La "sinistra estrema" e la sovranità nazionale
di Leonardo Sinigaglia
Il recente scontro tra Andrea Zhok ed Emiliano Brancaccio ha fatto finalmente fatto emergere in maniera chiara l’irrisolvibile dissidio in seno alla cosiddetta “estrema sinistra” italiana.
Il dibattito sul tema del “sovranismo” intercorso tra i due ha raggiunto l’attenzione di centinaia di migliaia di italiani sulla rete, trasformandosi rapidamente nello scontro tra due visioni inconciliabili, che rappresentano le due opposte tendenze che caratterizzano la galassia “marxista” italiana.
Da un lato abbiamo chi, come Brancaccio, si fa portatore di una visione messianica, postmoderna, liberal-libertaria del socialismo, rifiutando qualsiasi ipotesi concreta di presa e gestione del potere, negando la dimensione nazionale a favore di un cosmopolitismo astratto e celando con una retorica massimalista una prassi fondata sul compromesso e la connivenza con le strutture di potere imperiali dell’Occidente collettivo.
Dall’altro abbiamo chi rimane ancorato alla realtà materiale di qualsiasi processo di trasformazione in senso socialista, riconoscendo il ruolo imprescindibile dello Stato, e, conseguentemente, della sovranità nazionale, fondamento di qualsiasi azione politica autonoma.
Si ripropone quindi in chiave moderna quella lotta già più volte manifestatasi in seno al movimento socialista e comunista tra chi, nonostante la retorica incendiaria, risulta ideologicamente subalterno alla borghesia (anarchici prima, economicisti poi, “marxisti occidentali” oggi) e chi porta avanti una linea politica fondata sulla visione del mondo materialista dialettica.
A partire dal 1956, il “marxismo occidentale” ha progressivamente ottenuto l’egemonia in seno all’estrema sinistra italiana, imponendosi come unica interpretazione socialmente accettata del comunismo scientifico. In ciò, l’imperialismo statunitense ha giocato un ruolo chiave: le dottrine “fluide”, postmoderne e libertarie che hanno fornito la base ideologica della “disobbedienza” e del post-operaismo negriano sono arrivate in Italia grazie alla mediazione delle università americane, sin dai tempi del Congresso per la Libertà Culturale dedite alla diffusione di quella “sinistra compatibile” totalmente innocua per il nascente unipolarismo USA.
La crisi terminale affrontata dal sistema occidentale ha portato all’indebolimento di questa egemonia in seno all’estrema sinistra. Fino a pochi anni fa, un minimo accenno all’importanza dell’indipendenza nazionale o qualsiasi indizio di patriottismo avrebbero comportato una scomunica pressoché globale da parte di tutta la galassia “comunista”. Oggi non è più così, e anzi i rapporti di forza tra le due componenti si stanno progressivamente invertendo. L’accelerazione della trasformazione in senso multipolare del mondo ha portato allo sdoganamento di tutte quelle posizioni “eretiche” messe al bando dall’egemonia trotskista-libertaria: dal riconoscimento del fondamentale ruolo di Stalin all’interesse per la Repubblica Popolare Cinese, dalla riscoperta dell’orgoglia nazionale al sostegno delle forze impegnate nella lotta anti-egemonica nel mondo. Una volta le bandiere di Hezbollah sarebbero state impensabili a qualsiasi manifestazione “di sinistra”, mentre oggi sono la norma.
Una volta la tesi degli “opposti imperialismi” non avrebbe trovato nessun contrasto, mentre ora, invece, anche in seno ai settori più identitari e intellettualmente pigri del movimento comunista italiano, le parole d’ordine pacifiste stanno cedendo il campo a un appoggio sempre più diretto della resistenza del Donbass, se non della stessa Federazione Russa. Persino partiti politici da sempre appiattiti su posizioni liberali, come Rifondazione Comunista, hanno inoltre dovuto riconoscere l’innegabile ruolo guida del Partito Comunista Cinese, dimenticando gli attacchi “dirittoumanisti” contro Pechino e correndo in visita in Cina ad ogni occasione.
Come la sinistra liberale rilancia ogni giorno l’allarme per la “democrazia in pericolo” e invita alla mobilitazione generale contro le “autocrazie” e i loro sostenitori, così l’estrema sinistra filoccidentale rinnova quotidianamente la lotta con la marea montante del “rossobrunismo”. La percezione dell’approssimarsi del crollo agita i servitori dell’imperialismo, che intensificano in risposta la loro disperata difesa dello stato di cose presente. Molti di essi difendono direttamente i propri interessi di classe: professori universitari, dipendenti pubblici, rampolli di famiglie medio borghesi in pieno ribellismo adolescenziale e pensionati d’oro hanno tutto l’interesse di difendere il sistema di potere occidentale, dipendendo da esso per rendite, redditi e posizione sociale.
Il manifestarsi in termini aperti di questo scontro è un bene.
È necessario separare chiunque porti avanti una autentica lotta antimperialista (e quindi patriottica e “sovranista”) avente una prospettiva socialista da tutti gli opportunisti, i sabotatori e i vigliacchi che per decenni hanno condannato all’irrilevanza il movimento comunista in Italia e che lo hanno reso subalterno alle trame del centrosinistra e delle sue gemmazioni “radical”.
Siamo finalmente alla resa dei conti. Le retoriche unitarie e identitarie sono saltate, il “compagno” al servizio dell’imperialismo non è più un amico dalle diverse sensibilità, ma un nemico aperto al pari di qualsiasi marine americano o colono sionista.
È necessario quindi intensificare questa lotta politica, negare a quel mondo rappresentato da Brancaccio ogni solidarietà, attaccarne le idee e le teorizzazioni, e, soprattutto, attaccarne padrini e padroni politici.
È il momento che i comunisti, unica forza politica capace di salvare l’Italia dalla catastrofe occidentale, risorgano. E ciò non può avvenire che nella lotta contro la destra e contro la sinistra, per la sovranità nazionale, per la libertà e l’indipendenza del nostro paese, per la difesa della nostra plurimillenaria civiltà, per il potere della classe lavoratrice, come parte della generale lotta per la costruzione di un mondo multipolare e di una comunità umana dal futuro condiviso.


