Foreign Fighters, un problema non solo europeo

I combattenti stranieri provenienti dal mondo arabo che si recano a combattere sono dieci volte quelli provenienti dall'Occidente.

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Foreign Fighters, un problema non solo europeo


di Mara Carro

I tragici fatti che hanno insanguinato Parigi dalla mattina di mercoledì 7 gennaio, con l'irruzione nella sede del settimanale satirico Charlie Hebdo, alla sera del 9 gennaio, con la conclusione del sequestro nel supermercato kosher del quartiere di Porte de Vincennes, hanno indotto i servizi di sicurezza di diversi paesi europei ad una valutazione della propria capacità di prevenire simili attacchi e riportato al centro del dibattito internazionale il problema del "terrorista molecolare home made" e quello dei foreign fighters. 
 
Nel primo caso si tratta di individui, prevalentemente estranei a reti terroristiche semi-strutturate, che si autoradicalizzano e si autoaddestrano grazie ad internet quale veicolo di propaganda e tutorial per la realizzazione di ordigni artigianali o di utilizzo di un'arma e pianificano da soli attacchi terroristici. 
 
Per foreign fighters ci si riferisce a cittadini europei di fede islamica, radicalizzati, rientrati nei rispettivi paesi d’origine dopo essersi addestrati o aver combattuto per anni sui campi di battaglia in Medio Oriente e Maghreb. Il timore dei servizi di informazione europei è che questi combattenti, inseriti in reti terroristiche, decidano di tornare in Europa, con l’esperienza acquisita nei teatri di jihad, con l’intento di reclutare nuovi combattenti o compiere attentati.  
 
Parlando ad un commissione del parlamento britannico, Rob Wainwright, direttore di Europol, ha stimato che ci sarebbero tra “i 3mila e i 5mila combattenti europei in Medio Oriente che potrebbero compiere attentati terroristici una volta tornati in patria”.
 
Wainwright li ha identificati come “un largo gruppo di uomini, in prevalenza giovani, che possono tornare in patria e hanno il potenziale o la volontà e la capacità di portare a termine attacchi terroristici come quelli che abbiamo visto a Parigi la scorsa settimana”.
 
In un’informativa sui fattori di rischio che interessano il nostro paese, il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha spiegato che anche l’Italia, sebbene in misura sensibilmente minore rispetto ad altri paesi occidentali, è toccata dal fenomeno dei foreign fighters. Rispetto alle stime fatte dall’Europol, il nostro paese è interessato da numeri molto più esigui. Risultano infatti essere 53 le persone finora coinvolte nei trasferimenti verso i luoghi di conflitto che hanno avuto a che fare con l’Italia nella fase della partenza o anche solo in fase di transito. La quasi totalità di queste persone è ancora attiva nei teatri di guerra mentre la restante parte è deceduta in combattimento o detenuta in altri paesi.

Solo quattro di queste persone hanno nazionalità italiana. Tra questi un marocchino naturalizzato che si trova attualmente in un altro paese europeo, il 25 enne genovese convertito all’Islam Giuliano Delnevo, ucciso in Siria mentre combatteva con i ribelli nell’area di Qusayr, Maria S., 27enne di origini campane convertita all’Islam dopo l’incontro in Lombardia con un albanese e partita per combattere tra le fila dell'Isis., Gianpiero F., un 35enne calabrese convertito all’Islam attualmente in carcere a Baghdad con l’accusa di terrorismo internazionale.
 
Alfano precisa che al momento non esistono segnalazioni specifiche che indicano la presenza per l’Italia di pericoli concreti ma, come ha invece ricordato il ministro Gentiloni nella sua informativa sui fatti di Parigi, “l'apparente esiguità dei numeri non autorizza alcuna sottovalutazione da parte nostra. Parigi ha dimostrato la pericolosità di questi terroristi, addestrati all'uso di armi e a logiche di guerra, anche in numeri molto esigui". Un fenomeno che ha infatti già dimostrato di potere colpire l’Europa: alla fine del 2013 le autorità inglesi hanno resi noto di aver sventato il primo di tali attentati mentre il responsabile della strage al Museo ebraico di Bruxelles consumatasi a maggio 2014 era proprio un ex combattente dello Stato islamico, il francese Mehdi Nemmouche.

È però opportuno precisare che sebbene il pericolo posto dal ritorno di combattenti stranieri sia reale, i servizi di sicurezza occidentali hanno gli strumenti necessari per arginare la minaccia.

Un altro dato da considerare è che molti dei combattenti occidentali che si recano nei teatri di conflitto spesso muoiono in combattimento o attentati suicidi, molti non ritornano mai in patria ma continuano a combattere nella zona del conflitto, molti altri combattenti stranieri si disilludono in fretta e rientrano in patria senza mai impegnarsi nella pianificazione di atti violenti e altri ancora vengono arrestati o bloccati dai servizi di intelligence.
 
Il fenomeno di cittadini europei che si recano a combattere in teatri di jihad non è nuovo. Presenze europee sono state documentate sui campi di battaglia dell’Afghanistan negli anni Ottanta, della Bosnia e della Cecenia, dell’Iraq, della Somalia, del Mali. Se prima a spostarsi erano gli emigrati musulmani presenti in Europa oggi si tratta invece di “cittadini nati e cresciuti in Europa, appartenenti principalmente alle seconde e terze generazioni di immigrati che si radicalizzano nella ricerca, spesso tramite internet, di una ispirazione ideologica che possa legittimare il proprio jihad e indicazioni operative che gli consentano di passare all'azione.”  
 
È però bene ricordare, per dare un’esatta proporzione del fenomeno, che la maggioranza di foreign fighters che si uniscono a gruppi come lo Stato islamico e Jabhat al-Nusra in Iraq e Siria o al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim) non sono cittadini occidentali ma cittadini di paesi del Medio Oriente e del Nord Africa e che pongono una minaccia per la stabilità della regione molto più grande rispetto a quella posta dai foreign fighters occidentali all’Europa.
 
Mancando le forti capacità di intelligence e di monitoraggio disponibili in Occidente, paesi come la Libia, la Tunisia e lo Yemen hanno poche informazioni precise su quanti dei loro cittadini stiano tornando dai campi di battaglia. Eppure il loro potenziale è incredibilmente destabilizzante, una minaccia molto più grande di quella che si pone per l’Europa. Secondo le stime della Brookings Institution di Washington, in termini puramente numerici i combattenti stranieri provenienti dal mondo arabo sono dieci volte quelli provenienti dall'Occidente.
 
Secondo il Foreign Policy Research Institute (FPRI) con sede a Philadelphia, molti combattenti non occidentali di ritorno dai teatri di conflitto in Medio Oriente si dirigono in Libia orientale, considerato un rifugio sicuro dopo il collasso dello Stato a seguito della caduta di Muammar Gheddafi. Oltre alla Libia, che rischia di diventare un santuario da cui i militanti dello Stato islamico e AQIM potrebbero condurre attacchi a livello regionale, il FPRI individua altri tre Stati esposti a rischi significativi: Libano, Giordania e Turchia. C’è inoltre da ricorda che alcuni degli attacchi che hanno colpito l’Egitto lo scorso anno sono stati compiuti da membri del gruppo Ansar Bayt al-Maqdis di ritorno dalla Siria.
 
Quello che distingue i combattenti di paesi del Medio Oriente e del Nord Africa che ritornano in patria da quelli europei, sostiene FPRI, è che i primi sono alla ricerca del potere politico mentre gli europei sono più orientati a condure atti violenti in nome di una causa ideologica. 

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