rigida e cieca produce catastrofi, ma ne ha tratto una lezione di segno opposto a quella dell’Urss: non rinunciare alla direzione cosciente dell’economia, ma renderla sperimentale e capace di autocorrezione. “Attraversare il fiume tastando le pietre”, la geniale formula di Deng Xiaoping, non è la resa al mercato: è un metodo di programmazione dell’economia: si sperimenta in piccolo, si misura, si corregge, si estende ciò che funziona. La pianificazione smette di essere comando e diventa apprendimento.
 
Qui entra in scena la novità che rovescia un secolo di certezze. La grande obiezione liberale alla pianificazione, formulata da Von Mises e affilata da Hayek negli anni Trenta, era in fondo un’obiezione basata sull’informazione: nessuna autorità centrale, sostenevano gli esponenti della scuola austriaca, potrà mai raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi fra milioni di individui che il sistema dei prezzi, il mercato, aggrega automaticamente. Il socialismo era, perciò, semplicemente impossibile. Era un argomento formidabile nell’epoca della carta e del calcolo manuale. Non lo è più nell’epoca dell’Intelligenza artificiale.
 
Fu Oskar Lange, l’economista marxista che ad Hayek aveva risposto colpo su colpo, a intuirlo. Poco prima di morire, nel 1967, affermò che se avesse dovuto riscrivere la sua polemica si sarebbe limitato a dire ad Hayeck “mettiamo le equazioni su domanda e offerta in un computer e avremo la soluzione in meno di un secondo”. Era un concetto visionario allora. È realtà oggi.
 
La Cina sta costruendo precisamente l’apparato che dà ragione a Lange. Il 15° piano quinquennale, varato quest’anno, è il documento di programmazione economica più centrato sull’Intelligenza artificiale mai prodotto da uno Stato: l’obiettivo dichiarato è integrarla nel 90% dell’economia entro il 2030. La capacità di calcolo viene concepita come una “nuova forza produttiva”. Già oggi una parte crescente della vita associata – traffico, energia, logistica, servizi – è governata da sistemi algoritmici che coordinano in tempo reale ciò che nessuna Mano invisibile potrebbe coordinare meglio. È il sogno della pianificazione cibernetica, attuato su scala continentale.
 
Ma il punto più dirompente riguarda il futuro più immediato. Proiettando tali trend nel prossimo decennio, intravediamo la sagoma di un sistema finora solo vagheggiato: un’economia largamente automatizzata in cui i due grandi istituti della modernità capitalistica, il mercato e il capitale, sono diventati superflui.
 
Non è fantascienza. La densità robotica cinese è passata da 49 robot ogni 10mila lavoratori nel 2015 a oltre 400 nel 2025, superando la Germania, e la Cina installa da qualche anno più robot del resto del mondo messo insieme. Le “fabbriche al buio”, interamente automatizzate e senza operai, che non hanno perciò bisogno d’illuminazione, non sono più un esperimento: lo stabilimento Xiaomi di Pechino produce uno smartphone al secondo senza un solo uomo in linea d’assemblaggio. La forza lavoro manifatturiera è scesa da 115 a meno di 85 milioni di addetti in un decennio mentre la produzione cresceva e, dato decisivo, senza che quel calo si traducesse in disoccupazione di massa, perché i programmi statali di riqualificazione hanno assorbito l’impatto, ricollocando i lavoratori in servizi e nuove industrie ad alta tecnologia.
 
Il mercato svolge due funzioni: rivela ciò che la gente desidera e decide dove occorre investire. Entrambi i compiti sono già oggi svolti dall’Intelligenza artificiale e, ironia suprema, svolti soprattutto all’interno delle maggiori corporation Usa che del libero mercato si proclamano campioni. L’apparato di rilevazione della domanda più sofisticato della storia non è stato costruito nella Cina socialista, ma da Amazon e Google: Amazon sa cosa vorrai comprare prima che tu lo sappia, e pre-posiziona la merce in deposito sulla base di previsioni algoritmiche. Walmart e Amazon sono strutturate come delle economie pianificate più vaste di quanto l’Urss sia mai stata.
 
E la decisione d’investire? Era la roccaforte ultima del capitalismo. Keynes l’aveva consacrata nella sua Teoria generale: poiché il futuro è inconoscibile e nessun calcolo può prevederlo, l’investimento nasce dagli “spiriti animali del capitalismo”, dall’impulso dell’imprenditore a tuffarsi nell’ignoto assumendosene il rischio. E il profitto del capitalista è la ricompensa per quell’atto di coraggio. Ma anche gli spiriti animali, in fondo, erano la soluzione a un problema d’informazione: secondo Keynes colmavano col fiuto (o la fortuna) dell’imprenditore il vuoto lasciato dall’incertezza. Ed è proprio quello che l’Intelligenza artificiale sta riempiendo, calcolando opportunità e rischi d’investimento su milioni di scenari con una freddezza sconosciuta agli umani. Se la macchina alloca il capitale meglio dell’imprenditore – e i mercati finanziari, ormai dominati dagli algoritmi, lo dimostrano ogni giorno – l’intera giustificazione dell’imprenditore capitalista come assuntore del carico dell’incertezza si dissolve. Mettete insieme le due cose: il mercato è in fondo una tecnologia dell’informazione primitiva e dispendiosa, che una tecnologia superiore può rendere obsoleta. Fu Lenin, in Stato e rivoluzione, a vederlo con un secolo d’anticipo, quando immaginò l’intera società trasformata in “un solo ufficio e una sola fabbrica”. L’intuizione era che il capitalismo, attraverso la pianificazione interna presente nei grandi trust, stesse creando le precondizioni materiali del socialismo. Amazon e Google sono proprio quelle “fabbriche-uffici uniche” che hanno interiorizzato il mercato sostituendolo col coordinamento cosciente. Ma è un’operazione volta al profitto privato anziché al bisogno collettivo. Il compito che la Storia ci pone è quello indicato da Lenin: impadronirci di quell’apparato e volgerlo al servizio di tutti.
 
Ed è su tale terreno che si gioca la partita del secolo. La stessa tecnologia produce, sotto opposti rapporti di produzione, esiti di segno opposto. In Occidente l’automazione, prigioniera del capitale privato, genera disoccupazione di massa, concentrazione oscena della ricchezza, devastazione delle regioni deindustrializzate. In Cina, dentro la cornice della pianificazione socialista, gli stessi robot possono socializzare il dividendo della produttività, ridurre l’orario di lavoro, espandere il benessere comune. L’una promette ricchezza patrimoniale a pochi azionisti; l’altra la liberazione dalla fatica per molti. È la differenza tra valore di scambio e valore d’uso che torna a comandare la storia.
 
Non è detto che la Cina percorra fino in fondo tale strada: la persistenza del mercato e del capitale privato al suo interno potrebbe frenarla. Ma le precondizioni tecniche e istituzionali si stanno consolidando, e la direzione di marcia è netta. La “fabbrica unica” di Lenin, l’economia come una scatola chiusa al servizio della collettività, diventano per la prima volta una possibilità tecnologica concreta. E ciò sta accadendo nell’Oriente socialista, non nell’Occidente capitalista. L’Occidente continua a raccontarsi la favola del mercato eterno, ma il futuro che riteneva impossibile si sta materializzando, bit dopo bit, dall’altra parte del mondo.
 
[di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 27 maggio 2026]

Pino  Arlacchi

Pino Arlacchi

Ex vice-segretario dell'Onu. Il suo ultimo libro è "Contro la paura" (Chiarelettere, 2020)

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