Dall'Iraq alla Giordania: come cambia l'equilibrio regionale

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Dall'Iraq alla Giordania: come cambia l'equilibrio regionale

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Negli ultimi giorni il confronto tra Stati Uniti e Iran ha conosciuto una nuova e pericolosa accelerazione, estendendosi ben oltre il Golfo Persico e coinvolgendo una rete di basi militari statunitensi distribuite tra Kuwait, Bahrein e Giordania. Da parte iraniana, la risposta rappresenta una rappresaglia diretta ai bombardamenti USA sul territorio della Repubblica Islamica, in particolare agli attacchi che hanno colpito abitazioni civili sull'isola di Qeshm, causando vittime tra la popolazione. L'esercito iraniano ha annunciato di aver avviato la ventisettesima fase dell'Operazione Saeqah, dichiarando di aver colpito la base aerea Ahmad al-Jaber in Kuwait, uno dei principali nodi logistici utilizzati dalle forze statunitensi per le operazioni aeree e di sorveglianza nella regione. Secondo Teheran, i droni hanno preso di mira hangar destinati ai caccia, sistemi di comunicazione satellitare e depositi di equipaggiamento militare. Poche ore prima, un'altra operazione aveva interessato il Bahrein, dove l'esercito iraniano rivendica di aver colpito la base di Sheikh Isa, prendendo di mira generatori elettrici, sistemi di navigazione e strutture amministrative utilizzate dalle forze americane. Anche in questo caso, le autorità iraniane evidenziano i danni significativi inflitti nonostante la presenza di sofisticati sistemi di difesa aerea statunitensi.

Parallelamente, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha rivendicato un attacco contro la base di Azraq, nota anche come Muwaffaq Salti Air Base, in Giordania. La dichiarazione ufficiale afferma che missili balistici hanno centrato l'area di parcheggio e gli hangar di manutenzione degli F-35 USA, distruggendo tre velivoli e danneggiandone gravemente altri tre. L'IRGC afferma inoltre che nell'attacco sono morti diversi ufficiali e tecnici addetti alla manutenzione. La base giordana sarebbe stata utilizzata dagli Stati Uniti per lanciare bombe bunker-buster contro due abitazioni civili sull'isola di Qeshm, episodio che ha provocato la morte di un'intera famiglia e rappresentato il motivo immediato della rappresaglia. Teheran sostiene inoltre di aver raggiunto una crescente superiorità operativa nella guerra missilistica e con i droni. L'esercito e i Pasdaran affermano che l'intensità degli attacchi starebbe rendendo sempre più difficile e costoso per Washington intercettare i vettori iraniani, nonostante il rafforzamento dei sistemi antimissile dispiegati nella regione. Le autorità iraniane accusano inoltre gli Stati Uniti di imporre un rigido controllo mediatico per impedire la diffusione di notizie sui danni subiti dalle proprie installazioni.

L'escalation non riguarda però soltanto il confronto diretto tra Washington e Teheran. Anche l'Iraq è entrato al centro della crisi dopo i raid condotti da Stati Uniti e Arabia Saudita contro diverse basi delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), formalmente integrate nelle strutture di sicurezza irachene. Riad ha giustificato l'operazione sostenendo che le PMF sarebbero coinvolte negli attacchi con droni contro infrastrutture petrolifere saudite. Tuttavia, questa ricostruzione viene contestata da Baghdad e dalle forze della resistenza irachena, che ricordano come l'operazione fosse stata rivendicata pubblicamente da Ansarullah, il movimento yemenita comunemente noto come Houthi. Il governo iracheno ha condannato gli attacchi come una violazione della propria sovranità, mentre il primo ministro Ali al-Zaidi ha annullato una visita diplomatica prevista in Arabia Saudita. Le PMF parlano di almeno venti combattenti uccisi e oltre trenta feriti, ai quali si aggiungono cinque membri dell'IRGC rimasti uccisi nella provincia di Diyala. L'episodio rischia di avere conseguenze politiche rilevanti all'interno dell'Iraq. Diverse forze parlamentari chiedono una revisione degli accordi di sicurezza con gli Stati Uniti e un'accelerazione del processo di ritiro delle truppe straniere dal Paese. Organizzazioni come Harakat al-Nujaba e Asa'ib Ahl al-Haq hanno dichiarato che la presenza militare statunitense costituisce ormai una minaccia diretta alla sicurezza nazionale irachena. Un ulteriore elemento destinato ad alimentare le tensioni riguarda le dichiarazioni del consigliere per la sicurezza nazionale iracheno Qasim al-Aboudi, secondo cui le autorità di Baghdad avrebbero arrestato gruppi operanti per conto dell'Ucraina coinvolti in azioni sul territorio iracheno. Pur trattandosi di un'indagine ancora preliminare, alcuni ambienti politici iracheni ipotizzano che tali cellule possano aver avuto un ruolo in operazioni di destabilizzazione o in eventuali provocazioni volte a giustificare l'intervento militare contro l'Iraq.

Dal punto di vista strategico, la scelta di colpire il territorio iracheno anziché intervenire direttamente contro lo Yemen viene interpretata da numerosi osservatori regionali come il tentativo di evitare una nuova guerra aperta con Ansarullah, dopo anni di conflitto che hanno dimostrato la vulnerabilità delle infrastrutture energetiche saudite agli attacchi missilistici e con droni. Nel frattempo, l’Asse della Resistenza sembra mostrare una crescente coordinazione tra Iran, Iraq e Yemen. Le organizzazioni armate irachene hanno già annunciato che risponderanno agli attacchi contro le PMF, lasciando intendere che eventuali ritorsioni potrebbero colpire obiettivi USA o sauditi una volta concluso il pellegrinaggio dell'Arbaeen, uno degli eventi religiosi più importanti per il mondo sciita. Il quadro che emerge è quello di una crisi regionale ormai estesa a più teatri contemporaneamente. Le basi statunitensi nel Golfo e nel Levante sono diventate bersagli diretti delle operazioni iraniane, mentre l'Iraq rischia di trasformarsi in terreno di confronto tra Washington, Teheran e i rispettivi alleati. In assenza di un'iniziativa diplomatica – che evidentemente USA e Israele non vogliono realmente - capace di interrompere l'attuale spirale di rappresaglie, il conflitto appare destinato a coinvolgere un numero sempre maggiore di attori regionali, aumentando il rischio di una guerra su scala mediorientale.


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