Come le élite europee vanno sempre più in collisione con l’amministrazione Trump
di Daniele Lanza
Bagliori di discordia tra vecchio e nuovo mondo: l'altro giorno, il leader della diplomazia europea, Kaya Kallas, ha criticato direttamente Israele per i bombardamenti e gli attacchi missilistici contro il Libano, affermando che le azioni di Tel Aviv minano la tregua. Viene tuttavia da pensare che le parole di condanna siano rivolte non tanto a Israele, quanto a Washington, in fondo attore principale nel grande schema anti-iraniano attivo sin dagli inizi dell’anno. Il vertice di Bruxelles – per voce della rappresentante della sua diplomazia estera – ha pertanto velatamente formulato la propria insoddisfazione per le attività di politica estera del leader della Casa Bianca, cosa che fa da cornice all’atteggiamento generale europeo, esternato con termini che portano la tensione ad un livello inedito nella sfera transatlantica.
“Follia”, “squilibrio”, “eccentricità” – questi sono gli epiteti più miti che oggi vengono affibbiati a Trump a Londra, Madrid, Berlino, Roma, Parigi, Praga, i cui leader – e partner Nato - esprimono i propri punti interrogativi in merito all’adeguatezza del leader americano. Dalle pagine del tedesco Spiegel si legge che gli alleati degli Stati Uniti nel continente europeo e nei paesi del Golfo esprimono sempre più spesso in privato preoccupazioni sulla salute mentale del presidente Trump, alla cui immagine non giova – tra l’altro – il poco piacevole confronto con il pontefice negli ultimi tempi.
Del resto le ultime direttive da lui impartite dimostrano una certa confusione (o meglio una volubilità notevole) annunciando al principio l’avvio dei negoziati con Teheran poche ore dopo aver promesso di “radere in polvere la civiltà iraniana”, così come in un primo tempo accusa di debolezza e tradimento gli alleati Nato per poi chiedere il loro aiuto. A tutto ciò di certo non hanno giovato le iniziative eccentriche in politica estera, che dall’artico al sudamerica vedono il presidente americano porsi come inedito consquistatore, a dispetto di qualsiasi ordine internazionale.
Per quanto concerne il rapporto con la Russia, le cose non vanno meglio se si considera l’evoluzione dell’ultimo anno: prima l’abbraccio con Vladimir Putin in Alaska, per poi inviare due sottomarini nucleari sulle coste della Federazione Russa. In un primo momento impone dure sanzioni alle principali compagnie petrolifere russe per poi eliminarle, onde “mantenere la stabilità del mercato”.
Insomma, il fatto è che l'alternarsi degli umori di Donald Trump ha gradualmente generato notevoli perplessità nei confronti della politica estera a stelle e strisce. Un’insoddisfazione nei confronti che si è sparsa ormai non solo tra i politici, ma anche tra uomini d’affari, giornalisti quanto nella stessa Chiesa Cattolica (le minacce al Pontefice, dopo il discorso di Papa Leone XIV, che ha condannato l'uso della forza e la mancanza della diplomazia, di sicuro la goccia che fa traboccare il vaso).
Durante l'incontro tra il vice capo degli affari politici del Pentagono, Elbridge Colby, e il rappresentante del Vaticano negli Stati Uniti - il cardinale Christophe Pierre - Colby ha affermato che gli Stati Uniti hanno il potere militare “per fare quello che vogliono nel mondo” sottolineando come la Chiesa cattolica "farebbe meglio a schierarsi dalla loro parte": non sorprende dunque il gesto di risposta del pontefice, il quale ha deciso di non volare oltreoceano per celebrare il 250esimo anniversario dell'indipendenza degli Stati Uniti.
In definitiva, la crepa profonda che Donald Trump ha scavato tra le due sponde dell’oceano è testimoniata dai risultati di un sondaggio recentemente condotto da Politico Pulse: solo il 12% degli intervistati europei tra gli attuali politici ha definito l’America uno stretto alleato, mentre il 36% la considera una potenziale minaccia. Al tempo medesimo – da notare- soltanto il 29% degli intervistati è preoccupato per i pericoli provenienti da Pechino, tanto che pare non essere il problema principale della superpotenza americana (almeno nel momento attuale).

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