Gli Usa riaccendono il conflitto con l'Iran: Teheran colpisce e avverte Israele
La fragile tregua tra Stati Uniti e Iran sembra definitivamente archiviata. I nuovi bombardamenti condotti da Washington contro obiettivi nel sud della Repubblica Islamica hanno provocato un'immediata risposta militare di Teheran, riaccendendo il rischio di un conflitto regionale su vasta scala e mettendo in discussione il Memorandum d'intesa firmato lo scorso giugno con la mediazione del Pakistan. Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), l'operazione ha colpito oltre 80 obiettivi militari in territorio iraniano, inclusi siti nell'isola di Qeshm. Le autorità iraniane hanno riferito della morte di militari dell'Esercito e dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC), denunciando quella che definiscono una nuova violazione della propria sovranità nazionale. Alla pressione militare si è aggiunta quella economica. Washington ha infatti revocato la deroga che consentiva temporaneamente all'Iran di esportare petrolio, motivando la decisione con i recenti attacchi contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Teheran respinge le accuse e ribadisce che il transito nello stretto deve avvenire nel rispetto delle disposizioni delle autorità iraniane.
La risposta non si è fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato il lancio di missili e droni contro 85 obiettivi militari statunitensi in Bahrein e Kuwait, compresi il porto di Salman, sede della Quinta Flotta Usa, e la base aerea di Ali Al Salem. Il quartier generale congiunto Khatam al-Anbiya ha inoltre avvertito che qualsiasi Paese o struttura che sostenga le operazioni militari americane sarà considerato un obiettivo legittimo. Sul piano politico, Teheran accusa apertamente Washington di aver demolito il Memorandum d'intesa che prevedeva la cessazione permanente delle ostilità e la prosecuzione dei negoziati. A sancire la rottura è stato anche il presidente Donald Trump che, intervenendo al vertice NATO di Ankara, ha dichiarato concluso il cessate il fuoco con l'Iran, criticando duramente la leadership iraniana e lamentando il mancato sostegno degli alleati europei alla nuova campagna militare. Le autorità iraniane sostengono che gli attacchi USA siano stati lanciati anche per oscurare la grande partecipazione popolare ai funerali della Guida della Rivoluzione, Ali Khamenei, ucciso nei mesi scorsi durante il conflitto.
Milioni di persone hanno preso parte alle cerimonie svoltesi a Teheran, Qom, Najaf e Karbala, trasformandole in una dimostrazione di unità nazionale. Anche il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha accusato gli Stati Uniti di aver violato ripetutamente gli impegni sottoscritti, denunciando la reintroduzione delle sanzioni petrolifere, le continue minacce militari e il sostegno alle operazioni israeliane nella regione. "L'epoca delle intimidazioni è finita", ha affermato, promettendo una risposta determinata a ogni ulteriore provocazione. Nel frattempo cresce anche la tensione con Israele. Il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, Mohammad Bagher Zolghadr, ha avvertito che ogni attacco contro le infrastrutture iraniane riceverà una rappresaglia diretta e che "il regime sionista", ritenuto responsabile delle recenti operazioni, "non sfuggirà alla risposta dei combattenti".
Secondo Teheran, Tel Aviv avrebbe intensificato le proprie azioni perché irritata dalla mobilitazione popolare registrata durante i funerali di Khamenei. Le dichiarazioni iraniane arrivano dopo che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha sostenuto che la guerra "non è ancora finita", rivendicando la capacità dell'aviazione israeliana di colpire "ovunque, dallo Yemen all'Iran" e assicurando che Israele è pronto ad affrontare qualsiasi scenario. Con il cessate il fuoco ormai compromesso, il Memorandum negoziato appena poche settimane fa appare svuotato di significato. Il rapido contrattacco iraniano dimostra che la struttura militare della Repubblica Islamica conserva capacità operative e deterrenza, mentre Washington continua a puntare sulla pressione militare ed economica. La prospettiva di una ripresa del dialogo si allontana, lasciando spazio al rischio concreto di una nuova e più ampia escalation in Medio Oriente, nella quale lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare uno dei principali punti di frizione strategica.
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